Digital transformation ed ecosostenibilità traineranno l’occupazione nel prossimo triennio

Secondo un rapporto realizzato da Unioncamere e Anpal nei prossimi cinque anni, tra il 2019 e il 2023, si creeranno più di 3 milioni di posti di lavoro in base alle richieste delle imprese e della pubblica amministrazione. La maggior parte di questi posti di lavoro riguarderà il normale turnover, ma i nuovi impieghi sono stimati tra le 352 e le 535mila unità. Sei posti di lavoro su dieci saranno riservati a laureati o diplomati, i restanti saranno per coloro che avranno una elevata specializzazione o una professione tecnica.

Posti di lavoro per laureati e diplomati

I profili più richiesti nei prossimi 5 anni saranno quelli molto specializzati e laureati nei settori: medico-sanitario (fabbisogno previsto tar le 171 e le 176mila unità), economico (152-162mila unità), ingegneria (127-136mila unità) e giuridico (98-103mila unità). Per i diplomati i settori con la maggiore richiesta di personale saranno quelli dell’amministrazione e marketing (278-301mila unità), industria e artigianato (210-235mila unità), e qui in particolare nei comparti meccanica, meccatronica ed elettrotecnica. Nella classifica anche il settore turistico con un fabbisogno futuro che si aggira tra le 79 e le 82 mila unità.

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Occupazione dati fabbisogno

Occupazione nel mondo digitale

Nel settore “digital transformation”, dove sarà maggiore la rivoluzione tecnologica, le imprese cercheranno tra i 275 e i 325 mila lavoratori che dovranno avere competenze matematiche, informatiche, digitali, social e avere una specializzazione in robotica, big data e tecnologie 4.0. Fabbisogno occupazionale anche nella filiera ecosostenibile, dove serviranno tra i 519mila e 607mila lavoratori; e poi nel comparto di salute e benessere (tra le 361mila e 407mila unità), digitale (275-325mila unità) ed education e cultura (140-149mila unità), mobilità e logistica (85-116mila unità), meccatronica e robotica (67-86 mila unità).

Il presidente di Unioncamere, Carlo Sangalli, ha sottolineato come in quadro come quello che emerge da questi dati sia sempre più importante «la scelta del percorso di studio nella vita dei giovani», per cui diventa fondamentale «fornire ai ragazzi e alle famiglie le informazioni più aggiornate sulle tendenze del mercato del lavoro e sulle professioni che offrono le migliori opportunità per il futuro».

La formazione e la conoscenza del fabbisogno occupazionale sono essenziali per ridurre il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro.

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Lavoro femminile: l’Italia ha il tasso di occupazione più basso d’Europa

L’occupazione femminile in Italia mostra dati preoccupanti se paragonati con quelli del resto d’Europa. Le donne che lavorano nel nostro paese sono ancora in numero inferiore rispetto agli uomini, per un posto di lavoro simile guadagnano di meno e se sono madri il tasso di impiego scende vertiginosamente. Quest’ultimo dato emerge da una ricerca dell’Istat, che evidenzia la difficoltà di conciliare la vita lavorativa con il prendersi cura dei figli.

I dati Eurostat sul lavoro femminile

Se si prendono in considerazione le donne tra i 15 e i 64 anni fino al 2018 risulta impiegato, dai dati Eurostat, il 56,2% contro il 68,3% nella Ue. L’Italia ha un gap di differenza tra uomini e donne di quasi 19 punti, il peggiore dopo Malta. Ma siamo indietro anche come percentuale di donne occupate in età da lavoro: 49,5%, fa peggio di noi solo la Grecia. Pur crescendo negli anni il numero delle donne impiegate, questa percentuale non raggiunge comunque i livelli della media dei paesi dell’Unione Europea.

I dati Eurostat evidenziano anche che una persona su cinque tra i 25 e i 54 anni (22,1%) è fuori dal mercato del lavoro, uno dei più alti in Europa, ma se si parla di donne la percentuale sale al 32,6%, una su tre, mentre nella Ue la media è sotto il 20%. E spesso i motivi sono familiari. Sono aumentate, invece, le donne che lavorano e che hanno un’età compresa tra i 55 e i 64 anni (dal 18,1% al 46,1%) e questo perché sono cambiate e si sono innalzate le modalità di accesso al pensionamento.

Anche i dati del secondo trimestre del 2019 mostrano un tasso di attività delle donne italiane in aumento (56,8%), ma sempre sotto la media Ue; il 43% del comporto rosa in età da lavoro è fuori dal mercato.

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Donne e madri lavoratrici

 

I dati Istat

Le donne che hanno figli faticano a conciliare il lavoro con la vita familiare. Una donna su dieci con un bambino (al sud i dati parlano di una su cinque) non ha mai lavorato, una percentuale di 11,1% mentre la media europea è di 3,6%. Un figlio, quindi, cambia la vita professionale di una donna, molto di più rispetto a quanto accade per gli uomini. Basta guardare i dati: il tasso di occupazione dei padri è dell’89,3%, mentre quello degli uomini che non abitano con i figli è dell’83,6%; quello delle mamme che lavorano è 57% quello delle donne senza figli coabitanti 72%. Un divario enorme tra uomini e donne.

Il tasso di occupazione femminile scende in base all’età dei bambini, più sono piccoli e più la percentuale è bassa. Solo il 38% delle donne ha cambiato qualcosa nella propria attività lavorativa per occuparsi dei figli, rispetto al quasi 12% dei padri. Le madri hanno richiesto un passaggio al part time o una modifica dell’orario di lavoro per andare incontro alle esigenze dei piccoli, e lo hanno potuto fare soprattutto coloro che hanno una professione qualificata o impiegatizia, più penalizzate le operaie.

I nuclei familiari che usufruiscono dei servizi (spesso considerati troppo cari, in alcuni casi sono addirittura assenti) sono meno di un terzo, il 38% conta sull’aiuto dei familiari, soprattutto nonni o amici. Sarà per tutti questi motivi che negli ultimi anni sono notevolmente aumentate le richieste dello smart working.

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Logistica: un settore in grande espansione

La logistica negli ultimi anni ha conosciuto una forte espansione, e nelle previsioni sarà anche il comparto che nei prossimi cinque anni creerà il maggior numero di posti di lavoro. A dirlo sono i numeri pubblicati da Fondazione Itl – Istituto sui Trasporti e Logistica: da 503mila dipendenti del 2011 si è passati a 634mila a fine 2018, +26% in generale e un +146% nel segmento dei corrieri. In sette anni quindi sono stati creati circa 130mila posti di lavoro, un numero molto consistente, e va considerato anche che non si tratta solo di manovratori e macchinisti, ma anche di profili manageriali.

Logistica: un comparto in buona salute

Un settore in fermento, con volumi di fatturo in costante crescita e un futuro che parla di Logistica 4.0 per la gestione automatizzata dei magazzini e del trasporto. I risultati dell’Osservatorio Contract Logistic “Gino Marchet” del Politecnico di Milano confermano il buon andamento di questo comparto per il quinto anno consecutivo. Si parla di un +0.7% del fatturato conto terzi (contact logistics), un aumento dovuto ai grandi operatori logistici e dalla logistica in outsourcing.

Logistica di magazzino

Il passaggio a una logistica 4.0

Il passaggio a una logistica 4.0 comporterà all’interno delle aziende una evoluzione delle competenze. L’innovazione dei processi richiederà un investimento sulla formazione delle persone e sulla tecnologia, ma tutto questo permetterà anche di essere pronti alle sfide che il mercato richiede. Tra le figure più richieste ci saranno: big data analyst, digital transformation manager, informatico logistico, informatico dell’automazione, innovation manager e AI specialist.

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Green economy, robot e IA: ecco il futuro del lavoro in Italia

Il futuro del lavoro in Italia è green e tecnologico. A dirlo sono due rapporti che raccontano in che direzione sta andando il nostro paese.

Un mondo del lavoro sempre più green

C’è una forte accelerazione verso la green economy, con un record nel 2019 di investimenti eco: 300mila imprese, un valore pari a 21,5%, +7,2 punti in più rispetto al 2011. I dati sono del rapporto GreenItaly 2019 della Fondazione Symbola e di Unioncamere, in collaborazione con Conai, Ecopneus e Novamont, con la partnership di Si.Camera e Ecocerved e con il patrocinio del ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.

Sono 432 mila in tutto le imprese italiane che hanno investito nel 2015-2019 in sostenibilità ed efficienza: in pratica un’azienda su tre, il 31,2% dell’imprenditoria extra agricola e il 35,8% del comparto manifatturiero hanno impiegato prodotti e tecnologie per ridurre l’impatto ambientale, risparmiare energia e contenere le emissioni di CO2. In dieci anni si è passati da 25 GW di fotovoltaico installato agli attuali 660 GW.

Un investimento nella tecnologia che ha abbassato anche i costi dell’elettricità del fotovoltaico e dell’eolico. Queste imprese sono più innovative, riescono ad avere maggiore produttività, sono più competitive sul mercato europeo. Aumenta anche il numero dei lavori “green” con un livello di occupazione in netta crescita. Ad investire nella sostenibilità sono maggiormente le aziende con dirigenti under 35 (47% contro il 23% di imprese guidate da over 35)

L’Italia viaggia spedita verso una leadership europea proprio grazie a queste imprese green (incluse Pmi) che ne migliorano il sistema produttivo e le performance ambientali. Il nostro paese, infatti, risulta tra i più efficienti nella riduzione dei rifiuti, soprattutto in riferimento alle imprese spagnole, britanniche e francesi. Aumentano anche i brevetti green in Italia.

Imprese green

Il salto di qualità con robot e IA

Le industrie green sono anche altamente tecnologiche. Un legame forte, perché proprio le continue innovazioni permettono di ridurre consumi e migliorare l’efficienza industriale e lavorativa. E se ancora una buona percentuale pensa che robot e IA toglieranno dei posti di lavoro (70%), manifestando quindi sentimenti di paura e preoccupazione, più del 90% del campione intervistato sostiene che le nuove tecnologie hanno portato negli anni a scoperte e risultati impensabili e che contribuiscono a migliorare la qualità della vita (87%). I dati sono dell’ultimo rapporto di Aidp-Lablaw 2019 a cura di BVA Doxa “Robot, Intelligenza artificiale e lavoro in Italia”.

Dal sondaggio è emerso che le macchine potranno aiutare l’uomo nello svolgimento delle attività lavorative più faticose e pericolose, ma l’89% è convinto che i robot non potranno mai del tutto sostituire l’uomo nel lavoro. Per cogliere, però, tutti i possibili benefici della tecnologia servono leggi per regolamentare la materia (lo pensa il 92% del campione).

Dai dati del rapporto è emerso anche che l’italiano 4.0 è un giovane under 35, con un titolo di studio elevato, che abita al Sud o alle Isole. È innegabile, comunque, che quasi tutto il campione intervistato abbia interesse e curiosità verso il mondo della robotica. Tra i settori citati per l’utilizzo delle tecnologie ci sono quello manifatturiero, automobilistico, logistica, trasporti, medicina ma anche i servizi alla persona. Mentre oltre il 40% non vorrebbe la robotica nell’istruzione, quando invece risulta fondamentale alla luce dei dati emersi che la formazione tecnologia è necessaria per avere personale formato e da inserire nel mondo del lavoro.

Solo una minima parte ha un atteggiamento negativo verso la robotica, visto ormai l’uso quotidiano di qualsiasi forma di tecnologia (utilizzato da oltre il 40% degli intervistati). Sta diventando una necessità inderogabile acquisire le giuste competenze per cogliere tutte le future opportunità.

 

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Il futuro delle formazione continua. Osservatorio FondItalia

Si terrà giovedì 28 novembre, dalle ore 14.30 alle ore 17.30, a Roma presso la Casa dei Cavalieri di Rodi, l’evento “Il futuro della formazione continua. Osservatorio FondItalia”.

FondItalia: passato, presente e futuro

Un’occasione importante per fare il punto sul Fondo Interprofessionale che ha compiuto 10 anni di attività, diventando un punto di riferimento per le imprese, soprattutto piccole e micro.

Un bilancio su ciò che è stato fatto, ma anche sulle prospettive future di crescita, per continuare a promuovere la formazione dei lavoratori, in un’ottica di continuo aggiornamento e di partecipazione all’importante processo di digitalizzazione in atto.

L’evento offrirà anche l’opportunità per presentare la proposta dell’Osservatorio FondItalia che, grazie alla sinergia di Parti Sociali, università ed enti di ricerca, consentirà al Fondo di elaborare nuove opportunità per le imprese ed i lavoratori il più possibile pertinenti con le loro esigenze formative e di sviluppo.

Il programma del convegno “Il futuro delle formazione continua. Osservatorio FondItalia”

Ad aprire l’importante appuntamento sarà il presidente di FondItalia Francesco Franco, insieme al segretario nazionale UGL Francesco Paolo Capone e al presidente di FederTerziario Nicola Patrizi.

I primi interventi in programma saranno quelli del ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Nunzia Catalfo e di Raffaele Ieva (Anpal) dal titolo “Il ruolo della formazione continua nelle Politiche attive per il lavoro”. A seguire la “Presentazione del Rapporto FondItalia 2019” a cura del direttore del Fondo Egidio Sangue; terzo intervento in programma “Raccontare FondItalia” con l’introduzione del direttore di FederTerziario Alessandro Franco.

A chiudere l’evento saranno gli interventi di Francesco Dandolo (Università Federico Ii di Napoli), Lelio Iapadre (Università degli Studi dell’Aquila), Matilde Bini (Università Europea di Roma) e Giampaolo Basile (Università Mercatorum) sul tema “Il futuro della formazione continua. Il programma Osservatorio FondItalia”. Modera il convegno il giornalista economico Massimo Maria Amorosini.

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Le sei figure professionali del futuro e le competenze 4.0 secondo il World Manufacturing Forum

Qual è il lavoro del futuro? Potrebbe sembrare una domanda da un milione di dollari, eppure il World Manufacturing Forum (l’evento organizzato a fine settembre da Confindustria Lombardia, IMS, Politecnico di Milano, con il sostegno della Regione Lombardia) ha già provato a dare una risposta. Facendo un’analisi ben strutturata, il WMF si è concentrato sulle competenze 4.0 e su quello che il mondo potrà offrire in campo professionale ai giovani di oggi e di domani.

Le professioni del futuro secondo il World Manufacturing Forum

Entro il 2030, un futuro quindi non molto distante da oggi, le sei figure professionali vincenti saranno: manager dell’etica digitale, ingegnere 4.0 in versione lean, esperto di big data, esperto nella robotica collaborativa, IT integration manager e consulente digitale. Professioni che prenderanno il posto di lavoro molto più manuali, ma per le quali servirà formare il personale.

L’investimento più importante sarà quindi sulla formazione e il know-how, dando a tutti la possibilità di sviluppare abilità ritenute fondamentali per questi tipi di lavori. Oltre a una generale preparazione digitale e alla capacità di risolvere situazione complesse, sarà importante imparare nuove tecnologie e credere nel lavoro di squadra.

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La formazione continua per le competenze 4.0

L’accelerazione tecnologica pone come primo obiettivo per ogni azienda la possibilità di dover aggiornare il proprio personale in maniera continua per evitare che ogni lavoratore si ritrovi ad avere una serie di conoscenze troppo obsolete rispetto al momento che vive.

Tra le 10 competenze del futuro, il WMF inserisce:

  • alfabetizzazione digitale
  • capacità di utilizzare e progettare nuove soluzioni di analisi dei dati
  • risoluzione di problemi in ​​tempi rapidi
  • forte mentalità imprenditoriale
  • capacità di lavorare in modo sicuro ed efficace con le nuove tecnologie
  • mentalità interculturale e disciplinare
  • sicurezza informatica, privacy e consapevolezza dei dati/informazioni
  • capacità di gestire la crescente complessità di molteplici compiti simultanei
  • competenze di comunicazione attraverso diverse piattaforme e tecnologie
  • apertura mentale verso il cambiamento e capacità di trasferire le proprie conoscenze.

«Nel mezzo della quarta rivoluzione industriale – ha sottolineato il presidente della Fondazione WMF Alberto Ribolla – per completare il cambiamento focalizzato sulle persone, dobbiamo governare il percorso garantendo la compatibilità tra tre fattori fondamentali per il futuro delle nostre società: economico, sociale e ambientale. Non c’è vera prosperità se gli indicatori economici crescono a spese dell’ambiente, delle risorse naturali e dei territori. E non c’è futuro se l’industria non inizia a condividere la prosperità all’interno delle nostre società in modo non dogmatico».

Ad aiutare, inoltre, le piccole e medie aziende a diventare più digitali è da poco nato anche il servizio di “Digital Mentoring”. Un network di professionisti, manager e imprenditori che hanno competenze nel campo delle tecnologie impresa 4.0, e le mettono a disposizione delle società per indirizzarle verso la digitalizzazione 4.0.

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Piano industria 4.0: cosa succederà nel 2020? Le agevolazioni per le imprese nella nuova Legge di Bilancio

Confermate le agevolazioni fiscali come iperammortamento, superammortamento, bonus ricerca e sviluppo, credito d’imposta formazione anche nella nuova Legge di Bilancio, presentata in Parlamento a metà ottobre e inviata all’UE. Il documento finanziario entrerà in vigore il 1° gennaio 2020, ma dovrà essere approvato in via definitiva dalle Camere entro il 31 dicembre 2019.

Le agevolazioni per le imprese

Il Governo con questa proroga del Piano Industria 4.0 continua ad incentivare le aziende per quanto riguarda l’ammodernamento dei beni strumentali, ma anche la formazione digitale dei dipendenti. Le aziende finora hanno potuto investire in innovazioni tecnologiche, ottenendo anche degli effetti benefici sul mercato. Una strada importante questa tracciata dal Piano Industria 4.0 che dà alle imprese la possibilità di usufruire di una serie di bonus fiscali per lo sviluppo digitale, proiettandosi quindi verso la quarta rivoluzione industriale.

L’iperammortamento, in particolare, favorisce l’investimento a una produzione sempre più automatizzata e iperconnessa (al 270% per gli investimenti fino a 2,5 milioni di euro, al 200% fino a 10 milioni di euro e al 150% fino a 20 milioni); il superammortamento invece prevede maggioranze del 30% sull’acquisto di beni strumentali nuovi. Il bonus formazione è invece riferito agli investimenti per il personale (credito d’imposta al 40% fino a 300mila euro); infine ricerca e sviluppo con un credito d’imposta dal 25 al 50%, fino a un tetto di 10 milioni di euro. Nella nuova Legge di Bilancio 2020 ci saranno anche delle agevolazioni per andare incontro alle Pmi.

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Le novità della Legge di Bilancio 2020

Il Governo ha deciso di continuare a incentivare il Piano Industria 4.0 per stimolare le imprese a nuovi investimenti. Le novità inserire e che attendono l’approvazione riguardano: il piano strutturale per il Mezzogiorno; e il patto verde (Green new deal) per investimenti sostenibili;. Per andare incontro ai lavoratori è previsto, invece, un piano strategico di prevenzione infortuni e malattie professionali, leggi sulla parità di genere nelle retribuzioni e sull’equo compenso.

La situazione delle imprese 4-0

L’ultimo rapporto Mise sulla diffusione delle imprese 4.0 pubblicato nel luglio 2018 evidenziava un quadro in cui:

– l’8,4% delle imprese utilizza almeno una delle tecnologie considerate

– il 4,7% delle imprese ha in programma investimenti specifici nel prossimo triennio

– l’86,9% del totale imprese sono “tradizionali”, non utilizza tecnologie 4.0 e né ha in programma interventi futuri.

La diffusione delle tecnologie 4.0 è maggiore nel centro-nord (9,2%) rispetto al Mezzogiorno (6,1%).

schema imprese 4.0

Entrando nel dettaglio delle tecnologie utilizzate:

  • il 48% circa delle imprese 4.0 utilizza solo le tecnologie di gestione dei dati
  • il 36% è attivo sia nelle tecnologie che riguardano il processo produttivo in senso stretto sia nella gestione dei dati.
  • Il 16% utilizza esclusivamente le tecnologie produttive.

Ovviamente più le aziende hanno un numero di dipendenti crescete e più riescono a fruttare tecnologie differenti.

Nel triennio che stiamo vivendo il 10% delle imprese prevede un intervento nel prossimo triennio e di queste almeno il 3,7% implementerebbe 4 o più tecnologie. Inoltre più aumenta il numero dei dipendenti e più la percentuale di investimento aumenta. Solo le imprese meridionali mostrano un divario negativo per gli impegni futuri.

schema imprese tecnologia 4.0

Smart working da sviluppare: quali aziende lo fanno e come funziona

Negli ultimi anni si è diffuso il modello organizzativo dello smart working o lavoro agile (L. n. 81/2017, artt. 18-23), che non è semplicemente l’attività lavorativa svolta da casa o comunque da un ambiente esterno all’azienda stessa, ma una modalità di lavoro che, pur non avendo vincoli di luogo e di orario, individua obiettivi ben precisi per i lavoratori.

I dati e i vantaggi dello smart working

Una recente ricerca dell’Osservatorio Smart Working (ripogrtata dal portale Digital4HR) parla di una modalità lavorativa in forte ascesa: dai 480mila smart worker del 2018 (56% delle grandi imprese, 8% delle PA e 8% delle PMI) si è passati ai 570mila del 2019 registrando un +20% (con il 58% delle grandi imprese, 16% delle PA e il 12% delle PMI). Inoltre il lavoro agile riduce l’assenteismo, migliora la qualità di vita del lavoratore (stress e tempo degli spostamenti) e la sua produttività e fa sì che l’azienda possa ridurre i costi per lo spazio fisico, mense e parcheggi da destinare ai lavoratori. Il tele-lavoro è anche amico dell’ambiente: meno traffico e meno inquinamento. Gli smart worker sono più soddisfatti del lavoro rispetto agli altri lavoratori (31% contro 19%), ma anche del rapporto con i colleghi (31% contro 23%) e con i superiori (25% contro 19%).

Effetti positivi dello smart working

Lo smart working offre flessibilità e autonomia in cambio di responsabilizzazione dei risultati. Servono competenze digitali, oltre a fiducia e autonomia del capo e dei colleghi nei confronti del lavoratore agile. Infatti per molti si pone il dubbio proprio su questo fronte: controllo del lavoro e sicurezza del lavoratore che opera in spazi esterni dall’ufficio.

Il lavoratore deve essere in grado di separare lo spazio dedicato al lavoro da ambienti e impegni familiari. In un contesto lavorativo come questo diventano fondamentali aspetti come collaborazione, feedback, chiara organizzazione del lavoro e formazione per rendere autonomi e responsabili i dipendenti. Importante anche mantenere una riunione (al massimo due a settimana) per favorire un minimo di socializzazione e di contatto tra colleghi, oltre che sfruttare l’occasione per fare il punto della situazione. Ma di sicuro è una modalità di lavoro che va incontro a chi ha figli piccoli o genitori anziani da accudire.

Cosa accadrà in futuro

Grazie alla sempre più diffusa tecnologia (reti wifi, smartphone e pc portatili) si ipotizza che in futuro la maggior parte dei lavoratori europei sarà smart worker: nel giro di qualche anno si potrebbe avere una percentuale fino al 65%; in Italia si toccherebbe quota 10 milioni di persone.

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Occupazione e Pil: i dati positivi delle industrie con una alta intensità di diritti di proprietà intellettuale

L’Italia guadagna un piccolo primato nel settore dell’occupazione, addirittura migliore rispetto alla media dell’Unione Europea. Un posto di lavoro su tre, infatti, si trova nelle industrie che fanno un uso massiccio di marchi e brevetti. In pratica le industrie con un’alta intensità di diritti di proprietà intellettuale (Dpi) creano un numero maggiore di posti di lavoro, diventando sempre più parte integrante del Pil del paese, dell’occupazione degli scambi nella Ue. A dirlo è uno studio congiunto dell’Ufficio europeo dei brevetti (Ueb) e dell’Agenzia Ue per la tutela dei marchi e della proprietà intellettuale (Euipo) sul periodo 2014-2016. Un primo studio era uscito nel 2016, analizzando il periodo 2011-2013.

Lo studio Equipo ed Epo

La relazione ha messo sotto la lente di ingrandimento i diversi settori industriali che utilizzano marchi, brevetti, modelli, disegni e diritti d’autore e come questi contribuiscono all’economia dell’Unione Europea. Il primo dato che emerge è che le aziende che fanno un uso intensivo di marchi e brevetti contribuiscono alla metà del Pil italiano, più del 45% e 6,6 trilioni di euro (il dato precedente era del 37% e di 5,4 trilioni di euro), e rappresentano 63 milioni di posti di lavoro (29,2% di tutti gli impieghi) rispetto ai 61,7 del triennio precedente. Inoltre, altri 21 milioni di persone hanno un’occupazione in un settore che fornisce a questo comparto beni e servizi (il numero dei posti di lavoro sale così a 83,8 milioni, per una percentuale pari a 38,9). In generale l’occupazione nelle industrie ad alta intensità Dpi ha fatto registrare più di un milione di posti di lavoro rispetto al triennio 2011-2013, mentre è diminuita di poco l’occupazione dei 28 stati Ue.

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Il Pil e le aziende che usano brevetti e marchi

Le industrie ad alta intensità di diritti di proprietà intellettuale danno occupazione a 7 milioni di persone (31,5% di tutti i posti di lavoro) e contribuiscono con 774 miliardi di euro al PIL dell’Italia (46,9%). Inoltre, riescono a dare ai propri dipendenti retribuzioni più alte rispetto ad altre aziende (+47%, ma la percentuale sale a 72% in riferimento alle industrie con alta intensità di brevetti). Tra tutte emergono le aziende che usano disegni, modelli e brevetti per ritrovati vegetali e indicazioni geografiche, che creano 3,79 milioni di posti di lavoro (17,2% di tutti i posti di lavoro) e contribuiscono al Pil dell’Italia con 279 miliardi di euro (16,9% del Pil). Una media che supera e non di poco quella della Ue.

Questo genere di industrie è più innovativo e resiliente, difficilmente quindi vanno in crisi, per questo proteggerle dalle contraffazioni è fondamentale. I settori più trainanti sono design, abbigliamento, accessori, gioielli e arredamento.

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Altri dati significativi

In Europa le industrie ad alta intensità di diritti di proprietà intellettuale sono 353. Rispetto al triennio 2011-2013 si è registrato un aumento (dato precedente 342). Inoltre, lo studio evidenzia che «le industrie impegnate nello sviluppo di tecnologie di mitigazione dei cambiamenti climatici hanno rappresentato il 2,5% dell’occupazione e il 4,7% del Pil nell’UE per il periodo 2014-2016». Mentre i dati dei comparti legati alla quarta rivoluzione industriale registrano un 1,9% dell’occupazione e il 3,9% del Pil.

 

Tabella 1: contributo diretto e indiretto delle industrie ad alta intensità di diritti di proprietà intellettuale all’occupazione, media 2014-2016

Industrie ad alta intensità di diritti di proprietà intellettualeOccupazione (diretta)Quota occupazione totale (diretta)Occupazione (diretta+indiretta)Quota occupazione totale (diretta+indiretta)
Ad alta intensità di marchi46 700 95021,7%65 047 93630,2%
Ad alta intensità di disegni e modelli30 711 32214,2%45 073 28820,9%
Ad alta intensità di brevetti23 571 23410,9%34 740 67416,1%
Ad alta intensità di diritti d’autore11 821 4565,5%15 358 0447,1%
Ad alta intensità di indicazioni geografichen/dn/d399 3240,2%
Ad alta intensità di privative per ritrovati vegetali1 736 4070,8%2 618 5021,2%
Tutte le industrie ad alta intensità di DPI62 962 76629,2%83 807 50538,9%
Occupazione totale nell’UE215 520 333

 

Tabella 2: quota dell’occupazione nelle industrie ad alta intensità di diritti di proprietà intellettuale attribuita a imprese straniere 2014-2016, media UE

Industrie ad alta intensità di diritti di proprietà intellettualeQuota UEQuota non UETotale quota non nazionale
Ad alta intensità di marchi11,5%9,2%20,6%
Ad alta intensità di disegni e modelli13,0%9,8%22,8%
Ad alta intensità di brevetti14,5%12,0%26,5%
Tutte le industrie ad alta intensità di DPI12,9%9,8%22,7%

 

Il futuro del cinema e dell’audiovisivo: business in crescita e nuove figure professionali

Il cinema italiano genera un giro d’affari di circa 4 miliardi e conferma una costante crescita nei ricavi e nell’innovazione. In questo contesto nascono anche tante nuove figure professionali che si vanno ad affiancare a quelle storiche, che però per stare al passo con i tempi hanno bisogno di una attenta formazione continua. E se da una parte le sale cinematografiche vanno in crisi, dall’altra va sottolineato l’ampliamento del mercato e il numero delle piattaforme internazionali che danno spazio a tutti i prodotti audiovisivi.

L’investimento di FondItalia nel cinema

In occasione della rassegna Otranto Film Fund Festival – sostenuta da FondItalia – che si è tenuta nella cittadina pugliese a metà settembre, sia il presidente Francesco Franco che il direttore Egidio Sangue hanno sottolineato l’importanza del cinema e del settore dell’audiovisivo come grande risorsa per il nostro paese dal punto di vista dell’occupazione e del valore economico.

«La formazione rappresenta uno dei principali strumenti per investire sulla crescita» hanno ribadito i due vertici di FondItalia, che durante l’evento di Otranto hanno sottolineato come «nel mondo del cinema lavorano molti giovani, un quarto degli occupati nella produzione ha meno di 30 anni, forte anche la presenza delle donne e come si faccia sempre più forte la richiesta di competenze specialistiche».

Lo studio di Anica e Unicredit

Recentemente Unicredit e Anica (Associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive e multimediali) hanno parlato del futuro dell’industria cinematografica italiana nel forum “Il cinema è cultura, industria, ricerca”, sia in riferimento alle produzioni mondiali che all’innovazione tecnologica.

Per l’occasione è stato presentato uno studio sul settore, in cui si è evidenziata la crescita dei ricavi tra il 3 e il 6 per cento negli ultimi anni. Ma a una redditività in crescita si contrappone la crisi delle sale cinematografiche: 6,89% di presenze in meno nel 2018 rispetto al 2017 e -18,42% rispetto al 2016; incassi del 2018 in calo con -4,98% rispetto al 2017 e un -16,01% rispetto al 2016). I cinema soffrono la concorrenza di tv e internet e provano a ingegnarsi per offrire al pubblico nuovi servizi (come ad esempio l’apertura al pubblico sin dalla mattina, servizio di babysitteraggio, sala on-demand per scegliere la pellicola da visionare, nuovi spazi per eventi e altre attività).

E se i ricavi non sono aumentati, nonostante il rincaro sui biglietti, il dato che fa sorridere è quello del box office della produzione italiana e delle co-produzioni: il 2018 ha registrato un incasso di 127.8 milioni di euro (+23,86% rispetto al 2017). In sostanza non c’è stato un film italiano che ha fatto il cosiddetto boom ma un maggior numero di pellicole che hanno attirato l’attenzione del pubblico, mettendo in evidenza la pluralità dei generi e la qualità dei lavori.

Secondo i dati dello studio Unicredit: l’intera filiera cinematografica italiana (composta da produttori, distributori, industrie tecniche, esercenti, produttori di apparecchi cinematografici) genera un giro d’affari di circa 4 miliardi di euro. Nel comparto risultano attive oltre 2.000 aziende, quasi tutte di piccole dimensioni (il 97% è sotto i 10mln di fatturato).

doppiaggio

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Il futuro del comparto audiovisivo 

A fare da volano a tutto il settore sarà l’innovazione tecnologica e l’ampliamento del mercato internazionale, ma anche contenuti di grande qualità da distribuire su diverse piattaforme, portando a una crescita di tutto il settore.

Il mondo del cinema, proprio perchè si dirige verso un futuro tecnologico sempre più ampio, ha bisogno di investire in formazione per essere al pari o a un livello superiore rispetto ai competitor stranieri. Non si tratta solo di investimenti, ma anche di ulteriori specializzazioni per tutte le figure che fanno parte del comparto.

Davanti alla macchina da presa ci sono gli attori, ma sono tutti coloro che non si vedono e ma lavorano dietro le quinte a creare la magia del cinema; dal regista ai tecnici c’è un mondo immenso: montatori, fotografi, effettisti, addetti al casting, all’edizione e al doppiaggio, cartellonisti, costumisti, musicisti, produttori e manager, macchinisti, microfonisti, operatori, runner, attrezzisti, arredatori, pittori, scenografi, truccatori, stuntman e sceneggiatori.

Le nuove professioni

Accanto alle figure storiche del settore, la tecnologia ne ha già create altre: ai classici canali di comunicazione si è aggiunto, ad esempio, il social media manager per le campagne di marketing prima dell’uscita del film e che racconta attraverso i social, creando una certa attesa, il film che si sta girando. Ma c’è anche il personal trainer del set, che aiuta i protagonisti a mantenere la forma fisica dall’inizio alla fine delle riprese che a volte durano parecchi mesi.

Ultimamente sono molto richiesti gli action-cam, a metà tra cameram e stuntman, ma in grado di utilizzare le apparecchiature di ultima generazione per riprendere azioni spettacolari da un punto di vista unico e far vivere grandi emozioni al pubblico. Anche documentari e fiction usano negli ultimi anni i grandi effetti scenici che richiedono tecnici specializzati in ripresa 4k e animazione 3D. Il cinema è un mondo in continua evoluzione, e come tale ha bisogno di figure professionali costantemente formate e pronte a cogliere al volo le opportunità che il settore offre.

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