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Imprese italiane e la pandemia: tra rischio chiusura e opportunità di miglioramento

Più di 73mila aziende italiane rischiano la chiusura: quasi 20mila sono ubicate nel Mezzogiorno, 17.500 al centro. Rappresentano il 15% del totale delle imprese che hanno dai 5 ai 499 addetti. L’analisi è frutto di una ricerca condotta da Svimez-Centro Studi delle Camere di Commercio Guglielmo Tagliacarne-Unioncamere su un campione di 4mila imprese manifatturiere e dei servizi.

Le fragilità delle imprese italiane

Le aziende hanno manifestato una difficoltà a resistere al periodo della pandemia, mostrando fragilità strutturali (assenza di innovazione, digitalizzazione ed esportazioni ma anche marketing) nel 48% dei casi. La percentuale sale al 55% se si prendono in considerazione solo i numeri che riguardano il Sud del Paese e al 50% in riferimento al Centro, mentre scende al Nord (una media del 43%). L’incidenza cresce se si analizza il solo settore dei servizi (50% a livello nazionale, 60% al Sud), quello più colpito, mentre tiene quello manifatturiero (fragili il 31% delle aziende italiane, 39% nel Mezzogiorno).

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L’analisi dei dati

L’indagine fa emergere chiaramente un’Italia spaccata in due tra Nord e Sud, e con il Centro che sta dimostrando una fragilità sempre più vicina al Mezzogiorno. La crisi non è finita, le aspettative di fatturano sono in calo anche nel 2021 e le aziende hanno sempre più la necessità di innovarsi per non morire.

A resistere invece solo le imprese familiari, le Pmi con un fatturato sotto i 50 milioni di euro, appartenenti a diversi settori: per il 75% la pandemia non ha rappresentato e non rappresenta una minaccia alla sopravvivenza, ma una opportunità di miglioramento.

Il caso delle imprese familiari

Più solide e stabili pur con un fatturato non in crescita e una contrazione delle domande. È questo il caso delle imprese familiari italiane, che hanno dimostrato in questo lungo periodo di crisi di avere meno problemi di liquidità e di essere più preparate a mettere in atto smart working (comunque meno richiesto e frequente), cambiamenti e di far fronte a nuove richieste provenienti dall’estero.

Il quadro emerge da uno studio di Fabula (Family Business Lab della Liuc – Università Cattaneo di Castellanza) su un campione di 182 Pmi con un fatturato sotto i 50 milioni di euro (l’86% sono imprese familiari) e appartenenti a diversi settori (metalmeccanico, plastica e gomma, alimentari e bevande, tessile e abbigliamento).  Le imprese familiari di piccole e medie dimensioni hanno saputo far fronte con tenacia e capacità, evitando bruschi cali di produttività e restando con una clientela stabile. Le Pmi familiari guardano al futuro con ottimismo.

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