Formazione continua, l’analisi di Barbara Balzano: “Si può investire nel futuro con un paradigma del passato?”

“I fondi paritetici interprofessionali italiani hanno compiuto 25 anni. Il bilancio è chiaro: hanno portato formazione dove da sola non sarebbe mai arrivata. Ma sono rimasti quasi invisibili nel mondo delle microimprese e hanno continuato a misurarsi soprattutto in output”. Lo scrive Barbara Balzano, EU Cohesion & Innovation Advisor e Founder di Strategica Management Consulting, in un articolo dal titolo “Il capitale umano: si può investire nel futuro con un paradigma del passato?”. 

“Nel 2023 i programmi promossi dai 19 fondi – prosegue Balzano – hanno coinvolto poco meno di 2 milioni di lavoratori, pari a circa il 20% dei dipendenti delle imprese aderenti, con quasi 54.000 piani approvati e 96.000 aziende coinvolte. I tassi di coinvolgimento delle microimprese variano da un minimo dell’1,5% a un massimo del 15,8% a seconda del fondo. C’è però almeno un caso che smentisce l’inevitabilità del problema: FondItalia, che dichiara un’adesione composta per il 91% da microimprese fino a 9 dipendenti, con una forte concentrazione nel Mezzogiorno, e nel 2025 ha coinvolto 1.132 microimprese su 1.887 aziende beneficiarie, il 60% del totale. Non è un sistema: è una dimostrazione che con il design giusto il segmento micro si può raggiungere. La domanda è perché rimanga un’eccezione”. 

L’esperta di programmazione di fondi europei e nazionali ricorda come per decenni l’Europa abbia “trattato la formazione come spesa corrente da ottimizzare anno per anno, comprimendo i costi, distribuendo risorse a pioggia, senza una vera teoria di quale capitale umano serva alla sua economia a dieci anni”. Ora “i documenti più recenti della Commissione iniziano a parlare di investimento in capitale umano al centro della competitività europea”, ma “arrivano dopo almeno due decenni in cui il tema è stato gestito come ‘allegato’ alle politiche sociali e nel momento in cui il concetto stesso di capitale umano ha bisogno di essere riscritto”.

Se per la Corea del Sud, ad esempio, il capitale umano non era una variabile di bilancio ma un componente della politica industriale, con orizzonti pluriennali e responsabilità di sistema, “l’Europa, per molto tempo, ha fatto quasi sempre l’opposto, finanziando ore d’aula, misurando partecipanti, trattando la formazione come allegato alle politiche sociali”, spiega Balzano. Che ricorda inoltre come ci sia “un problema che attraversa tutti gli strumenti di formazione continua – italiani ed europei – e che dopo tanti anni non viene ancora affrontato in modo diretto: la certificazione delle competenze è un sistema che guarda indietro, in un’economia che accelera in avanti”. 

L’autrice evidenzia infine che “l’Italia ha elementi su cui costruire che pochi altri paesi europei hanno nella stessa combinazione: gli ITS Academy, il Fondo Nuove Competenze, l’Osservatorio IA, una rete di imprese con competenze profondissime in settori come la meccanica, l’agrifood, il lusso, la farmaceutica. Il problema non è la mancanza di strumenti. È la mancanza di una visione che li tenga insieme e di una governance che si misuri sugli esiti invece che sulle procedure e che abbia il coraggio di affrontare il problema della certificazione invece di aggirarlo”.