Il lavoro del futuro

E all’improvviso (il futuro) eccolo qua

Articolo redatto da Osservatorio FondItalia

Hegel l’avrebbe probabilmente considerata una necessità della storia, convinto com’era che quest’ultima non fosse altro che il dispiegarsi della ragione assoluta. Ovvero di Dio che si fa nel tempo.

La storia dell’umanità è fatta anche di grandi tragedie collegate a grandi balzi tecnologici. Pensiamo alla seconda rivoluzione industriale, che trovò nella Prima guerra mondiale il suo compimento.

Nel 1921 Corrado Gini scrisse che «pochi anni di guerra avevano dato all’industria italiana uno sviluppo e alla manodopera un’istruzione quali non si sarebbero potuti sperare da parecchi decenni di pace».

Gli anni tra il 1914 e il 1918 fecero registrare la più grande accelerazione tecnologica della storia. Il primato resterà invariato?

Interrogativi che fino a poche settimane fa sembravano rivolti al futuro, per quanto vicino, richiedono ora risposte immediate.

Sguardo al futuro

Alla fine del 2019 lo smart-working appariva come una realtà in evoluzione, ma ancora limitata. Un rapporto pubblicato da Workhuman lo scorso marzo, dal titolo “The State of Human at work”, registrava che negli Stati Uniti “solo” 1/3 della popolazione lavorativa beneficiava dello smart-working. Ovviamente, all’avanguardia in questo ambito apparivano i grandi colossi come Twitter, Google e JP Morgan.

Una ricerca condotta dall’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano segnalava che nel 2019 in Italia gli smart-workers, sebbene in aumento, ammontassero ancora ad appena 570 mila.

Poi, all’improvviso, ecco l’accelerazione della storia, con i suoi repentini cambi di paradigma.

Gary Burnison, Ceo di Korn Ferry, un colosso mondiale nell’ambito della consulenza gestionale, ha affermato che «il manuale sul lavoro a distanza che esisteva fino ad un mese fa, è stato gettato dalla finestra».

Il cambiamento non riguarda solo le modalità e le problematiche legate allo smart-working, che necessiteranno di essere affrontate più nel dettaglio nei prossimi mesi.

Dalla dimensione fisica a quella virtuale

Anche le indagini sui mestieri emergenti pubblicate alla fine dello scorso anno sembrano, in alcuni punti, soffrire di invecchiamento precoce.

A parte l’impulso, scontato, sull’e-Commerce e la formazione online, alcuni settori registreranno degli sconvolgimenti inaspettati in così breve tempo.

Negli Stati Uniti, prima della pandemia, solo 1 paziente su 10 faceva ricorso alla telemedicina. La decisione dell’amministrazione statunitense di approvare un decreto che facilita il ricorso a questo genere di cure è stata accompagnata da un boom di app come Amwell, HeyDoctor e PlushCare che offrono visite telematiche.

Nelle fabbriche, crescerà la necessità dell’automazione, al fine di ridurre la presenza fisica dei lavoratori e consentire operazioni in remoto. Aspetto che potrebbe favorire la delocalizzazione “virtuale” di team di lavoro (occhio dunque a dare per morta la globalizzazione, che probabilmente passerà sempre più per il web).

Ma soprattutto il settore dei viaggi e dell’organizzazione degli eventi si trova a far fronte ad un destino fino a poche settimane fa inatteso. Questi sono forse i settori chiamati a “riconvertirsi” più celermente.

Molte conferenze e seminari si sono ormai trasferiti dalla dimensione fisica a quella virtuale.

Così come i viaggi e le mostre d’arte potranno continuare a vivere – almeno nell’immediato – solo nella dimensione digitale.

Dal Louvre ai Musei Vaticani, alcune istituzioni museali hanno messo a disposizione le loro collezioni attraverso tour virtuali in 3D. Così come è possibile accedere a siti che consentono visite “immersive” in diversi paesi (ad esempio www.360cities.net/)

“Viviamo in tempi bui”, per parafrasare Bertolt Brecht. Ma sono anche tempi di grandi opportunità. Di fronte si stendono praterie (digitali) da costruire per il business di domani.

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