Green, digitale e sicurezza: competenze trainanti nei prossimi anni

Tra le nuove figure professionali di cui avrà bisogno il mondo del lavoro nei prossimi anni ci sono i professionisti del green, del digitale e della sicurezza.  Tre settori in un certo senso accomunati da alcune competenze, ma legati anche da uno squilibrio tra domanda e offerta, perché i nuovi diplomati o laureati in questi campi sono ancora troppo pochi.

Digitale e green: due mondi legati

Tra le competenze richieste quelle digitali sono utili e necessarie in ogni campo del mercato del lavoro, vista la forte accelerazione tecnologica che il paese sta subendo in tutti i settori. Qui la richiesta va da data scientist, esperti di cloud (la grande domanda di queste figure è cominciata proprio nel periodo della pandemia, passando dal 23% al 59% delle imprese che lo hanno utilizzato), analyst business, esperti social media ed e-commerce.

Secondo i dati di Istat, Modis e dell’Osservatorio delle Competenze digitali in Italia si registra una richiesta di professionisti Ict sempre maggiore (+26%). Il numero di specialisti Ict è aumentato in tutta Europa, ma in Italia si è fermato al 18% mentre negli altri stati il numero ha avuto un’impennata incredibile come Francia (77%), Germania (50%) e Spagna (35%). La domanda per le competenze digitali si attesta intorno alle 8mila posizioni, mentre sono invece quasi 50mila quelle per il ruolo da sviluppatore.

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Le imprese italiane hanno aumentato anche l’installazione di robot e il ricorso all’Intelligenza Artificiale. Un quadro che fa capire come il nostro Paese possa puntare a una ripartenza proprio grazie al digitale, perché rappresenta la competitività e l’evoluzione dei sistemi produttivi che poi portano anche a una maggiore sostenibilità. Per quanto riguarda il settore green, la richiesta maggiore dovrebbe arrivare per ingegneri (civili, energetici e meccanici), project manager per la gestione dei cantieri edili, architetti, artigiani, certificatori di prodotti biologici, figure per il problem solving e progettisti della mobilità. Tutti con una inclinazione alle nuove tecnologie e alle pratiche ecosostenibili.

Gestione delle misure di sicurezza

La pandemia ha anche ampliato le figure richieste nel mondo della sicurezza, specie in alcuni settori: ad esempio specialisti per la sanificazione degli ambienti, per la gestione degli accessi, professionisti Safe manager e Covid manager per il rispetto delle procedure all’interno di strutture come alberghi, ristoranti, set cinematografici o imprese.

Le aziende oggi per garantire sicurezza sui luoghi di lavoro, tracciare e contenere i contagi hanno bisogno di quello che una volta era l’Office manager, un professionista in grado di risolvere ogni tipo di problema e di intervenire su più campi ed essere un rifermento per clienti e dipendenti. Oggi troviamo il Safe manager, figura specializzata nel garantire le procedure standard in materia di sicurezza e salute, utilizzata soprattutto nelle strutture ricettive come alberghi e resort; e il Covid manager, che ha competenze specifiche e trova collocazione sia nel comparto alberghiero che in quello aziendale, perché si occupa del rispetto delle misure e delle normative anti-covid.

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Gli studenti arrancano nell’apprendimento: Italia fanalino di coda nella UE

La formazione nell’ultimo anno ha risentito nel nostro Paese delle disuguaglianze strutturali, che la pandemia di fatto ha solo accentuato. La discontinuità didattica ha aggravato il gap in un confronto internazionale sull’apprendimento.

La dad ha mostrato grandi limiti: solo il 33,7% dei ragazzi tra i 6 e i 14 anni, secondo i dati Istat di metà 2021, ha fatto lezioni quotidiane. L’Italia mostra un ritardo anche in ambito formativo universitario: solo il 20,1% delle persone tra i 25 e i 64 anni d’età si è laureato a differenza del 32,5% degli altri paesi della UE. Bassa l’incidenza delle lauree in discipline scientifiche o Stem: solo il 15,5 per mille, un numero inferiore a Francia (26,6 per mille), Regno Unito (25,2 per mille) e Spagna (21,5 per mille).

L’apprendimento e le prove Invalsi

E a dire che gli studenti italiani hanno ancora tanta strada da fare per recuperare il gap sono anche le prove Invalsi (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e Formazione, ente che valuta la qualità della scuola italiana) di quest’anno, che hanno emesso un duro verdetto: alle medie le prove di italiano (il 39% non ha raggiunto il livello minimo) e matematica (il 44% non ha raggiunto il livello minimo) non raggiungono il rendimento medio nazionale.

Si salvano gli studenti delle scuole primarie, ma al Sud è davvero emergenza formazione in tutti gli ambiti scolastici. I dati sono nettamente peggiorati rispetto alle prove Invalsi del 2019 (nel 2020 non si sono svolte causa pandemia), facendo emergere anche le difficoltà degli studenti provenienti da famiglie svantaggiate.

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Le carenze delle superiori

Non va meglio alle superiori, gli studenti sono risultati al di sotto delle competenze in italiano (il 44% non ha raggiunto il livello minimo, nel 2019 la quota era ferma al 35%), matematica (il 51% non ha raggiunto il livello minimo) e inglese. Due anni di pandemia e di scuola a singhiozzo hanno contribuito a un disastroso crollo dell’apprendimento. Inoltre, c’è un altro dato preoccupante: la dispersione scolastica implicita (chi termina la scuola senza competenze), passata dal 7% al 9,5% in tutta Italia, ma con picchi troppo alti al Sud (Calabria 22,4%; Campania 20,1%; Sicilia 16,5%). A questi numeri vanno aggiunti anche quelli che riguardano l’abbandonano della scuola in modo esplicito, ovvero prima di raggiungere il diploma.

Ma non sarà solo il ritorno a scuola, con la speranza di ridurre la dad, a cambiare le competenze degli studenti italiani. Serve un cambio di rotta del mondo dell’istruzione, considerando soprattutto che dopo la maturità in molti vogliono entrare nel mondo del lavoro, che oggi richiede formazione specifica e molto avanzata.

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Le competenze del futuro secondo un’indagine del McKinsey Global Institute

Articolo redatto da Osservatorio FondItalia

Una recente ricerca del McKinsey Global Institute ha individuato le competenze che saranno sempre più richieste sul mercato del lavoro a seguito dell’innovazione tecnologica caratterizzata dal mix di intelligenza artificiale e robotica.

Secondo lo studio diminuirà l’importanza delle abilità manuali e fisiche, oltre che cognitive di base, mentre aumenterà la domanda di abilità tecnologiche, sociali, emotive e cognitive di alto livello.
La ricerca ha identificato un insieme di 56 competenze fondamentali che già oggi sono associate a una maggiore probabilità di occupazione, redditi più elevati e soddisfazione sul lavoro.

In un mercato del lavoro sempre più automatizzato, digitale e dinamico, tutti i cittadini trarranno vantaggio dal possedere una serie di competenze fondamentali che, indipendentemente dal settore di attività, saranno utili per soddisfare i seguenti tre criteri:

  • aggiungere valore rispetto a ciò che può essere fatto da sistemi automatizzati e macchine intelligenti;
  • operare in un ambiente digitale;
  • adattarsi continuamente a nuovi modi di lavorare e nuove occupazioni.

Gli autori dell’indagine sono partiti da quattro ampie categorie di abilità: cognitive, digitali, interpersonali e di autoleadership. Successivamente, hanno identificato 13 gruppi di competenze appartenenti a tali categorie. Ad esempio, comunicazione e agilità mentale sono due gruppi di abilità che appartengono alla categoria cognitiva, mentre l’efficacia del lavoro di squadra appartiene alla categoria interpersonale.
In questi gruppi di competenze rientrano 56 elementi distinti di talento, denominati DELTA, che rappresentano un mix di abilità e attitudini.

 

ABILITÀ COGNITIVE

 Pensiero critico

Risoluzione di problemi

Ragionamento logico

Comprendere gli orientamenti

Ricercare informazioni rilevanti

Pianificazione e modalità di lavoro

Sviluppo di un piano di lavoro

Gestione del tempo e individuazione delle priorità

Pensiero agile

Comunicazione

Capacità di narrazione e comunicazione pubblica

Formulare domande corrette

Sintetizzare informazioni

Ascolto attivo

Agilità mentale

Creatività e immaginazione

Trasferire le conoscenze in contesti differenti

Adottare prospettive diverse

Adattabilità

Capacità di imparare

 

ABILITÀ DIGITALI

 Fluidità e cittadinanza digitale

Alfabetizzazione digitale

Apprendimento digitale

Collaborazione digitale

Etica digitale

Utilizzo e sviluppo di software

Alfabetizzazione alla programmazione

Analisi di dati e statistiche

Pensiero computazionale e algoritmico

Comprensione di sistemi digitali

Alfabetizzazione dei dati

Sistemi intelligenti

Alfabetizzazione sulla cybersecurity

Traduzione e abilitazione tecnologica

 

ABILITÀ INTERPERSONALI

 Sistemi di mobilitazione

Modelli di comportamento

Negoziazione win-win

Creazione e Ispirazione di visioni

Consapevolezza organizzativa

Sviluppo di relazioni

Empatia

Ispirazione di fiducia

Umiltà

Socialità

Efficacia del lavoro di squadra

Promuovere inclusività

Motivare personalità diverse

Risolvere conflitti

Collaborare

Coaching

Migliorare le persone

 

AUTOLEADERSHIP

Autoconsapevolezza e autogestione

Comprendere le proprie emozioni

Autocontrollo

Comprendere i propri punti di forza

Integrità

Automotivazione e benessere

Fiducia in sé stessi

Imprenditorialità

Coraggio e assunzione di rischi

Guidare il cambiamento e l’innovazione

Energia, passione e ottimismo

Rompere l’ortodossia

Raggiungimento di obiettivi

Padronanza e risolutezza

Orientamento al successo

Grinta e tenacia

Affrontare l’incertezza

Capacità di crescita autonoma

I risultati hanno dimostrato che le competenze degli intervistati era più bassa in due gruppi di competenze nella categoria digitale: utilizzo e sviluppo di software e comprensione dei sistemi digitali. Anche le competenze nei gruppi comunicazione e pianificazione e modalità di lavoro, entrambi nella categoria cognitiva, è risultata inferiore alla media.

Nel complesso, gli intervistati con un titolo universitario hanno ottenuto punteggi di competenza più alti, suggerendo che i lavoratori con livelli di istruzione elevati sono più preparati ad affrontare i cambiamenti del mondo del lavoro.

Tuttavia, un livello di istruzione più elevato non è associato a una maggiore competenza in tutti i DELTA. L’associazione vale per molti DELTA nelle categorie cognitive e digitali. In altri casi, in particolare all’interno delle categorie di autoleadrship e interpersonali, come “fiducia in se stessi”, “affrontare l’incertezza”, “coraggio e assunzione di rischi”, “empatia”, “coaching” e “risolvere i conflitti”, non esiste invece una correlazione del genere. Per alcuni DELTA, una maggiore istruzione era associata a una minore competenza, come ad esempio nel caso dell’“umiltà”.

I risultati hanno mostrato che gli intervistati con maggiori competenze nei DELTA hanno, in media, maggiori probabilità di essere occupati, godono di redditi più elevati e una maggiore soddisfazione sul lavoro.
L’indagine evidenzia come l’occupazione sia fortemente associata alla competenza in diversi DELTA all’interno della categoria di auto-leadership, in particolare “affrontare l’incertezza” e “orientamento al successo”.
I redditi elevati sono stati maggiormente associati alla competenza nei quattro gruppi in cui i livelli di competenza complessivi erano più bassi tra gli intervistati, ovvero comprensione dei sistemi digitali, uso e sviluppo di software, pianificazione e modalità di lavoro e comunicazione (i primi due rientrano nella categoria digitale e gli ultimi due all’interno della categoria cognitiva).

Le competenze digitali sembrano essere particolarmente associate a redditi più alti: un intervistato con maggiori competenze digitali in tutti i DELTA digitali ha il 41% di probabilità in più di guadagnare un reddito superiore del 20% rispetto agli intervistati con minori competenze digitali. Il confronto equivalente era del 30% per i DELTA cognitivi, il 24% per i DELTA di autoleadership e il 14% per i DELTA interpersonali.

Sulla base di questi risultati, l’indagine avanza delle proposte per il futuro. In primo luogo, afferma la necessità di riformare i sistemi educativi, aggiornando i curricula al fine di concentrarsi maggiormente sui DELTA.

In secondo luogo, ritiene necessario provvedere ad una riforma del sistema di formazione professionale continua.
La ricerca ha dimostrato che i DELTA di autoleadership possono essere particolarmente importanti per i risultati occupazionali, ma questi non sono comunemente coperti dai programmi di formazione per adulti. Ad esempio, una rassegna dei corsi di formazione dimostra che i moduli per sviluppare DELTA all’interno dei gruppi di abilità quali “raggiungimento degli obiettivi” o “autoconsapevolezza e autogestione” erano 20 volte meno comuni di quelli per sviluppare DELTA di comunicazione. Potrebbe essere una lacuna urgente da colmare per rispondere adeguatamente all’ondata di disoccupazione causata dalla pandemia di COVID-19.

L’indagine si conclude con le seguenti proposte:

1) Istituire un aggregatore di programmi di formazione per attirare studenti adulti e incoraggiare l’apprendimento permanente. Gli algoritmi di intelligenza artificiale potrebbero guidare gli utenti nella necessità di migliorare o riqualificare le proprie competenze in funzione di una nuova professione e selezionare i programmi di formazione pertinenti. Per sviluppare algoritmi accurati, i governi dovrebbero raccogliere e organizzare dati sulla domanda del mercato di posti di lavoro e sulle competenze richieste, nonché dati sui programmi di formazione. I programmi elencati dovrebbero includere quelli che insegnano DELTA correlati ai risultati relativi al lavoro. I DELTA sull’autoleadership potrebbero essere particolarmente importanti dato il loro legame con l’occupazione.

2) Introdurre un sistema di certificazione basato sulle competenze. Le qualifiche professionali rischiano di diventare obsolete rapidamente man mano che emergono nuove professioni. Pertanto, una certificazione basata sulle competenze può soddisfare meglio le           esigenze dei datori di lavoro. I fornitori di servizi formativi potrebbero sviluppare programmi che coprono le abilità pratiche e i DELTA richiesti per svolgere una determinata occupazione, ma aggiungere nuovi moduli o rimuovere quelli vecchi seguendo l’evoluzione delle occupazioni.

3) Premiare i programmi formativi che prestano una maggiore attenzione ai DELTA associati all’occupazione. Ad esempio, ai tirocinanti potrebbero essere offerti bonus  economici solo per partecipare a questo tipo di programmi formativi, mentre il finanziamento ai formatori  potrebbe essere subordinato ai risultati occupazionali o alla fornitura di moduli di formazione che includono determinati DELTA.

Link alla ricerca: https://www.mckinsey.com/industries/public-and-social-sector/our-insights/defining-the-skills-citizens-will-need-in-the-future-world-of-work

Il futuro delle Pmi italiane passa per la digitalizzazione

Le Pmi – Piccole e medie imprese sono la realtà trainante nel nostro Paese, ma sono ancora troppo poco digitalizzate. L’innovazione, invece, è un processo importante pur se lungo e tortuoso. In Italia, le Pmi sono oltre duecentomila e contribuiscono a circa il 40% del fatturato generato, ma, secondo lo studio del DESI (Digital Economy and Society Index), l’indice creato dalla Commissione Europea per monitorare i progressi dei paesi UE, il livello di digitalizzazione delle Pmi italiane è sotto la media del continente. Un ritardo che riguarda vendite online, presenza sul web, marketing e comunicazione, analisi di Big data e tecnologia. 

L’importanza della digitalizzazione

Quello che occorre alle Pmi, soprattutto di vecchio stampo, è un cambio di mentalità. La digitalizzazione non va intesa solo come un invio di posta elettronica invece di lettere commerciali, ma comprende una serie di processi e meccanismi aziendali che ne migliorano l’efficienza, la presenza e la velocità di esecuzione. Il mercato è sempre più competitivo e cambia in modo repentino. Pensiamo alla pandemia e all’importanza del rapido passaggio alle vendite online, per molte aziende elemento fondamentale di sopravvivenza (la crescita nel periodo Covid è stata del 50%).

E proprio in questo arco temporale così difficile, le Pmi hanno accelerato la trasformazione digitale, che ora andrà pianificata come strategia per il lungo periodo e inserita nei processi in modo costante. Saranno necessari una riorganizzazione dei processi produttivi, nuove tecnologie e poi l’inserimento di professionisti del comparto digitale. Il 90% delle Pmi ha compreso l’importanza di questo passaggio alla digitalizzazione, che però ora deve essere messo in atto.

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Le iniziative

E proprio per dare una spinta ulteriore a questo passaggio stanno nascendo diverse iniziative a sostegno delle Pmi. Tra queste molto interessante il supporto di Facebook e Touring Club Italiano alle Piccole e medie imprese dei 252 borghi Bandiera Arancione. La Bandiera Arancione certifica la qualità turistico-ambientale dei piccoli centri del nostro territorio, che sono ricchi di storia, cultura e tradizioni.

L’obiettivo è quello di spronare la ripartenza del turismo e dell’indotto collegato a questo settore, che nei lunghi mesi della pandemia ha perso circa 88 miliardi di euro e 233 milioni di presenze. Il 79% degli amministratori e operatori dei comuni interessati si è detto favorevole alla possibilità di poter usufruire di formazione qualificata, soprattutto nel settore digitale, proprio quella che Facebook e Touring Club Italiano stanno offrendo ai commercianti dei borghi. Una serie di strumenti e iniziative per formarsi e aggiornarsi sul mondo del digitale, sulla presenza online e sui social, considerando che proprio la ricerca The Digital Tools Consumer SurveT, condotta da Deloitte per Facebook, ha fatto emergere che il 30% dei consumatori italiani ha trovato nuove imprese proprio grazie all’utilizzo di strumenti digitali.

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Diplomi e lauree: quale percorso intraprendere per trovare lavoro fra 5 anni

Quali saranno da qui a cinque anni i diplomi e le lauree che faciliteranno l’accesso al mondo del lavoro? A questa domanda prova a rispondere uno studio condotto da Unioncamere e Anpal, che ha stimato il fabbisogno di diplomati e laureati nel quinquennio 2021-2025 per diversi settori.

Diplomi più richiesti

Il mercato del lavoro avrà una richiesta di 1,2 milioni (251-275mila all’anno, la metà della stima invece dell’offerta) di diplomati nel prossimo quinquennio. Tra i titoli di studio più richiesti (fabbisogno superiore all’offerta), quelli dei settori marketing e amministrazione (la stima va dai 75 agli 84mila diplomati all’anno), costruzioni, trasporti, logistica e agro-alimentare.

A seguire, il comparto industria e artigianato (72-76mila unità) e, in modo specifico, i diplomi in meccatronica, elettronica, energia ed elettrotecnica. Poi turismo (che accusa un calo dovuto alla pandemia), ristorazione (qui inciderà molto la ripresa dopo il lungo stop) e benessere.

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Lauree più richieste

Un diplomato che si appresta a iscriversi a un corso di laurea deve seguire sì le sue passioni, ma deve avere anche davanti un quadro di quelli che saranno gli studi più richiesti nei prossimi anni. Il fabbisogno di laureati, nel quinquennio 2021-2025, dovrebbe aggirarsi intorno a 1,2 milioni di unità, 228-239mila all’anno. Di questo, circa un 62% sarà richiesto nella pubblica amministrazione e, per accedere, servirà un titolo universitario, il restante invece avrà offerte nel settore privato.

Tra le lauree più richieste ci sono quelle in economia e statistica (36-40mila in media all’anno) e, a seguire, i titoli dell’area giuridico e politico-sociale (quasi 40mila unità all’anno). La pandemia ha fatto crescere la domanda nel comparto medico-sanitario, con una richiesta di oltre 33mila laureati all’anno. Poco più in basso, ma sempre oltre i 30mila. anche le lauree del settore ingegneristico ed i titoli di studio dell’area insegnamento e formazione (25mila laureati all’anno).

Il fabbisogno dei laureati in ambito letterario, filosofico e artistico si attesterà intorno ai 13 mila, così come in quello del comparto architettura e urbanistica. Sotto le 10mila unità, invece, la richiesta per gli ambiti delle traduzioni, matematica, fisica e psicologia. In fondo alla classifica si trovano, infine, le offerte per le laurea in biologia, chimica e farmacia e per quelle del settore agroalimentare (meno di 5mila).

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Imprese italiane e la pandemia: tra rischio chiusura e opportunità di miglioramento

Più di 73mila aziende italiane rischiano la chiusura: quasi 20mila sono ubicate nel Mezzogiorno, 17.500 al centro. Rappresentano il 15% del totale delle imprese che hanno dai 5 ai 499 addetti. L’analisi è frutto di una ricerca condotta da Svimez-Centro Studi delle Camere di Commercio Guglielmo Tagliacarne-Unioncamere su un campione di 4mila imprese manifatturiere e dei servizi.

Le fragilità delle imprese italiane

Le aziende hanno manifestato una difficoltà a resistere al periodo della pandemia, mostrando fragilità strutturali (assenza di innovazione, digitalizzazione ed esportazioni ma anche marketing) nel 48% dei casi. La percentuale sale al 55% se si prendono in considerazione solo i numeri che riguardano il Sud del Paese e al 50% in riferimento al Centro, mentre scende al Nord (una media del 43%). L’incidenza cresce se si analizza il solo settore dei servizi (50% a livello nazionale, 60% al Sud), quello più colpito, mentre tiene quello manifatturiero (fragili il 31% delle aziende italiane, 39% nel Mezzogiorno).

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L’analisi dei dati

L’indagine fa emergere chiaramente un’Italia spaccata in due tra Nord e Sud, e con il Centro che sta dimostrando una fragilità sempre più vicina al Mezzogiorno. La crisi non è finita, le aspettative di fatturano sono in calo anche nel 2021 e le aziende hanno sempre più la necessità di innovarsi per non morire.

A resistere invece solo le imprese familiari, le Pmi con un fatturato sotto i 50 milioni di euro, appartenenti a diversi settori: per il 75% la pandemia non ha rappresentato e non rappresenta una minaccia alla sopravvivenza, ma una opportunità di miglioramento.

Il caso delle imprese familiari

Più solide e stabili pur con un fatturato non in crescita e una contrazione delle domande. È questo il caso delle imprese familiari italiane, che hanno dimostrato in questo lungo periodo di crisi di avere meno problemi di liquidità e di essere più preparate a mettere in atto smart working (comunque meno richiesto e frequente), cambiamenti e di far fronte a nuove richieste provenienti dall’estero.

Il quadro emerge da uno studio di Fabula (Family Business Lab della Liuc – Università Cattaneo di Castellanza) su un campione di 182 Pmi con un fatturato sotto i 50 milioni di euro (l’86% sono imprese familiari) e appartenenti a diversi settori (metalmeccanico, plastica e gomma, alimentari e bevande, tessile e abbigliamento).  Le imprese familiari di piccole e medie dimensioni hanno saputo far fronte con tenacia e capacità, evitando bruschi cali di produttività e restando con una clientela stabile. Le Pmi familiari guardano al futuro con ottimismo.

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Under 35: una generazione con poca autonomia e un futuro incerto

Contratti da precari malpagati o addirittura disoccupati, poca autonomia e un futuro incerto. È questo quello che emerge da uno studio sugli Under 35 in Italia, intervistando quasi mille giovani tra i 18 e i 35 anni. A condurre lo studio è stato il Consiglio nazionale dei giovani con il supporto di Eures e ne viene fuori una condizione lavorativa preoccupante: solo il 37,2% ha un lavoro stabile, il 26% ha contratti a termine, il 23,7% è disoccupato e il 13,1% è studente e lavoratore. Non c’è una continuità lavorativa e la retribuzione risulta inferiore a 10mila euro annui (58,9%), mentre il 33,7% percepisce tra i 10 e i 20mila euro (una quota superata solo dal 7,4%).

Under 35: l’Italia divisa in due

Il centro nord ha il maggior numero di occupati con lavoro stabile (insieme le regioni superano l’85%), mentre al sud la maggior parte è disoccupata (26,8%) o ha un lavoro precario (30%). Il centro ha la percentuale più alta di studenti lavoratori (15%) e un minor numero di disoccupati (16,6%), che invece crescono al nord (21,7%) e ancora di più nel Mezzogiorno (31,7%).

I dati più impressionanti

Quasi il 55% del campione intervistato dichiara di aver avuto delle esperienze di lavoro senza un contratto, ma ben il 61,5% ha lavorato con una retribuzione inferiore a quella prevista per la propria mansione. È ancora più impressionante che il 37,5% non ha ricevuto i pagamenti pattuiti ma somme inferiori e che il 32,5% non ha percepito nessun reddito. Balza agli occhi che il 13,6% ha subito molestie e vessazioni sul lavoro.

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Le conseguenze

Una situazione lavorativa che incide sull’indipendenza di questa fascia d’età e che porta infatti il 50,3% degli Under 35 a vivere ancora con la famiglia di origine. Meno del 40% vive da solo o con un partner. Il 56,3% si è creato una propria famiglia tra quelli che possono contare su un lavoro stabile, ma il dato scende tra coloro che hanno lavori discontinui (33,5%).

Inoltre il 27,1% degli Under 35 ammette di essersi spostato in un’altra regione per cercare un impiego fisso e ben remunerato o che sono comunque portati a fare scelte importanti per il futuro, soprattutto di non avere figli senza una posizione lavorativa solida. Infine solo il 12,4% ha una casa di proprietà.

Il futuro incerto

Lo studio mette in risalto come la condizione lavorativa influenzi, in questo caso in negativo, le scelte di questa generazione. Gli Under 35 si trovano a dover affrontare un presente instabile e un futuro pieno di incertezze: quasi il 74% degli intervistati pensa di non poter avere una pensione dignitosa e di conseguenza una vita tranquilla in età avanzata. Ma in questa fase è difficile mettere da parte i soldi per una pensione integrativa (48%).

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Le proposte per far ripartire il turismo in Italia

Se da una parte le limitazioni ai movimenti, la paura per la pandemia e i redditi ridotti hanno frenato il turismo per un anno intero o quasi; dall’altra parte la voglia di viaggiare non si è mai fermata e ha spinto il settore a proposte nuove. Sono nate così in questi mesi forme di turismo più locale come la promozione di mete di prossimità e le attività di smart working da svolgere in località turistiche. Sono cambiati nei mesi i modelli di vacanza sia degli italiani che degli stranieri, con una grande preferenza per la montagna, i percorsi enogastronomici e tutto ciò che consente attività all’aperto ma senza assembramenti. Un turismo più attento e consapevole, oltre che sostenibile.

Lo scenario turistico

Le riaperture graduali dal 26 aprile ai primi di giugno potrebbero consentire alle oltre 600mila imprese coinvolte nel settore turistico di ripartire, visti i drammatici numeri dei mesi scorsi. Le presenze turistiche nel 2020 sono infatti diminuite di oltre il 50% nelle località turistiche, ma è un dato che tocca il 75% per le città d’arte secondo quando riferito da Confesercenti. E il futuro non appare più roseo: solo il 5% degli italiani ha prenotato le prossime vacanze estive, complice una situazione pandemica ancora incerta. I dati Istat mostrano come, oltre al -45% delle vacanze classiche, si sono ridotti anche i viaggi di lavoro (-67,9%) e questo riguarda sia l’Italia che l’estero (-80%).

Le regioni e i mezzi di trasporto

Coldiretti fa il punto anche sulla regione Lazio, dove tra ristorazioni e operatori del turismo il fatturato è sceso del 60%. Altre regioni come Trentino Alto Adige in primis, Toscana, Emilia Romagna, Lombardia e Veneto poi hanno invece ricevuto le preferenze dei viaggiatori. Una situazione che colpisce alberghi e agriturismi, ma anche tutti quei settori che ruotano attorno dai negozi per souvenir al comparto agroalimentare, con ristoranti e pizzerie ma anche i mezzi di trasporto. I viaggi in areo sono crollati di quasi il 75%, quelli in treno di circa il 60%, in aumento invece gli spostamenti in automobile con un 81% (65,4% nel 2019).

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L’Osservatorio FondItalia e le proposte per la ripartenza

L’Osservatorio FondItalia ha realizzato un sondaggio tra le imprese aderenti al Fondo Paritetico Interprofessionale Nazionale per la Formazione Continua, analizzando lo stato dell’arte di due segmenti in particolare: agenzie viaggio e ramo albergativo. La maggior parte delle imprese ritengono che la pandemia porterà dei cambiamenti permanenti nella propria attività.  E il modo per affrontare queste nuove esigenze è una formazione mirata sia in fatto di misure anti-covid (esperienza in materia di salute e sicurezza sanitaria) che per competenze professionali (padronanza delle lingue e delle culture degli altri paesi, conoscenze informatiche di gestione aziendale).

«La ripresa passerà soprattutto dall’innovazione digitale e dalla formazione. Partendo dal dato che in media 7 persone su 10 prenotano viaggi via web, è indubbio che il digitale sia diventato uno strumento importantissimo per intercettare il flusso di viaggiatori internazionali – sottolinea Egidio Sangue, Vicepresidente e Direttore FondItalia –. L’Avviso FEMI 2021.01 può rappresentare una grande occasione per accompagnare e sostenere le imprese, con un’adeguata formazione per i lavoratori del comparto turistico, nei processi d’innovazione e trasformazione organizzativa necessari».

Tra le figure più richieste nei prossimi anni ci sarà tecnici informatici, manager, esperti di marketing e comunicazione social, ma anche guide turistiche per proporre percorsi enogastronomici, passeggiate a piedi o a cavallo alla scoperta del territorio locale.

«FondItalia è in prima linea per fronteggiare le ricadute dell’emergenza coronavirus nel settore turistico – aggiunge Francesco Franco, Presidente FondItalia – promuovendo formazione di qualità e facilitazioni per le aziende aderenti. Anche quest’anno abbiamo previsto l’abolizione permanente dell’apporto proprio, ossia il cofinanziamento da parte delle imprese che optino per Aiuti di Stato di importanza minore. Abbiamo messo in campo, inoltre, cospicue risorse per favorire la ripresa delle imprese nell’ottica di promuovere l’innovazione attraverso la realizzazione di nuove metodologie organizzative e produttive».

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Le nuove opportunità della formazione: realtà virtuale e aumentata

La pandemia ha portato l’Italia a una forte accelerazione in fatto di formazione a distanza e innovazione tecnologica. L’e-learning ha conosciuto un’espansione importante che ha aperto nuove opportunità per il futuro: come la realtà virtuale e la realtà aumentata, che sono in grado di offrire soluzioni per ottimizzare il lavoro. Riunioni da remoto, presentazioni di progetti e formazioni possono trarre grandi vantaggi dai nuovi mezzi a disposizione, vantaggi sia per le aziende che per i lavoratori.

Realtà aumentata e virtuale: cosa sono

La realtà aumentata rappresenta il mondo reale arricchito di oggetti e accessori virtuali, che accrescono l’esperienza dell’utente. Si vive attraverso un monitor (anche il semplice smartphone) ed è meno immersiva rispetto alla realtà virtuale, ma consente ugualmente di vivere qualcosa di unico tra reale e digitale.

La realtà virtuale, tramite l’utilizzo di apposite tecnologie (che includono visori, occhiali, joystick), permette invece all’utente di navigare in un mondo alternativo e interattivo che riproduce un ambiente digitale in 3 dimensioni. La sensazione è quella di ritrovarsi in un mondo parallelo.

L’apprendimento delle nuove leve

I giovani hanno dimostrato di preferire in molti casi un insegnamento tramite realtà virtuale piuttosto che con i metodi tradizionali, sentendosi più coinvolti e avendo una maggiore facilità di apprendimento. A dirlo sono alcuni dati raccolti da un’indagine Ocse-Pisa del 2018.

Soprattutto le nuove leve, già abituate ad utilizzare dispositivi elettronici e giochi con tecnologie avanzate, sono favorevoli all’utilizzo di realtà virtuale e aumentata per la formazione: il “contesto 3D” amplifica la percezione e li rende più partecipi. Ma la facilità di utilizzo e la sensazione di un maggior coinvolgimento sono fattori che portano anche i lavoratori più grandi a preferire un metodo di formazione meno tradizionale, perché li porta a fare esperimenti direttamente sul campo. Le nuove tecnologie infatti garantiscono una pratica effettiva che rende più agevole anche l’apprendimento della teoria.

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L’impiego della realtà virtuale e della realtà aumentata

La realtà virtuale e quella aumentata sono fondamentali per la preparazioni di alcune professioni: pensiamo ai chirurghi ad esempio, che possono simulare degli interventi delicati in laboratorio ed esercitarsi con la nuova strumentazione; oppure agli astronauti che possono provare l’assenza di gravità e la vita a bordo della navicella spaziale prima ancora di andare in orbita. Ma si tratta di una tecnologia applicabile a qualsiasi campo e la pandemia lo ha mostrato: i musei hanno aperto le proprie porte per visite virtuali da casa, e si sono diffuse negli ultimi anni anche le ricostruzioni storiche in 3D e le visite guidate e scolastiche con i visori vr per esperienze immersive.

Un’innovazione tecnologica che si può applicare a qualsiasi professione e favorire l’insegnamento della teoria e la pratica di una lavorazione. Un sondaggio economico di Klecha & Co, una banca d’investimento internazionale, ha previso che nel 2023 le aziende spenderanno oltre 120 miliardi di dollari nel settore dell’industria della realtà aumentata e virtuale. Questo a dimostrazione di come nel futuro la formazione e l’industria punteranno su questa tecnologia.

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L’Italia brilla nel settore dell’economia circolare

Nonostante un’annata così complessa a causa della pandemia, l’Italia riesce a brillare nel settore dell’economia circolare. A dirlo è il terzo rapporto nazionale redatto dal Circular Economy Network (rete promossa dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile) e da Enea, che vede il nostro Paese al primo posto in Europa (per la terza volta consecutiva), davanti alle cinque principali economie della Ue per i risultati raggiunti nelle aree della produzione, del consumo, della gestione circolare dei rifiuti, degli investimenti e dell’occupazione nel riciclo, nella riparazione e nel riutilizzo. La classifica vede l’Italia prima con 79 punti, seguita da Francia con 68, poi Germania e Spagna con 65 e Polonia 54.

I dati dell’economia circolare

Secondo lo studio, il nostro Paese è primo per la produttività delle risorse, secondo per l’occupazione nei settori della riparazione, del riutilizzo e del riciclo dei rifiuti, preceduto solo dalla Polonia. Nel 2018 nella Ue le persone occupate nel settore dell’economia circolare erano oltre 3,5milioni, l’Italia ne contava all’epoca 519mila, mentre la Germania 680mila.

Per gli investimenti e l’occupazione, l’Italia si piazza invece al quarto posto dopo Spagna, Polonia e Germania, e arranca anche per numeri di brevetti dove è ultima fra le economie europee: appena 12 depositati nel 2016, un numero davvero esiguo se pensiamo che la Germania ne ha 67 e in totale l’Europa 269. Il Bel Paese rialza la testa per numero di aziende di riparazioni di beni elettronici (25mila) e di altri prodotti, attestandosi al terzo posto dietro Francia e Spagna.

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Sostenibilità e transazione ecologica

Nel “Rapporto nazionale sull’economia circolare in Italia 2021”, sommando tutti i punteggi, l’Italia è prima per il terzo anno consecutivo in Europa nel campo del riciclo. Un primato che però deve essere sostenuto da continui miglioramenti e investimenti, soprattutto per avere un ruolo fondamentale nella transazione ecologica, ormai entrata in tutte le agende politiche dei governi della Ue. L’Italia risulta prima anche nella produttività di risorse, è seconda invece per le energie rinnovabili utilizzate e per il riciclo di rifiuti urbani (ma diventa prima se consideriamo i rifiuti generali).

Inoltre l’obiettivo di avvicinarsi alle emissioni zero (Accordo di Parigi entro il 2050) riguarda proprio le aziende che inquinano di più: il settore tessile ad esempio rappresenta da solo il 10% delle emissioni mondiali di gas serra. Entro il prossimo anno dovranno essere approvati il Programma di gestione dei rifiuti e il Piano Industria 4.0 con agevolazioni previste per le aziende che investono in economia circolare. C’è in ballo la competitività delle aziende italiane e una spinta per innovazione, ripresa investimenti e occupazione.

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