A Bologna, il Festival dedicato al futuro del lavoro. FondItalia presente all’evento

Transizioni. Lavoro, economia e società” è il titolo della tredicesima edizione del Festival del Lavoro, che si tiene dal 23 al 25 giugno 2022 a Bologna, nella cornice del Palazzo della Cultura e dei Congressi. 

Levento, organizzato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro e dalla sua Fondazione Studi, ha lobiettivo di fotografare le numerose declinazioni di un processo di accelerazione della rivoluzione tecnologica conseguente allemergenza socio-sanitaria per la pandemia da Covid-19 e che ha portato lItalia allinterno di una transizione verso un modello economico, produttivo e lavorativo il cui orizzonte è ancora tutto da definire. Secondo gli organizzatori si tratta di una trasformazione destinata ad impattare sulla vita di tutti i lavoratori. Da chi si è trovato o si troverà nei prossimi mesi a transitare da un lavoro allaltro, oppure da uno stato di occupazione ad uno di inattività, a chi dovrà aggiornare le proprie competenze professionali”.

Molti i temi che saranno affrontati e approfonditi nel corso della tre giorni dedicata al futuro del lavoro: gli scenari globali dopo la guerra e la pandemia, lo stato di attuazione del PNRR, la parità di genere nei luoghi di lavoro, il ruolo dei Fondi Interprofessionali all’interno del GOL, gli scenari su smart working e riforma degli ammortizzatori sociali, gli strumenti per la ricerca e la selezione del personale alla luce del mismatch fra offerta e domanda, la crisi dimpresa e limpatto dellintelligenza artificiale sul lavoro. 

FondItalia al Festival del Lavoro 

FondItalia parteciperà alla manifestazione con un proprio stand. «Per noi – dice Egidio Sangue, direttore di FondItalia – sarà unimportante occasione per incontrare i protagonisti del mondo del lavoro presenti alla Fiera: istituzioni, parti sociali, professionisti, imprese, lavoratori, proseguendo il confronto su temi che riguardano i cambiamenti del mondo del lavoro e le possibili strategie per il rilancio delle imprese e del Paese». FondItalia riceverà i suoi ospiti della manifestazione allo stand 19 per illustrare le opportunità messe a punto dal Fondo a supporto della formazione finanziata per imprese e lavoratori.

Gli ospiti istituzionali della kermesse 

Alla cerimonia di apertura dei lavori, prevista per le ore 15 di giovedì 23 giugno, interverranno fra gli altri il Ministro del Lavoro Andrea Orlando e il Presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini. Sul palco anche Marina Elvira Calderone, presidente Consiglio Nazionale Ordine Consulenti del Lavoro, Ignazio Marino, Direttore Comunicazione Festival del Lavoro e Pier Paolo Redaelli, Presidente Consiglio Provinciale Ordine Consulenti del Lavoro di Bologna.

Alla manifestazione sono inoltre attesi i i ministri Luigi Di Mario, Renato Brunetta, Stefano Patuanelli, Mariastella Gelmini, Elena Bonetti ed Erika Stefani, il Presidente del CNEL Tiziano Treu, il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, il segretario della Lega Matteo Salvini, il vicepresidente di Forza Italia Antonio Tajani e il Segretario della CISL Luigi Sbarra. 

La formazione delle piccole imprese italiane passa per FondItalia

Si è tenuta martedì 7 giugno, nella suggestiva cornice dellAra Pacis di Roma, la presentazione del Rapporto FondItalia 2022. 

Si è discusso di futuro del lavoro, delle politiche attive, della formazione, della riqualificazione delle competenze e del mismatch fra domanda e offerta di lavoro. A parlarne, coordinati dal giornalista Massimo Maria Amorosini, sono stati Francesco Franco (presidente di FondItalia), Egidio Sangue (direttore di FondItalia), Francesco Paolo Capone (segretario generale di UGL), Nicola Patrizi (presidente di FederTerziario), Paola Nicastro (direttore di ARPAL Umbria), Mauro Nori (segretario generale del CNEL), Michele Fina (consigliere del Ministro del Lavoro) e, in collegamento, il deputato Walter Rizzetto e leurodeputato Andrea Cozzolino.

«I fondi interprofessionali rappresentano oggi, dopo 20 anni di attività, una realtà importante e fortemente radicata sul territorio, con unimportate capacità di impegno e di spesa, e con il vantaggio di ben rappresentare sia il mondo dei lavoratori  che quello delle imprese. È per tutti questi motivi che i Fondi dovrebbero essere maggiormente coinvolti nelle politiche attive del lavoro» ha detto il direttore Egidio Sangue che, nel corso del convegno, ha annunciato la prossima creazione, da parte del Fondo, di uno strumento a disposizione di imprese e Centri per l’impiego, finalizzato a tracciare le competenze acquisite dai lavoratori nel corso dei loro percorsi professionali e formativi, con lo scopo di colmare lo scarto tra domanda e offerta di lavoro. 

Della necessità di creare «convergenze fra Fondi, Regioni e territori» ha parlato, nel suo intervento ,il presidente Francesco Franco, che ha sottolineato i numeri di FondItalia nel corso di 13 anni di attività: oltre 4.700 progetti approvati e finanziati, per un importo totale di oltre 59 milioni di euro, più di 750mila lavoratori aderenti e quasi 142mila imprese provenienti da tutti i comparti. Nel biennio 2020-202, il contributo approvato ed erogato dal Fondo è stato di oltre 22 milioni e mezzo, grazie ai due Avvisi pubblicati con lobiettivo di promuovere la crescita e la qualificazione professionale dei lavoratori a supporto dello sviluppo e dellinnovazione nelle imprese.

«Serve un nuovo patto fra capitale e lavoro» ha detto nel suo intervento il segretario generale di UGL Francesco Paolo Capone, auspicando un maggior dialogo fra le Parti Sociali che diventi finalmente «sistema». Mentre il presidente di FederTerziario, Nicola Patrizi, ha sottolineato, a proposito delle disponibilità economiche concesse dai vari canali, come in tema di politiche attive serva «mettere insieme tutti gli attori, quindi agenzie, enti di formazione, il pubblico, altrimenti c’è il rischio che tutta quella mole di risorse a disposizione non venga mai utilizzata».

FondItalia, 13 anni di attività in crescita 

Il Fondo, che in questi 13 anni di attività (2009-2021) è cresciuto costantemente, si conferma il punto di riferimento per le microimprese (da 1 a 9 dipendenti), che costituiscono l89% delle imprese aderenti, in prevalenza localizzate nel Sud e nelle Isole (65%) e provenienti da settori diversi. Oltre 4.700 i progetti approvati e finanziati dal 2009, per un importo totale di oltre 59 milioni di euro, ladesione di più di 750mila lavoratori e di quasi 142mila imprese provenienti da tutti i comparti. 

Commercio, costruzioni e hospitality i settori più rappresentati in FondItalia

Anche la distribuzione delle imprese aderenti al Fondo mostra una sostanziale stabilità nel tempo: in evidenza, per quanto riguarda le imprese, quello del commercio allingrosso e al dettaglio (25%), quello delle costruzioni (14%), quello alberghiero e della ristorazione (13%) e quello delle attività manifatturiere (12%). Tra i settori più rappresentati, per quanto riguarda il numero di lavoratori, si evidenziano i medesimi, anche se con ordine e percentuali leggermente differenti: commercio allingrosso e al dettaglio (19%), quello delle attività manifatturiere (16%), quello alberghiero e della ristorazione (11%) e quello delle costruzioni (10%).

FondItalia attrae nuove imprese 

Soprattutto grazie allattività promozionale svolta a livello locale dalle Articolazione Territoriali, si conferma la capacità di FondItalia di raggiungere bacini di utenza sinora esclusi dalle opportunità di formazione finanziata: il 75% delle imprese e il 60% dei lavoratori attualmente aderenti a FondItalia, infatti, non risulta provenire da altri Fondi.

Il biennio 2020-2021

Di oltre 22 milioni e mezzo il contributo approvato ed erogato dal Fondo nel biennio 2020-2021, grazie ai due Avvisi pubblicati con lobiettivo di promuovere la crescita e la qualificazione professionale dei lavoratori a supporto dello sviluppo e dellinnovazione nelle imprese. Fra le tematiche prioritarie della formazione finanziata: ladozione di nuovi modelli di gestione aziendale, le competenze linguistiche, la green economy e il supporto allinternazionalizzazione.

Lombardia, Puglia e Lazio le regioni da cui provengono le imprese con più finanziamenti

Lombardia, Puglia e Lazio le Regioni con il maggior numero di imprese che hanno beneficiato di attività formative finanziate dal Fondo. Commercio, manifattura, costruzioni e sanità i comparti di provenienza delle imprese e dei lavoratori interessati dall’attività formativa.

Gli uomini si formano di più rispetto alle donne

Ancora a prevalenza maschile la platea dei lavoratori destinatari dell’attività formativa (oltre il 60% per entrambi gli Avvisi 2020 e 2021), con cittadinanza italiana (85% per entrambi gli Avvisi), di età media, compresa tra i 40 ed i 49 anni (29% per entrambi gli Avvisi), con diploma di scuola media superiore (39% la media tra i due Avvisi). 

Formazione in aula prevalente, ma cresce la modalità a distanza

Per quanto riguarda le modalità formative favorite nellambito dei Progetti finanziati mediante i 2 Avvisi 2020 e 2021, la formazione daula è stata prevalente con, rispettivamente, il 63% e il 54%. Da sottolineare però una crescita di 9 punti percentuali della modalità a distanza (35% nel 2020 e 44% nel 2021), come conseguenza dellemergenza sanitaria e di un nuovo approccio del mondo del lavoro allutilizzo degli strumenti digitali sia in ambito lavorativo che professionale. 

«Che la formazione costante e continua sia percepita dalle imprese come strumento fondamentale per la ripresa economica del Paese lo dicono i numeri: nel biennio della pandemia, sono stati approvati oltre 1.400 progetti formativi, con una tendenza alla crescita rispetto al quinquennio precedente – sottolinea Egidio Sangue, direttore e vicepresidente di FondItalia –. Lindagine condotta dallInapp nel 2021, che ha certificato che un italiano su due ha competenze obsolete e che solamente il 25% fa formazione, evidenzia che i margini di intervento sono ancora molto ampi. Inoltre, laccelerazione di digitalizzazione, automazione, riorganizzazione delle mansioni, frutto della pandemia e della crisi economico-sociale derivata, e limpegno relativo allindirizzo e alla gestione di grandi risorse economiche – PNRR, GOL – hanno messo in evidenza come limplementazione di un sistema per le politiche attive sia oggi fra le più urgenti priorità del Paese. Dobbiamo partire da qui e dalle grandi opportunità che ci attendono sul piano economico e degli investimenti per realizzare politiche attive che possano concretamente realizzare unidea di lavoro dignitoso e sicuro di cui lintero Paese ha bisogno e necessita» conclude Sangue.

Il Turismo ha bisogno di lavoratori. Il progetto di FederTerziario per ridurre il mismatch fra domani e offerta

Nonostante le incertezze legate alle conseguenze della guerra in Ucraina, che sta comportando una salita dei costi di energia e materie prime, le imprese a maggio 2022 hanno in programma oltre 444mila assunzioni. 

È   quanto emerge dallo scenario delineato dal Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal, che elabora le previsioni occupazionali di maggio. 

A fronte di un calo della domanda di lavoratori nel settore manifatturiero e in quello delle costruzioni (rispettivamente, -18,8% e -27,5% rispetto ad un anno fa), cresce invece la richiesta di lavoratori nei servizi (+31,5% rispetto a maggio dello scorso anno), trainati soprattutto dalla ripresa della filiera turistica. Aumentano anche le occasioni di lavoro offerte dal settore dei servizi, con 345mila ingressi programmati. È il comparto dei servizi di alloggio, ristorazione e dei servizi turistici a esprimere la domanda più significativa con circa 105mila entrate programmate. 

In generale, lo scenario offerto dal Bollettino del Sistema informativo Excelsior conferma come elevato il mismatch tra domanda e offerta di lavoro: sono difficili da reperire il 38,3% dei lavoratori ricercati, difficoltà riconducibile prevalentemente alla mancanza di candidati. 

Studenti siciliani a lavoro nelle strutture alberghiere dell’Alto Adige 

Proprio nel settore Turismo, FederTerziario – promotore di FondItalia insieme a Ugl – ha firmato unintesa con HGV, Unione Albergatori e Pubblici Esercenti, che unisce 4.500 imprese del settore turistico-alberghiero della Provincia di Bolzano, e che darà la possibilità a circa 80 studenti siciliani di lavorare e specializzarsi nelle strutture alberghiere altoatesine, con il contributo della Regione siciliana che si farà carico delle spese di mobilità. Laccordo, firmato lo scorso febbraio, è stato ufficialmente presentato il 22 aprile 2022 a Monreale (Palermo). 

«Abbiamo lavorato per stimolare un utilizzo innovativo degli strumenti di politica attiva, unendo gli strumenti classici della formazione alla mobilità governata per attuare concretamente il meccanismo di incontro tra domanda e offerta di lavoro», commenta il Presidente di FederTerziario Nicola Patrizi. 

È il primo caso in Italia di collocamento privato per diplomati e diplomandi dei corsi OIF (obbligo di istruzione e formazione) erogati dagli enti di formazione operanti in Sicilia e aderenti a FederTerziario.

«Confidiamo nel fatto che questo progetto pilota possa crescere e svilupparsi nella giusta direzione – spiega il Segretario Generale di FederTerziario Alessandro Franco – coinvolgendo sempre più ragazzi siciliani, e che possa diventare anche un punto di riferimento per altre regioni che vogliono ragionare nel solco da noi avviato per sfruttare al massimo le potenzialità di aree del Paese che vivono spesso esigenze completamente differenti. Decisivo, inoltre, lapporto delle istituzioni e, in particolare, della Regione siciliana che è parte integrante del partenariato pubblico-privato». 

L’Italia tra rischi potenziali e rischi effettivi di automazione del lavoro

Il timore di una sostituzione del lavoro umano con le macchine è antico quanto la rivoluzione industriale. Gli economisti si sono sempre divisi sui rischi effettivi per i lavoratori, a partire da Ricardo e Keynes, il quale formulò la tesi della “disoccupazione tecnologica”.

Negli ultimi anni il timore è cresciuto, in conseguenza della robotizzazione e dello sviluppo di tecnologie digitali sempre più intelligenti.

Alcuni studiosi, come ad esempio Erik Brynjolfsson, Andrew McAfee, Daron Acemoglu, Pasqual Restrepo, oppure il gruppo di ricerca afferente al McKinsey Global Institute, ritengono che il progresso tecnologico sarà sempre più rapido, determinando grandi aumenti di produttività e un rischio di disoccupazione elevato. Altri, come Robert J. Gordon, Lawrence H. Summers o Philippe Aghion, sostengono che nei fatti i lavoratori fronteggeranno un rischio di sostituzione modesto.

 

In questo dibattito si inserisce l’indagine di Mariasole Bannò, Emilia Filippi e Sandro Trento Rischi di automazione delle occupazioni: una stima per l’Italia, pubblicato sul fascicolo di dicembre 2021 della rivista quadrimestrale “Stato e mercato”.

L’indagine contiene diversi elementi di interesse rispetto ad altre analisi sul tema. In primo luogo, utilizza sia l’occupation-based approach, che intende indagare il pericolo di automazione delle professioni, sia il task-based approach, che si focalizza invece sulle attività soggette ad automazione.

In secondo luogo, effettua una stima del potenziale di automazione, accompagnandolo però a considerazioni in merito ai rischi effettivi di sostituzione del lavoro umano, che sono collegati alle specificità della struttura economica e del contesto italiano.

Infine, gli autori dell’indagine avanzano alcune proposte per attenuare gli effetti della transizione tecnologica e organizzativa del lavoro.

 

Passando ai risultati dello studio, secondo l’occupation-based approach, il 33,2% dei lavoratori italiani (pari a 7,12 milioni di addetti) presenta un alto rischio di automazione. In base, invece, al task-based approach, la percentuale scende al 18,1% (3,87 milioni di addetti).

I due approcci evidenziano risultati differenti perché anche le occupazioni, che secondo l’occupation-based approach presentano una probabilità di automazione elevata, sono comunque composte da attività lavorative difficilmente automatizzabili.

Nel complesso, si tratta di percentuali più alte rispetto ad altri Paesi europei, a causa del diverso stadio di introduzione delle nuove tecnologie. I Paesi che le hanno adottate per prime presentano oggi un rischio di automazione più basso rispetto all’Italia che, da questo punto di vista, registra un ritardo.

 

Secondo l’indagine, le professioni che presentano una probabilità di automazione alta sono quelle che richiedono la realizzazione di un numero elevato di attività di routine, quali, ad esempio, lo scambio di informazioni, la vendita e le attività manuali. Riguardano il settore dei trasporti e la logistica, il supporto d’ufficio e amministrativo, la produzione, il settore dei servizi e il settore della vendita.

Le professioni con una probabilità di automazione bassa presentano invece livelli elevati di percezione, manipolazione, intelligenza creativa e intelligenza sociale. Riguardano i settori del management e della finanza, l’ambito legale, l’istruzione, l’assistenza sanitaria e l’arte. Sono professioni che richiedono un livello di istruzione elevato e sono caratterizzate da aspetti prettamente “umani”, quali la creatività, l’adattamento, la gestione delle relazioni interpersonali, la formazione, la collaborazione con altre persone.

 

L’indagine mostra una relazione positiva tra competenze e salario. Le professioni che presentano una probabilità di automazione bassa (inferiore al 30%) impiegano in genere lavoratori con un alto livello di competenze, retribuiti con salari elevati (ad esempio medici, avvocati, ingegneri, professori). Quelle che invece presentano una probabilità di automazione alta (superiore al 70%) impiegano in genere lavoratori con un basso livello di competenze e con retribuzioni inferiori (ad esempio addetti alla gestione di magazzini, commessi delle vendite, centralinisti, cassieri).

Figurano comunque delle eccezioni, legate a professioni con una bassa probabilità di automazione, dove sono impiegati lavoratori low-skilled (ad esempio fotografi, sarti, idraulici, parrucchieri e camerieri). Così come esistono professioni che presentano una probabilità di automazione alta ma che impiegano lavoratori middle-skilled o high-skilled, con salari medio-alti (contabili, fiscalisti, addetti alle buste paga). Si tratta di eccezioni collegate alla diversa capacità della tecnologia di automatizzare le attività lavorative e alla presenza, o meno, dei cosiddetti “colli di bottiglia”, vale a dire attività o funzioni non automatizzabili.

 

Gli uomini registrano un rischio maggiore di automazione rispetto alle donne. Si tratta di un risultato determinato dal fatto che in Italia l’occupazione femminile è maggiore in settori nei quali meno elevato è l’impiego di robot e altri macchinari di automazione, come i servizi di cura della persona o la sanità.

 

Gli autori dell’indagine ritengono che il rischio di automazione effettiva in Italia sia comunque inferiore rispetto alle percentuali calcolate, soprattutto a causa di un tessuto economico caratterizzato dalla presenza di numerose imprese di piccole dimensioni o a controllo familiare. Ciò determina una ridotta capacità di investimento nell’adozione di nuove tecnologie. Ma queste imprese si contraddistinguono anche per una particolare attenzione al lavoratore, preferendo una “ridefinizione” della sua figura professionale piuttosto che la sostituzione.
Infine, l’adozione di tecnologie di automazione determina cambiamenti rilevanti nella struttura organizzativa, nella ridefinizione dei ruoli e dei processi o nel grado di delega decisionale. Fattori che non tutte le imprese, in particolare quelle piccole o a struttura familiare, sono in grado di affrontare.

 

Per compensare la perdita di posti di lavoro, gli autori dell’indagine suggeriscono di adottare politiche di sostegno ai settori nei quali è probabile che il lavoro umano continui ad essere centrale, come i servizi alla persona, il turismo, la sanità e l’istruzione. Oppure stimolare la nascita di nuove imprenditorialità nei settori legati alle nuove tecnologie.

Infine, invitano ad investire sulla formazione dei lavoratori, ma prendendo atto di una grande differenza rispetto al passato. Non è più sufficiente aumentare gli investimenti in istruzione, dal momento che i progressi tecnologici come il machine learning e l’intelligenza artificiale consentono di rimpiazzare anche lavoratori molto qualificati. Occorre accompagnare i lavoratori sia nella fase di ingresso nel mercato del lavoro, sia durante tutta la loro vita lavorativa, aggiungendo alle capacità tecniche, altre capacità prettamente “umane” e non automatizzabili, quali la creatività, l’attitudine al problem-solving, le capacità sociali e relazionali. A tal proposito, l’indagine si conclude proponendo la progettazione di un vero sistema di formazione che parta dalle relazioni scuola-lavoro e dall’apprendistato per poi offrire opportunità di riqualificazione o di potenziamento delle competenze per gli adulti.

L’occupazione cresce. Ma secondo il Rapporto Censis-UGL le retribuzioni non sono sufficienti

Loccupazione nel nostro paese cresce, ma le retribuzioni non sono adeguate. 

Secondo i rilevamenti Istat, infatti, a marzo il tasso di occupazione si è attestato al 59,9%, con il tasso di disoccupazione che è tornato sui livelli del 2010 all’8,3%, mentre quello di inattività si è riportato al livello prepandemico con un 34,5%. Rispetto a un anno fa, la crescita del numero di occupati è pari a 800mila unità: in oltre la metà dei casi si tratta di dipendenti a termine, la cui stima raggiunge così quota 3 milioni e 150 mila, il valore più alto dal 1977.

Rapporto Censis-UGL: per il 64% dei lavoratori retribuzione non adeguata

Tuttavia, a fronte di un aumento del numero dei lavoratori attivi, per il 64,3% dei lavoratori la propria retribuzione non è adeguata al costo della vita. Il 10,4% dei lavoratori dipendenti è sottopagato. Il 19,8% è impiegato part-time, mentre lavora in remote il 52% degli occupati. Il 65,9% richiede formazione per la sicurezza informatica. Sono solo alcuni dei dati che emergono dal Rapporto Censis-UGL Tra nuove disuguaglianze e lavoro che cambia: quel che attende i lavoratori” presentato a fine aprile 2022. 

Il mercato del lavoro è sempre più ostico per giovani, donne, migranti e lavoratori meno qualificati. Nella percezione collettiva sono aumentate le disparità e il lavoro è diventato epicentro di contraddizioni. Da un lato, le nuove opportunità legate al remote working e al digitale, dallaltro la precarietà che diventa condizione strutturale di lungo periodo. Per il 93,3% degli occupati serve più attenzione per le condizioni dei lavoratori, mentre per il 64,9% dei giovani il lavoro è solo un mezzo per avere reddito da spendere in attività diverse.

Per il 64,3% dei lavoratori la propria retribuzione non è adeguata al costo della vita. Del resto, nel 2010-2020 le retribuzioni lorde dei lavoratori italiani sono diminuite dell8,3%.I giovani fino a 29 anni guadagnano il 40% in meno dei lavoratori over 55, mentre le donne il 37% in meno dei maschi. Chi ha un contratto a tempo determinato è il 32% in meno di chi è a tempo indeterminato. Chi lavora nel mezzogiorno guadagna il 28% in meno di chi risiede nel Nord-Ovest. Il 10,4% dei lavoratori dipendenti, poi, è sottopagato, cioè può contare su una retribuzione mensile inferiore ai valori soglia di 953 euro per il full-time, di 533 euro per il part-time.

La formazione è considerata essenziale dai lavoratori per fronteggiare le disparità crescenti: il 67,8% degli occupati teme nuove e più ampie disuguaglianze a causa della diversità di competenze digitali. Inoltre, l84% dei lavoratori vuole supporto su aspetti specifici del proprio lavoro, dalle competenze alle tecnologie utilizzate. Infine, il 65,9% richiede formazione per la sicurezza informatica.

Secondo Paolo Capone, segretario generale dellUGL, il mondo del lavoro, negli ultimi anni, è cambiato molto, spesso acuendo disuguaglianze e criticità, anche a livello sociale. Dalla politica sono giunte risposte finora poco incisive e lungimiranti, penalizzate anche da un biennio di crisi e di emergenza continua dovuta alla pandemia, che ha accentuato precarietà e polarizzazione del mercato del lavoro. Queste tematiche emergono con chiarezza dal Rapporto CENSIS-UGL, con il quale abbiamo voluto sottolineare non solo le trasformazioni in atto, ma soprattutto le condizioni dei lavoratori, in molti casi sottopagati, bisognosi di più formazione professionale, con scarse tutele. Occorre, quindi, invertire al più presto la rotta. Il lavoro deve tornare a svolgere il suo ruolo di realizzazione personale e sociale e, soprattutto nei momenti di crisi, sostenuto con un welfare dignitoso”.

Ricerca Svimez: gap salariale fra nord e sud 

Sul gap fra livelli di retribuzione fra, da una parte lavoratori del nord e del sud, e dellaltra fra uomini e donne, insiste uno studio Svimez pubblicato anchesso a fine aprile. Svimez rileva che un co.co.co meridionale incassa la metà degli altri italiani, i dipendenti privati il 35% in meno. La retribuzione annua di un dipendente è di 15 mila euro al Sud contro i 22 mila del Nord (sotto di un terzo). Per le donne va anche peggio perché hanno il doppio gap, di territorio e di genere: guadagnano meno degli uomini (il 27% in media nazionale) e ancora meno se al Sud.

Imprese innovative crescono, ma il Sud resta indietro su Industria 4.0

In Italia crescono le start up e le Pmi innovative nel settore dellInformation and Communication Technologies.

Secondo quanto riportato da un report prodotto da Anitec-Assinform, lAssociazione di Confindustria che raggruppa le principali aziende dellIct e InfoCamere, ad aprile 2022 le aziende del settore sono 8.169, cresciute di oltre il 22% rispetto al dato di marzo 2021. A guidare la classifica c’è la Lombardia, con una concentrazione di start up e Pmi in ambito Ict del 29,7%, seguita dal Lazio con il 13,8%. 

I dati aggiornati allo scorso aprile sono stati presentati nel corso dellevento Innovare per crescere: analisi demografica delle Startup e PMI Innovative nel settore Ict”.

Transizione 4.0: il Sud è in ritardo

Una buona notizia, dunque, sul fronte della crescita del grado di tecnologia del sistema delle imprese del nostro Paese, cui se ne aggiunge però una negativa: il Sud resta indietro sul fronte dellIndustria 4.0, secondo quanto emerso dalla “Prima relazione sul rispetto del vincolo di destinazione al Sud di almeno il 40% delle risorse del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza allocabili territorialmente”. Una stima elaborata sugli ultimi 14 mesi di andamento dei crediti di imposta mette in luce come solo il 19,4% delle risorse è assorbito da imprese del Mezzogiorno. Secondo il Dipartimento per le politiche di coesione, che ha curato il documento, emerge «chiaramente come le misure di credito dimposta interessate siano caratterizzate da una distribuzione territoriale delle domande penalizzante per il Mezzogiorno e oggettivamente non compatibile con il soddisfacimento del requisito della clausola del 40%».

Agevolazioni per investimenti sostenibili: via alle domande

Intanto da mercoledì 4 maggio 2022 è possibile compilare le domande per le agevolazioni MISE per le PMI per gli investimenti sostenibili 4.0 e successivamente bisognerà provvedere all’invio. Le risorse complessive a disposizione ammontano a 678 milioni per finanziamenti garantiti dal programma d’investimento europeo React-Eu e dai fondi di coesione. Gli investimenti innovativi dovranno essere legati a: tecnologie 4.0; economia circolare; risparmio energetico; trasformazione digitale e sostenibile di attività manifatturiere.

Lavoro fisso in ufficio? No grazie. Il futuro è ibrido

Due lavoratori su tre sono disposti a cercare un nuovo lavoro se costretti inutilmente a tornare in ufficio a tempo pieno. È quanto emerge da uno studio condotto da Adp, società che si occupa di payroll e soluzioni di gestione del capitale umano, che ha condotto un sondaggio su 33mila lavoratori in tutto il mondo. La richiesta dei dipendenti è chiara: flessibilità sullorario e sul luogo di lavoro. 

Dal marzo 2020, le priorità sono cambiate. Le persone non sono più disposte a sacrificare tempo e stile di vita sullaltare delle aziende. Il fenomeno della Great Resignation è reale e non pare abbia alcuna voglia di sparire da un giorno allaltro. Le imprese hanno davanti scelte difficili: cambiare la cultura del lavoro o rischiare di perdere i propri talenti, attratti da nuove sfide lavorative più in linea con le attuali esigenze. 

Il 2022 Work Trend Index di Microsoft

La ricerca di Adp è confortata, oltre che dai dati  – nel 2021 in Italia il tasso di dimissioni volontarie ha superato il 3 per cento nel quarto trimestre dellanno passato – anche dal report 2022 Work Trend Index prodotto da Microsoft, che ha coinvolto 31.000 intervistati in 31 paesi e ha analizzato trilioni di segnali di produttività in Microsoft 365 e tendenze del lavoro su LinkedIn” e che segnala alcuni punti caldi che i business leader devono tenere in considerazione.

I dipendenti hanno un nuovo standard di tolleranza

Rispetto a prima della pandemia, il 53% dei lavoratori è più propenso a dare la priorità alla salute e al benessere rispetto al lavoro. E il 52% dei lavoratori della Generazione Z (nati dal 1995) e i Millennials (nati fra il 1980 e il 1994) prenderà probabilmente in considerazione la possibilità di cambiare datore di lavoro nel 2022.

I manager si sentono incastrati tra la leadership e le aspettative dei dipendenti

Oltre la metà dei manager (54%) ritiene che la leadership della propria azienda non sia in contatto con le aspettative dei dipendenti. E il 74% afferma di non avere l’influenza o le risorse necessarie per apportare modifiche per conto del proprio team.

I leader devono fare in modo che essere presenti in ufficio valga la scocciatura del pendolarismo

Più di un terzo (38%) dei dipendenti ibridi afferma che la loro più grande sfida è sapere quando e perché andare in ufficio. Eppure poche aziende (solo il 28%) hanno stabilito accordi per definire chiaramente le nuove norme.

Il lavoro flessibile non deve essere sinonimo di “sempre a lavoro”

La remotizzazione del lavoro ha avuto spesso come risultato un incremento del tempo trascorso a lavorare spalmato nel corso della giornata, piegando i paletti fra lavoro e vita privata.

Gli ultimi due anni hanno lasciato un’impronta duratura sul lavoro, il cui impatto si farà sentire a lungo nel futuro. I dipendenti – si legge nel report di Microsoft – apprezzano la flessibilità e questa un’opportunità per le imprese di reimmaginare l’integrazione tra lavoro e vita privata come vantaggioso per tutti. Per far funzionare il lavoro ibrido, i leader devono consentire ai manager di essere i custodi della cultura, ripensare il ruolo dell’ufficio, ricostruire il capitale sociale per una forza lavoro digital-first e creare nuove pratiche per un lavoro flessibile sostenibile. La tecnologia gioca un ruolo chiave, ma questo momento richiede una nuova mentalità”. 

Il futuro del lavoro è ibrido, ma le aziende non hanno una strategia. L’allarme nello studio “Future Of Work” di AT&T

A cura dell’Osservatorio sulle trasformazioni del lavoro e della formazione continua

 

Cosa dice lo studio

5 Punti salienti dello studio “Lo stato dell’industria: Future of Work” di AT&T e Dubber Corporation Limited

1. Il lavoro ibrido sarà il modello di lavoro principale entro il 2024, con il 56% del lavoro svolto fuori sede
2. La maggioranza delle aziende non ha una strategia dettagliata per il lavoro ibrido
3. Esiste una tensione tra ciò che i dipendenti vogliono e ciò che le aziende preferiscono
4. Il 100% degli intervistati crede che un modello di lavoro ibrido aiuterà ad attrarre giovani talenti
5. È necessario notare come siano cambiate le cose rapidamente tra pre e post pandemia

Lo studio sul futuro del lavoro dal titolo “Lo stato dell’industria: Future of Work” di AT&T e Dubber Corporation Limited coinvolge 303 imprese con sede negli Stati Uniti, in cinque settori chiave, con più di un milione di dipendenti rappresentati e in molti casi con più di 1 miliardo di dollari di fatturato.

Il sondaggio è stato rivolto in particolare ai dirigenti senior per ottenere informazioni riguardo ai modelli di lavoro attuali e futuri, alle sfide poste dai nuovi modelli di lavoro e agli strumenti tecnologici.

Dallo studio emerge che molti lavoratori si sono lamentati di essere costretti a fare il pendolare per tre ore andata e ritorno e alla fine lavorare in una postazione isolata, scoprendo che le persone con cui hanno bisogno di collaborare non sono nemmeno in ufficio.

In generale lo studio delinea il profilo di un lavoratore che corrisponde a una persona frustrata, arrabbiata per il fatto che “sta inviando e-mail e entrando e uscendo da chiamate Zoom, in ufficio, da sola, quando avrebbe potuto essere a casa, risparmiando il tempo del pendolarismo e i soldi per la benzina”.

I risultati dello studio rivelano che mentre l’ibrido è la scelta preferita da molte aziende, il 72% di queste non ha una chiara strategia di lavoro ibrido.

Alicia Dietsch, vicepresidente senior del marketing aziendale di AT&T, ha detto a proposito del sondaggio: “C’è stato un cambiamento non reversibile nel modo di fare business a causa dei vincoli imposti dal Covid-19. È chiaro che un programma di successo ora richiede una politica di lavoro ibrida, ma questa politica deve essere supportata da un reset culturale strategico tech-first, per assicurare la crescita del business e la competizione”.

Dietsch ha sottolineato che “le aziende devono chiedersi se hanno le competenze interne per raggiungere questo obiettivo o se è giunto il momento di andare oltre per raggiungere una vera strategia aziendale remota tech-first”.

La mancanza di innovazione sul posto di lavoro, la supervisione a distanza e i cambiamenti culturali sono stati identificati come tre barriere al successo del lavoro ibrido, ma gli intervistati credono che non siano insormontabili.

L’adozione in massa di nuovi modelli di lavoro ha dimostrato di essere parzialmente efficace, con il 79% delle aziende che ritengono che i dipendenti siano stati produttivi, anche se non senza sfide risultanti.

L’Intelligenza Artificiale

Gaurav Pant, cofondatore e chief insights officer di Incisiv, ha detto a proposito dell’IA e del Machine Learning: “Il Covid-19 è stato il singolo evento più trasformativo nel plasmare il futuro del lavoro. Gli atteggiamenti verso i modelli di lavoro si sono drammaticamente trasformati negli ultimi 24 mesi e il modello di lavoro ‘ibrido’ diventerà presto predefinito. Le aziende devono aggiornare il loro know-how tecnologico tra i dipendenti e avviare un reset culturale per prepararsi a questa nuova normalità“.

L’intelligenza artificiale e l’apprendimento automatico sono stati identificati come le migliori tecnologie di trasformazione nel sondaggio, con il loro valore intrinseco identificato specificamente nelle aree di formazione dei dipendenti, ricerca e apprendimento intelligente dell’impresa.

La necessità di analisi e approfondimenti più profondi, guidati dall’AI, sia sul cliente che sul dipendente, può essere realizzata estraendo e trasformando i dati da conversazioni e interazioni remote per costruire nuovi modelli di funzionamento in funzioni aziendali mirate.

“Abbiamo fatto i primi passi in un mondo ‘work-from-anywhere‘. Rimuovere i dipendenti dal posto di lavoro era necessario, ma creare distanza non lo era”, ha detto Steve McGovern, CEO di Dubber.

“La nostra tecnologia è servita direttamente dalle reti di AT&T, come parte di un servizio AT&T che permette alle aziende di catturare ogni conversazione e trasformarla in dati e condividere senza soluzione di continuità le intuizioni come desiderato. Conoscere e capire come si comportano i dipendenti e, in effetti, il loro benessere generale può avere un impatto significativo su come le aziende gestiscono questo ambiente di lavoro ibrido. Questo può essere ottenuto attraverso una visione immediata dei clienti, compresa, per esempio, l’analisi del sentiment in tempo reale. L’AI rende possibile estrarre questo vasto tesoro di informazioni”, ha aggiunto McGovern.

“Le aziende si sono mosse con urgenza per allontanare i dipendenti. Ora, devono fare lo stesso quando si tratta di distribuire gli strumenti necessari per superare la distanza. Ridurre il divario tra un’azienda e i loro clienti e dipendenti dovrebbe essere una priorità per ogni dirigente ed è disponibile direttamente dal servizio AT&T” – almeno negli Stati Uniti.

In conclusione

Lo studio “Future of Work” ha evidenziato che mentre molte aziende hanno risposto al cambiamento dei modelli di lavoro secondo necessità, questo ha portato in gran parte a soluzioni “cerotto” per abilitare il lavoro ibrido, con la maggioranza priva di una strategia dettagliata per supportarlo.

La conseguente durata nel tempo del lavoro in remoto sta ora conducendo verso un reset culturale e tecnologico nel business per il quale AI e ML saranno fondamentali nel fornire funzionalità avanzate per guidare l’innovazione e la collaborazione.

https://www.forbes.com/sites/jackkelly/2022/03/16/hybrid-will-be-the-new-work-style-but-72-of-businesses-lack-a-strategy-atts-future-of-work-study-shows/?sh=fce9dce3989d

 

Agricoltura 4.0, tecnologia e innovazione sono il futuro del settore

L’agricoltura è sempre più tech, grazie a nuove soluzioni digitali e ad attrezzature all’avanguardia. L’agricoltura 4.0 – questo il nome dell’evoluzione del settore – è il risultato dell’applicazione di una serie di innovazioni che vanno dall’automazione della raccolta fino all’analisi dei dati provenienti dai campi coltivati grazie a tecnologie in situ.

Con ottimi risultati. Secondo una ricerca svolta dall’Osservatorio Smart Agrifood della School of Management del Politecnico di Milano e del Laboratorio Rise (Research & Innovation for Smart Enterprises) dell’Università degli Studi di Brescia, negli ultimi due anni l’Agricoltura 4.0 ha continuato il percorso di crescita ed evoluzione in Italia, passando dai 540 milioni di euro di fatturato del primo semestre del 2020 agli 1,3 miliardi a fine 2020, fino ad arrivare agli 1,6 miliardi nel 2021 (+23%).

Aumenta anche la superficie coltivata con strumenti di Agricoltura 4.0 da parte delle aziende agricole, che nel 2021 ha toccato il 6% del totale, il doppio dell’anno precedente. Il 60% degli agricoltori italiani nel 2021 utilizza almeno una soluzione di Agricoltura 4.0, +4% rispetto al 2020, e oltre quattro su dieci ne utilizzano almeno due, in particolare software gestionali e sistemi di monitoraggio e controllo delle macchine. Si segnala anche la crescente attenzione ai sistemi di analisi dei dati e supporto delle decisioni, confermata dal 26% di aziende agricole che prevede investimenti in questo ambito dell’Agricoltura 4.0 per il prossimo futuro.

La crescita del mercato è trainata dagli incentivi, in particolare dalle agevolazioni dei Programmi di Sviluppo Rurale e dal Piano transizione 4.0: tre quarti delle aziende agricole hanno impiegato almeno un incentivo di Agricoltura 4.0 e l’84% sostiene che abbiano avuto un impatto determinante sulle scelte di investimento, consentendo di anticiparli (per il 44% delle aziende), di investire in più soluzioni (20%) o in una soluzione più costosa (20%). Anche se non mancano le criticità, in particolare l’eccesso di burocrazia e incentivi non del tutto mirati alle esigenze delle aziende agricole.

«L’agricoltura è un settore economico di fondamentale importante per lo sviluppo del paese – commenta Egidio Sangue, Direttore di FondItalia – e non possiamo che accogliere con favore la notizia della capacità del comparto di innovarsi e rendere la propria filiera più efficiente. In tale contesto la formazione dei lavoratori dell’agricoltura gioca un ruolo decisivo: i 6 Sportelli dell’Avviso FEMI 2022 predisposti da FondItalia consentono la programmazione a lungo termine delle attività formative ed è finalizzato a promuovere la crescita e la qualificazione professionale dei lavoratori a supporto dello sviluppo e dell’innovazione delle imprese, anche quelle agricole, oltre 5mila delle quali hanno aderito a FondItalia».

La guerra in Ucraina mette a rischio la crescita economica globale

La guerra di aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina avrà conseguenze durature sull’economia mondiale. Secondo l’’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico “i movimenti dei prezzi delle materie prime e dei mercati finanziari visti dallo scoppio della guerra potrebbero ridurre la crescita del Pil globale di oltre 1 punto percentuale nel primo anno, con una profonda recessione in Russia, e spingere l’inflazione globale dei prezzi al consumo di circa 2,5 punti percentuali”.

La valutazione, inserita all’interno di un report prodotto dall’Ocse per analizzare gli impatti e delle implicazioni politiche della guerra in Ucraina, sottolinea come il conflitto si tradurrà “in un sostanziale freno a breve termine sulla crescita globale e in pressioni inflazionistiche significativamente più forti”.

Lo scrive l’Ocse nel suo Report di valutazione degli impatti e delle implicazioni politiche della guerra in Ucraina spiegando che “la portata dell’impatto economico del conflitto è molto incerta e dipenderà in parte dalla durata della guerra e dalle risposte politiche, ma è chiaro che la guerra risulterà in un sostanziale freno a breve termine sulla crescita globale e in pressioni inflazionistiche significativamente più forti”. “La guerra – si legge nel Report – ha evidenziato chiaramente che molte economie dell’Ocse dipendono pesantemente dall’energia dei combustibili fossili con un alto rischio di shock dei prezzi e persino di carenze”, da qui “l’importanza di ridurre al minimo la dipendenza dalla Russia per le importazioni di energia”. Nel breve termine, secondo l’Ocse, “molti governi dovranno attutire il colpo dell’aumento dei prezzi dell’energia, diversificare fonti di energia e aumentare l’efficienza dove possibile”. Uno stop delle esportazioni di energia dalla Russia comporterebbe però anche “un potenziale rischio economico” il cui “impatto è difficile da quantificare, ma potrebbe essere brusco date le limitate possibilità di sostituire forniture dai mercati mondiali nel breve termine e i bassi livelli di riserve di gas”.

Draghi: Intervenire subito per aiutare famiglie e imprese

Una previsione che trova riscontro nelle dichiarazioni rilasciate dal presidente del Consiglio Mario Draghi venerdì 18 marzo dopo l’incontro con i capi di governo spagnolo Pedro Sanchez, portoghese Antonio Costa e greco Kyriakos Mitsotakis. Secondo il premier «l’invasione ucraina ha aperto un periodo di forte volatilità sui mercati delle materie prime che si è aggiunta ai rincari. Draghi ha detto di voler spingere la Commissione europea e i Paesi membri ad adottare «misure incisive» e «una gestione comune del mercato dell’energia conviene a tutti».

Confcommercio: le imprese del settore pagheranno 160% in più dell’anno scorso

I rincari legati agli aumenti dei costi energetici stanno mettendo in grande difficoltà gran parte del mondo economico italiano con un conseguente aumento dei prezzi finali di prodotti e servizi. Secondo Confcommercio, audita in Commissioni Ambiente e Attività produttive della Camera nell’ambito dell’esame del dl bollette, un aggravamento delle tensioni internazionali potrebbe comportare per le imprese del settore del commercio, della ricettività, della ristorazione una maggiore spesa energetica di quasi 30 miliardi di euro nel 2022, con un incremento di oltre il 160% rispetto al 2021. La Confederazione sottolinea che gli stessi motivi potrebbero causare 21 miliardi di extra costi per il carburante per il solo autotrasporto. Il governo italiano ha fatto sapere di essere «al lavoro per limitare l’impatto di questi rincari sulle imprese e le famiglie».