Occupazione e Pil: i dati positivi delle industrie con una alta intensità di diritti di proprietà intellettuale

L’Italia guadagna un piccolo primato nel settore dell’occupazione, addirittura migliore rispetto alla media dell’Unione Europea. Un posto di lavoro su tre, infatti, si trova nelle industrie che fanno un uso massiccio di marchi e brevetti. In pratica le industrie con un’alta intensità di diritti di proprietà intellettuale (Dpi) creano un numero maggiore di posti di lavoro, diventando sempre più parte integrante del Pil del paese, dell’occupazione degli scambi nella Ue. A dirlo è uno studio congiunto dell’Ufficio europeo dei brevetti (Ueb) e dell’Agenzia Ue per la tutela dei marchi e della proprietà intellettuale (Euipo) sul periodo 2014-2016. Un primo studio era uscito nel 2016, analizzando il periodo 2011-2013.

Lo studio Equipo ed Epo

La relazione ha messo sotto la lente di ingrandimento i diversi settori industriali che utilizzano marchi, brevetti, modelli, disegni e diritti d’autore e come questi contribuiscono all’economia dell’Unione Europea. Il primo dato che emerge è che le aziende che fanno un uso intensivo di marchi e brevetti contribuiscono alla metà del Pil italiano, più del 45% e 6,6 trilioni di euro (il dato precedente era del 37% e di 5,4 trilioni di euro), e rappresentano 63 milioni di posti di lavoro (29,2% di tutti gli impieghi) rispetto ai 61,7 del triennio precedente. Inoltre, altri 21 milioni di persone hanno un’occupazione in un settore che fornisce a questo comparto beni e servizi (il numero dei posti di lavoro sale così a 83,8 milioni, per una percentuale pari a 38,9). In generale l’occupazione nelle industrie ad alta intensità Dpi ha fatto registrare più di un milione di posti di lavoro rispetto al triennio 2011-2013, mentre è diminuita di poco l’occupazione dei 28 stati Ue.

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Il Pil e le aziende che usano brevetti e marchi

Le industrie ad alta intensità di diritti di proprietà intellettuale danno occupazione a 7 milioni di persone (31,5% di tutti i posti di lavoro) e contribuiscono con 774 miliardi di euro al PIL dell’Italia (46,9%). Inoltre, riescono a dare ai propri dipendenti retribuzioni più alte rispetto ad altre aziende (+47%, ma la percentuale sale a 72% in riferimento alle industrie con alta intensità di brevetti). Tra tutte emergono le aziende che usano disegni, modelli e brevetti per ritrovati vegetali e indicazioni geografiche, che creano 3,79 milioni di posti di lavoro (17,2% di tutti i posti di lavoro) e contribuiscono al Pil dell’Italia con 279 miliardi di euro (16,9% del Pil). Una media che supera e non di poco quella della Ue.

Questo genere di industrie è più innovativo e resiliente, difficilmente quindi vanno in crisi, per questo proteggerle dalle contraffazioni è fondamentale. I settori più trainanti sono design, abbigliamento, accessori, gioielli e arredamento.

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Altri dati significativi

In Europa le industrie ad alta intensità di diritti di proprietà intellettuale sono 353. Rispetto al triennio 2011-2013 si è registrato un aumento (dato precedente 342). Inoltre, lo studio evidenzia che «le industrie impegnate nello sviluppo di tecnologie di mitigazione dei cambiamenti climatici hanno rappresentato il 2,5% dell’occupazione e il 4,7% del Pil nell’UE per il periodo 2014-2016». Mentre i dati dei comparti legati alla quarta rivoluzione industriale registrano un 1,9% dell’occupazione e il 3,9% del Pil.

 

Tabella 1: contributo diretto e indiretto delle industrie ad alta intensità di diritti di proprietà intellettuale all’occupazione, media 2014-2016

Industrie ad alta intensità di diritti di proprietà intellettualeOccupazione (diretta)Quota occupazione totale (diretta)Occupazione (diretta+indiretta)Quota occupazione totale (diretta+indiretta)
Ad alta intensità di marchi46 700 95021,7%65 047 93630,2%
Ad alta intensità di disegni e modelli30 711 32214,2%45 073 28820,9%
Ad alta intensità di brevetti23 571 23410,9%34 740 67416,1%
Ad alta intensità di diritti d’autore11 821 4565,5%15 358 0447,1%
Ad alta intensità di indicazioni geografichen/dn/d399 3240,2%
Ad alta intensità di privative per ritrovati vegetali1 736 4070,8%2 618 5021,2%
Tutte le industrie ad alta intensità di DPI62 962 76629,2%83 807 50538,9%
Occupazione totale nell’UE215 520 333

 

Tabella 2: quota dell’occupazione nelle industrie ad alta intensità di diritti di proprietà intellettuale attribuita a imprese straniere 2014-2016, media UE

Industrie ad alta intensità di diritti di proprietà intellettualeQuota UEQuota non UETotale quota non nazionale
Ad alta intensità di marchi11,5%9,2%20,6%
Ad alta intensità di disegni e modelli13,0%9,8%22,8%
Ad alta intensità di brevetti14,5%12,0%26,5%
Tutte le industrie ad alta intensità di DPI12,9%9,8%22,7%

 

Il futuro del cinema e dell’audiovisivo: business in crescita e nuove figure professionali

Il cinema italiano genera un giro d’affari di circa 4 miliardi e conferma una costante crescita nei ricavi e nell’innovazione. In questo contesto nascono anche tante nuove figure professionali che si vanno ad affiancare a quelle storiche, che però per stare al passo con i tempi hanno bisogno di una attenta formazione continua. E se da una parte le sale cinematografiche vanno in crisi, dall’altra va sottolineato l’ampliamento del mercato e il numero delle piattaforme internazionali che danno spazio a tutti i prodotti audiovisivi.

L’investimento di FondItalia nel cinema

In occasione della rassegna Otranto Film Fund Festival – sostenuta da FondItalia – che si è tenuta nella cittadina pugliese a metà settembre, sia il presidente Francesco Franco che il direttore Egidio Sangue hanno sottolineato l’importanza del cinema e del settore dell’audiovisivo come grande risorsa per il nostro paese dal punto di vista dell’occupazione e del valore economico.

«La formazione rappresenta uno dei principali strumenti per investire sulla crescita» hanno ribadito i due vertici di FondItalia, che durante l’evento di Otranto hanno sottolineato come «nel mondo del cinema lavorano molti giovani, un quarto degli occupati nella produzione ha meno di 30 anni, forte anche la presenza delle donne e come si faccia sempre più forte la richiesta di competenze specialistiche».

Lo studio di Anica e Unicredit

Recentemente Unicredit e Anica (Associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive e multimediali) hanno parlato del futuro dell’industria cinematografica italiana nel forum “Il cinema è cultura, industria, ricerca”, sia in riferimento alle produzioni mondiali che all’innovazione tecnologica.

Per l’occasione è stato presentato uno studio sul settore, in cui si è evidenziata la crescita dei ricavi tra il 3 e il 6 per cento negli ultimi anni. Ma a una redditività in crescita si contrappone la crisi delle sale cinematografiche: 6,89% di presenze in meno nel 2018 rispetto al 2017 e -18,42% rispetto al 2016; incassi del 2018 in calo con -4,98% rispetto al 2017 e un -16,01% rispetto al 2016). I cinema soffrono la concorrenza di tv e internet e provano a ingegnarsi per offrire al pubblico nuovi servizi (come ad esempio l’apertura al pubblico sin dalla mattina, servizio di babysitteraggio, sala on-demand per scegliere la pellicola da visionare, nuovi spazi per eventi e altre attività).

E se i ricavi non sono aumentati, nonostante il rincaro sui biglietti, il dato che fa sorridere è quello del box office della produzione italiana e delle co-produzioni: il 2018 ha registrato un incasso di 127.8 milioni di euro (+23,86% rispetto al 2017). In sostanza non c’è stato un film italiano che ha fatto il cosiddetto boom ma un maggior numero di pellicole che hanno attirato l’attenzione del pubblico, mettendo in evidenza la pluralità dei generi e la qualità dei lavori.

Secondo i dati dello studio Unicredit: l’intera filiera cinematografica italiana (composta da produttori, distributori, industrie tecniche, esercenti, produttori di apparecchi cinematografici) genera un giro d’affari di circa 4 miliardi di euro. Nel comparto risultano attive oltre 2.000 aziende, quasi tutte di piccole dimensioni (il 97% è sotto i 10mln di fatturato).

doppiaggio

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Il futuro del comparto audiovisivo 

A fare da volano a tutto il settore sarà l’innovazione tecnologica e l’ampliamento del mercato internazionale, ma anche contenuti di grande qualità da distribuire su diverse piattaforme, portando a una crescita di tutto il settore.

Il mondo del cinema, proprio perchè si dirige verso un futuro tecnologico sempre più ampio, ha bisogno di investire in formazione per essere al pari o a un livello superiore rispetto ai competitor stranieri. Non si tratta solo di investimenti, ma anche di ulteriori specializzazioni per tutte le figure che fanno parte del comparto.

Davanti alla macchina da presa ci sono gli attori, ma sono tutti coloro che non si vedono e ma lavorano dietro le quinte a creare la magia del cinema; dal regista ai tecnici c’è un mondo immenso: montatori, fotografi, effettisti, addetti al casting, all’edizione e al doppiaggio, cartellonisti, costumisti, musicisti, produttori e manager, macchinisti, microfonisti, operatori, runner, attrezzisti, arredatori, pittori, scenografi, truccatori, stuntman e sceneggiatori.

Le nuove professioni

Accanto alle figure storiche del settore, la tecnologia ne ha già create altre: ai classici canali di comunicazione si è aggiunto, ad esempio, il social media manager per le campagne di marketing prima dell’uscita del film e che racconta attraverso i social, creando una certa attesa, il film che si sta girando. Ma c’è anche il personal trainer del set, che aiuta i protagonisti a mantenere la forma fisica dall’inizio alla fine delle riprese che a volte durano parecchi mesi.

Ultimamente sono molto richiesti gli action-cam, a metà tra cameram e stuntman, ma in grado di utilizzare le apparecchiature di ultima generazione per riprendere azioni spettacolari da un punto di vista unico e far vivere grandi emozioni al pubblico. Anche documentari e fiction usano negli ultimi anni i grandi effetti scenici che richiedono tecnici specializzati in ripresa 4k e animazione 3D. Il cinema è un mondo in continua evoluzione, e come tale ha bisogno di figure professionali costantemente formate e pronte a cogliere al volo le opportunità che il settore offre.

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FondItalia sostiene l’edizione 2019 dell’Otranto Film Fund Festival

Si svolgerà dal 9 al 14 settembre l’XI edizione OFFF – Otranto Film Fund Festival – Diversity Edition 2019, il festival della cittadina pugliese che vede l’attrice Stefania Rocca alla direzione artistica.

FondItalia è tra i sostenitori della manifestazione che porta il cinema e la festa tra le piazze e le strade di Otranto. Gli obiettivi sono di diffondere opere cinematografiche (lungometraggi, documentari, cortometraggi) che arrivano da luoghi, realtà geografiche e culturali differenti; creare un dialogo e un incontro tra le diverse produzioni internazionali; valutare le prospettive future del mercato audiovisivo dell’area euro-mediterranea e il ruolo dei Film Fund e Film Commission nel  finanziamento e promozione delle opere. Il festival mette in luce anche una nuova generazione di autori e di produzione cinematografiche, valorizza i territori e crea community.

«Il cinema, e più in generale il settore audiovisivo, rappresentano una grande risorsa per l’Italia sia per quanto riguarda l’impatto per l’occupazione che per il valore economico generato nel quadro della competizione internazionale» spiega Francesco Franco, presidente di FondItalia.

«Anche per quanto riguarda questo settore, la formazione rappresenta uno dei principali strumenti per investire sulla sua crescita – prosegue Franco -. La costante necessità di formazione e aggiornamento del personale artistico, teatrale e cinematografico può essere sostenuta con i contributi dei Fondi Interprofessionali».

«La presenza di FondItalia a questa interessante manifestazione – conclude il presidente di FondItalia – rappresenta una grande occasione per rendere note agli operatori economici e le imprese del settore quali sono le opportunità per qualificare e aggiornare i propri collaboratori, sia dal punto di vista tecnico che creativo, in sintonia con le proprie esigenze e strategie del mercato di riferimento».

Il direttore di FondItalia, Egidio Sangue, sottolinea proprio come «la formazione rappresenta un tema centrale per lo sviluppo delle imprese e in particolare per quelle che operano nel comparto cinematografico, audiovisivo e dello spettacolo e nelle numerose filiere connesse». Sangue aggiunge che il Fondo è pronto «ad offrire il proprio sostegno per mantenere alta la dinamicità di questo settore profondamente strategico per il Paese».

E l’importanza del settore è data dai dati nazionali sull’audiovisivo, che come precisa Sangue mostrano «che il comparto attiva in particolar modo il lavoro per giovani – un quarto degli occupati nella produzione ha meno di 30 anni e per le donne – 39% contro la media del 36%, con grande richiesta di competenze specialistiche, ad alto contenuto di conoscenza, sia artistiche che tecniche, oltre al numero di posti indotti dall’audiovisivo nel settore dei servizi per ingegneri, architetti, consulenti legali, designer e fiscalisti».

Farmaceutica e sanità, c’è bisogno di investimenti in formazione

Negli ultimi dieci anni l’export farmaceutico è salito in Italia del 117%, un numero molto più alto rispetto alla media europea che si attesta invece sull’81%. Dal 2008 al 2018 si è registrato un aumento della produzione del 22%, proprio grazie alle esportazioni. I dati diffusi da Farmindustria mostrano come l’intero comparto sanitario sia un asse portante per il nostro Paese. Dati positivi ai quali però deve aggiungersi un importante investimento nella formazione

«L’Italia deve mettere in rete talenti, strutture pubbliche e private che con l’industria radicata nel nostro Paese possono partecipare alla competizione internazionale per l’innovazione», ha dichiarato all’Agi il presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi.

Una formazione pluridisciplinare di qualità

È forte la richiesta ad esempio di una “scuola di specializzazione in medicina generale” (già presente in altri paesi europei) da parte del Sindacato dei medici italiani (Smi) al ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Miur), che permetta alla professione medica di acquisire dignità, rispetto ad altri corsi di studio.

Fondamentale, secondo il sindacato, favorire l’integrazione tra le reti ospedaliere, l’assistenza sanitaria territoriale e l’università. Quello su cui puntare è una formazione pluridisciplinare di qualità, importante per un medico di medicina generale. Ma soprattutto la formazione deve essere garantita a tutti: risultano insufficienti, infatti, le borse di studio stanziate che non consentono a tutti i medici di poter completare il ciclo di studi. In quest’ottica è importante anche che vengano stanziati fondi economici e di conseguenza creati dei poli specialistici, in modo da permettere a tutti i medici di portare a termine il percorso formativo e di specializzazione.

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Case history: Liguria e Sicilia come esempio

In Liguria, riporta in una nota lo Smi, si sta estendendo un modello di Dipartimento misto università-medici di medicina generale che crea un contatto costruttivo tra realtà diverse che possono così contribuire al miglioramento della formazione.

Mentre in Sicilia, terza regione italiana dopo Lombardia e Toscana in termini di numero di borse attivate dai privati (8 su 89 in tutta Italia), per la prima volta gli ospedali privati entrano nel processo di alta formazione specialistica dei medici, a seguito di un decreto del dipartimento per la formazione superiore e per la ricerca del Miur. Una vittoria dell’Associazione che riunisce gli ospedali privati (Aiop) che consentirà di poter trattenere nell’isola i cosiddetti “cervelli in fuga”.

Mercato del lavoro, cresce la domanda di tecnici specializzati

Il mercato del lavoro conferma la spinta delle aziende a investire su nuove risorse. Ma c’è una richiesta di figure professionali difficili da reperire.

Secondo uno degli ultimi studi effettuati da Unioncamere, in collaborazione con Anpal, la prima parte del 2019 conferma le positive indicazioni sui contratti che le imprese volevano stipulare per il 2018: 1,6 milioni destinati ai diplomati e oltre 550 mila ai laureati.

I titoli più richiesti dal mercato del lavoro

Tra i diplomi più richiesti ci sono quello amministrativo, finanziario e in marketing; seguono poi i titoli a indirizzo meccanico, meccatronico, turistico ed enogastonomico. Più difficile è invece reperire disegnatori industriali (51,8%), tecnici elettronici (57.7%) ed elettrotecnici (71,5%), un numero che si aggira in totale intorno ai 420mila diplomati.

Le lauree più richieste nel mondo del lavoro sono invece quelle ad indirizzo economico, sanitario e paramedico, in ingegneria, insegnamento e formazione. Le imprese hanno bisogno anche di specialisti nei rapporti con il mercato (48,4%), ingegneri meccanici ed energetici (52,5%), analisti e progettisti di software (64,8%). Tutte figure che è più difficile trovare e che rappresentano quasi 200mila laureati.

Formazione e occupazione

Nel corso del 2019 si è registrata una crescita occupazionale, soprattutto in riferimento allo stesso periodo del 2018. I settori che hanno richiesto più personale sono quelli che dei servizi alle imprese o alle persone, industria manifatturiera e commercio.

È fondamentale, per i paesi che vivono un cambiamento del mercato del lavoro, farsi trovare pronti per nuove sfide. L’occupazione si evolve e cresce e per questo anche i percorsi formativi devono essere adeguati a questa trasformazione, altrimenti tra domanda e offerta di lavoro ci sarà sempre un gap incolmabile.

L’Italia, però, al momento resta il fanalino di coda dell’Europa in fatto di giovani laureati che entrano nel mondo del lavoro a distanza di tre anni dal titolo conseguito. Solo il 62,8% (dati Eurostat) ha un livello d’istruzione universitario rispetto a una media europea che ci aggira sopra l’85%. Una percentuale che in Italia negli ultimi 10 anni si è notevolmente abbassata, poiché nel 2008 sfiorava l’87%.

L’Italia arranca quindi soprattutto rispetto a paesi come Malta (96,7%), Olanda (94,8%) e Germania (94,3%). C’è un livello molto alto di disoccupazione giovanile con istruzione terziaria: in Europa il nostro paese è davanti alla sola Grecia. Ma siamo penultimi anche per numero di laureati, inseguiti solo dalla Romania.

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Il comparto alimentare

Eppure c’è sempre più bisogno di risorse specializzate, anche in un settore in cui dovremmo essere primi: quello dell’industria alimentare. Cristina Di Domizio, responsabile innovazione e formazione continua di Federalimentare, ha dichiarato al Sole 24 Ore che si cercano laureati e diplomati Its tutti con competenze specialistiche: esperti di sviluppo commerciale e marketing, ingegneri ambientali, esperti di legislazione alimentare, tecnologi alimentari, nutrizionisti, analisti del gusto. Tutte figure al momento di difficile reperimento.

Ma basta un numero a spiegare l’ascesa del settore: un nuovo assunto su cinque viene impiegato nel comparto del food (dato nazionale di aprile 2019 della Camera di Commercio di Milano Monza Brianza Lodi). Un numero che spiega come il food&beverage rappresenta ormai il secondo settore manifatturiero in Italia. 

Specializzarsi e aggiornarsi in maniera continua favorisce l’inserimento nel mondo del lavoro

Trovare lavoro dopo un anno dal diploma non è una chimera, ma una realtà che emerge dai dati del monitoraggio di Indire (Istituto Nazionale Documentazione Innovazione Ricerca Educativa) sugli Istituti Tecnici superiori. Si tratta di istituti di formazione terziaria professionalizzante e quindi di livello post-secondario (si accede dopo la scuola superiore), dove viene rilasciato un diploma tecnico. Quella degli Its è una formazione non universitaria che dura 2 o 3 anni e che consente di specializzarsi e di entrare subito nel mondo del lavoro.

Positivi i dati degli Its

Dall’indagine di Indire emerge che l’80% dei diplomati ha un impiego dopo 12 mesi dalla fine del percorso di studi, e il 90% ha un lavoro coerente con il diploma preso. Quasi il 50% viene assunto con un contratto a tempo determinato. Chi si iscrive agli Its sono giovani che arrivano in prevalenza da gli istituti tecnici (più del 62%) e dai licei (21%); gli iscritti sono maschi (72%), di età compresa tra i 20-24 anni (il 45%) e tra i 18-19 anni (il 32%). Trovano lavoro subito coloro che si diplomano nei settori: Mobilità sostenibile (83%), Tecnologie dell’informazione e della comunicazione (82%) e Nuove Tecnologie per il made in Italy (80%). In quest’ultimo ambito rientrano Sistema meccanica (92%) e Sistema moda (86%).

Secondo questi dati, quindi, gli Its rispondono alle esigenze del mercato del lavoro e contribuiscono a ridare slancio all’economia. Formano tecnici molto richiesti dalle imprese, tanto che stanno aumentano sia gli iscritti che i corsi erogati, oltre alla qualità della formazione stessa che si compone di metodologia, laboratori e stage in azienda, con la collaborazione di docenti che provengono dalle imprese stesse. I dati Indire mostrano che sono oltre 2400 le aziende coinvolte negli stage, in maggioranza di dimensioni medio-piccole (il 40% ha un numero di dipendenti inferiore a 9).

Attività didattiche che unite all’apprendistato e alla formazione prevista da questa tipologia di contratto – che può essere finanziata dai Fondi Interprofessionali – consentono ai giovani di entrare nel mondo del lavoro, formarsi, migliorare le proprie competenze e avere l’opportunità di creare un rapporto duraturo con l’azienda. Un ottimo trampolino di lancio.

Il gap da colmare nel settore tecnologico

In questo quadro positivo, emerge però anche un gap da colmare: la tecnologia. Secondo il recente sondaggio Desi di giugno 2019 (stilato dalla Commissione europea per valutare l’indice di digitalizzazione dell’economia e della società) l’Italia è 24° nella classifica europea. Lo sviluppo della rete veloce risulta lento e si registra anche una scarsa diffusione dell’uso di internet tra la popolazione.

Il Rapporto Desi mostra un Paese indietro rispetto al resto delle nazioni Ue, che deve quindi investire in questo settore per stare al passo. Ad esempio, si usa poco l’e-banking, le PMI che vendono online sono solo il 10% e le competenze digitali degli italiani restano scarse.

«È la formazione a fare la differenza anche per quanto riguarda la digitalizzazione delle imprese – ha dichiarato il direttore di FondItalia Egidio Sangue. È necessario che le imprese comprendano la portata innovativa che può derivare dall’introduzione del digitale nella propria azienda, anche se piccola e micro, e formino costantemente i propri dipendenti già attivi ed i neo assunti per un corretto e completo utilizzo dei nuovi sistemi di produzione, vendita e gestione. Per questo FondItalia ha scelto di finanziare la formazione sia per quanto riguarda l’apprendistato che l’introduzione di sistemi innovativi in azienda. Per essere al fianco delle imprese e dei lavoratori sia per quanto riguarda le esigenze immediate che quelle di investimento a lungo termine».

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La rivoluzione 4.0 e gli inevitabili cambiamenti nella formazione e nella tecnologia

Dove sta andando l’industria italiana? A questa domanda ha provato a rispondere un Rapporto presentato da Confindustria a Milano, che ha messo in evidenza il rallentamento della manifattura mondiale, dove l’Italia si presenta come settima potenza. Nonostante il nostro Paese stia vivendo un momento di incertezza, sia sul piano politico che economico, e stia provando ad uscire da un lungo periodo di crisi, i dati di questo Rapporto mettono in evidenza alcuni elementi di positività per quanto riguarda lo sviluppo dell’industria.

Gli incentivi: l’iperammortamento piace alle aziende

Secondo il rapporto di Confindustria, i dati sugli incentivi per trasformare la manifattura tradizionale in una 4.0 evidenziano che le piccole e medie imprese hanno investito più delle grandi in attrezzature e macchinari.

L’Italia è riuscita, almeno in parte, a recuperare il gap rispetto agli altri paesi europei grazie all’iperammortamento in vigore dal 2017. Questa manovra ha favorito, infatti, l’investimento in beni strumentali e quindi la trasformazione digitale.

Sono stati ben 10 i miliardi di euro investiti in macchinari 4.0 e a farlo sono state soprattutto le imprese manifatturiere (86,3%, di cui il comparto del metallo con il 26%, poi meccanica strumentale e chimica con il 9%) di piccole e medie dimensioni (66,7%), quindi con meno di 250 dipendenti.

Una percentuale che si attesta intorno al 35% se consideriamo le imprese con meno di 50 dipendenti.

Per quanto riguarda la localizzazione, le imprese che hanno aderito a queste politiche sono quasi tutte del Nord (82,1%) ed in particolar modo la Lombardia (35%). Un dato che scende nettamente per le imprese collocate al Sud.

Crescere, formarsi e guardare al futuro 

Ciò che emerge da questi dati è l’importanza per le industrie di guardare ad un mercato globale in cui essere competitivi.

È chiaro che per fare questo c’è bisogno di politiche economiche interne ed europee in grado di favorire la trasformazione digitale e la crescita. Politiche di intervento che rendano le industrie italiane ed europee al livello delle concorrenti mondiali.

La digitalizzazione porterà a una riforma dell’istruzione

Ma tutto questo porta anche a una ulteriore domanda: le aziende italiane sono pronte ad accogliere i cambiamenti e affrontare nuove sfide? Un’indagine di Deloitte, che ha intervistato più di 100 C-level executive delle principali aziende italiane, mostra da una parte la fiducia e dall’altra l’incertezza di imprese e manager su digitalizzazione e preparazione personale, pur nella consapevolezza dei cambiamenti che stanno avvenendo.

Questo perché nel nostro Paese c’è una visione più nel breve periodo che nel lungo e, dunque, i cambiamenti tecnologici hanno minor presa soprattutto se si parla di intelligenza artificiale (3%). C’è invece una maggiore attenzione a ciò che riguarda soluzione mobili (64%), cloud (51%) e robotica (29%).

E si spende ancora troppo poco per la formazione (il 18% degli investimenti, mentre il dato internazionale è del 40%).

«Il dato di fatto è che si investe ancora troppo poco in formazione – dichiara il presidente di FondItalia Francesco Franco – ma per affrontare i cambiamenti costantemente in atto nel mercato è necessario che le aziende formino i propri dipendenti».

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Sicurezza sul lavoro, aumentano gli infortuni nel primo trimestre dell’anno

Crescono gli infortuni sul lavoro, di cui 212 mortali, nel primo trimestre del 2019: sono infatti oltre 157mila le denunce presentate all’Inail nel periodo che va dal 1 gennaio al 31 marzo, in aumento di quasi il 2% rispetto ai numeri registrati nello stesso arco temporale lo scorso anno, per un totale di 2.900 casi di infortunio in più.

In particolare, l’incremento di infortuni ha interessato i settori Industria, Servizi e Agricoltura ed è in aumento soprattutto fra le donne (+2,3%) – contro il +1,6% della forza lavoro maschile – e gli extracomunitari (+4,9%) laddove fra gli italiani il segno più si ferma al 1,5%.

I lavoratori colpiti da infortunio sono cresciuti in tutte le fasce di età tranne quella compresa tra i 30 e i 49 anni, che ha invece fatto registrare una flessione del 2,5%.

A livello territoriale si evidenzia invece un aumento delle denunce di infortunio in tutte le aree del Paese. La triste classifica è guidata dalle Isole (+3,1%), seguite da Centro (+2,8%), Nord Est (+2,1%) e Nord Ovest (1,5%), chiude il Sud (+0,2%).

Numeri che confermano come sia più urgente che mai intensificare fra le imprese la promozione della cultura della sicurezza e della formazione.

Per questo FondItalia continua a finanziare percorsi formativi su salute e sicurezza e ha siglato, a tale scopo, una convenzione con l’Organismo Paritetico FormaSicuro per il servizio di assistenza tecnica in merito all’adeguamento delle procedure di valutazione e verifica dei Progetti formativi finanziati dal Fondo in linea con l’evolversi delle normative e per quanto riguarda la redazione di regolamenti, documentazione tecnica e divulgativa.

Nel primo trimestre del 2019 FondItalia ha finanziato circa 80 progetti su salute e sicurezza, per oltre 109mila ore di formazione, con una percentuale pari al 34% del monte ore totali.

«La promozione della Sicurezza sul lavoro è fra gli obiettivi principali perseguiti da FondItalia – spiega il presidente Francesco Franco -. Siamo impegnati tutti i giorni attraverso un lavoro capillare sul territorio affinchè i tristi numeri relativi agli infortuni sul lavoro diminuiscano e affinché a tutti i lavoratori siano garantiti il diritto alla formazione e alla sicurezza nei luoghi di lavoro».

Formazione continua e professionale, a ottobre la European Vocational Skills Week

Il panorama del lavoro è profondamente mutato nell’ultimo decennio con la diffusione delle tecnologie legate al web e con la dirompente rivoluzione digitale, che ha investito anche il modello di impresa tradizionale.

Un cambiamento radicale che coinvolge molto da vicino anche le competenze richieste ai lavoratori, che sempre più sono chiamati a “verticalizzare” le proprie conoscenze.

E proprio con la finalità di promuovere la formazione continua e professionale dei lavoratori, la Commissione europea organizza per il quarto anno consecutivo la European Vocational Skills Week, settimana europea delle competenze professionali, che quest’anno si terrà a Helsinki (Finlandia) dal 14 al 18 ottobre 2019.

Nell’ambito della manifestazione si inserisce il Training at work Award 2019, un premio per la formazione sul luogo di lavoro. Al premio possono partecipare tutte le aziende (clicca qui per partecipare).

ATTENZIONE: il termine per l’iscrizione è il 31 maggio 2019.

AGGIORNAMENTO: la chiusura del bando è stata prorogata al 20 giugno 2019.

  

Finanza, un progetto per formare i piccoli e medi imprenditori

FondItalia è stata ospite del convegno “Percorsi di Formazione Finanziaria per la crescita e la tutela delle piccole e medi imprese”, che si è tenuto lunedì 13 maggio 2019 nella Sala della Regina di Palazzo Montecitorio a Roma.

L’iniziativa, organizzata da Consob e FederTerziario, ha l’obiettivo di fornire agli imprenditori strumenti utili alla crescita aziendale delle PMI attraverso l’analisi di tematiche come la Capital Market Union, le operazioni di crowfunding mediante emissioni di titoli di capitale o titoli di debito e la vigilanza sui fenomeni finanziari abusivi.

«Il progetto – ha spiegato il presidente di FederTerziario Nicola Patrizi – nasce per diffondere appropriate conoscenze finanziarie ai piccoli e medi imprenditori per supportarli nell’approccio al mondo della finanza e accedere ai suoi strumenti».

Saranno 15 infatti i seminari informativi con cadenza trimestrale organizzati in altrettante città italiane e destinati agli imprenditori iscritti a FederTerziario e ad altre realtà del mondo cooperativo e imprenditoriale.

Al convegno hanno partecipato fra gli altri il Presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani e la Senatrice Anna Cinzia Bonfrisco.