Le nuove figure professionali nel settore turistico alberghiero

Febbraio e marzo sono i mesi migliori in cui candidarsi per i lavori nel settore turistico alberghiero. E proprio in questo periodo, infatti, in tutta Italia da Milano a Lecce si tengono numerosi eventi dedicati al mondo del turismo. Si tratta di occasioni di incontro tra domanda e offerta, confronto per lo sviluppo e la crescita, ma anche di formazione e recruiting. Un modo per capire e aggiornare il personale sulle sfide che l’evoluzione del mercato del lavoro impone anche in questo comparto.

Il mondo del turismo oggi

Il settore turistico traina in Italia una percentuale importante dell’occupazione, soprattutto giovanile. Non solo negli impieghi più classici delle strutture alberghiere, come direzione e amministrazione, ricevimento, cucina, servizio sala, camere e bar, intrattenimento, animazione e assistenza, ma anche in riferimento ai nuovi profili di lavoro legati a un modo differente e innovativo di vivere il turismo e all’ampia diffusione che ha avuto il web. 

Proprio grazie ai servizi online e alle soluzioni low cost si è ampliata la possibilità di viaggiare dando quindi una spinta a tutto il settore. Negli ultimi anni è aumentato il cosiddetto turismo esperenziale (di chi cerca quindi percorsi che rispecchino le proprie passioni, come enogastronomia o fotografia), culturale (di chi visita soprattutto le città d’arte) e sostenibile (tutto ciò che è legato al concetto green).

settore-turistico-green

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Le competenze richieste nel settore turistico

Il settore è alla ricerca di nuove figure professionali per agenzie di viaggio e aziende ricettive. Il personale presente sul mercato non è infatti sufficiente a coprire la richiesta, e quello presente non è sempre abbastanza qualificato per affrontare il settore turismo e hospitality, che cambia e ha bisogno di nuove competenze. Tra queste ci sono ad esempio le lingue straniere, come cinese, russo e arabo, in pratica quelle dei mercati in espansione da dove arrivano più turisti.

Inoltre c’è sempre una maggiore attenzione per coloro che si occupano di F&B (food and beverage), impiegati nell’accoglienza dell’area ristorante, e quindi di assicurare alla clientela prodotti di qualità, della conservazione dei cibi, del rispetto delle norme igienico-sanitarie e anche del servizio ai tavoli, prestando molta attenzione in questi casi ai clienti che dichiarano di avere allergie e intolleranze alimentari.

Per questo i corsi di formazione e aggiornamento sono un ottimo investimenti per le aziende, sia per avviare un processo innovativo che per orientare il personale verso corsi specifici di grande utilità e interesse. Il mondo del lavoro turistico ha quindi bisogno di essere riqualificato proprio perché vive una continua evoluzione.

Food & Beverage Manager

Chi sono i nuovi operatori in ambito turistico

Le nuove competenze richieste nel settore turistico riguardano il mondo del web. In questo campo le figure più richieste sono: social media manager (che elabora piani di comunicazione per i social network) e revenue/pricing manager, che modifica le tariffe (booking on-line) per far in modo che la struttura sia sempre piena; ci sono poi coloro che si occupano di raccontare in formato digitale i luoghi da visitare.

Tra le nuove figure anche: travel organizer (costruisce il viaggio, la sua area di competenza va dalla progettazione alla comunicazione); travel designer (propone un’offerta turistica su misura del cliente); promotore del turismo sostenibile (guida ambientale, operatori di ecoturismo che lavorano soprattutto a contatto con b&b, agriturismi o strutture green); destination manager (promuove un territorio spesso posto al di fuori dei grandi circuiti turistici per valorizzarne ricchezze e risorse).

Infine molto richieste sono anche alcune lauree (economica, urbanistica e umanistica), che danno una preparazione ampia e competente per fornire alla clientela un’offerta turistica adeguata, effettuando un’analisi dettagliata del territorio di interesse. 

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Lavoro, inclusione e disabilità: progetti esemplari di formazione e aggiornamento

Il reinserimento e l’inclusione nei posti di lavoro delle persone con disabilità è uno dei punti su cui lavorare per il futuro con azioni concrete. Ma è altrettanto fondamentale formare e aggiornare gli operatori che lavorano a stretto contatto con i disabili.

Lavoro e disabilità: l’esempio del Lazio 

Regione Lazio, Inail, parti sociali e associazioni hanno recentemente firmato un protocollo d’intesa per promuovere progetti che hanno l’obiettivo di favorire il ricollocamento sul posto di lavoro di persone con disabilità.

Per poter arrivare a questi obiettivi è necessario mettere in atto una serie di iniziative grazie a un contributo a cui si può accedere per portare a termine diversi interventi come: abbattimento o superamento di barriere architettoniche, adeguamento delle postazioni di lavoro, formazione per l’inserimento della persona con disabilita a una nuova occupazione o mansione.

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Il lavoro di FondItalia per l’inclusione

Oltre a formare le persone con disabilità per reinserirle nel mondo del lavoro, è altrettanto essenziale aggiornare anche gli operatori socio-sanitari che invece si prendono cura dei disabili soprattutto gravi e non autonomi in strutture educative e riabilitative.

Tra i progetti finanziati da FondItalia nell’ambito della formazione continua, c’è infatti proprio quello dedicato agli operatori del centro diurno socio educativo riabilitativo Gaia, che si trovano a lavorare a stretto contatto con persone con disabilità gravi. Una situazione questa, come è stato provato da anni di studio, che genera forte stress.

Infatti, il rischio maggiore che corrono gli operatori e i professionisti socio-sanitari è la sindrome da burnout, ovvero un forte stato di stress che porta a logorio psicofisico ed emotivo, che però si può prevenire con la formazione e la supervisione.

Il progetto di formazione, attuato dall’Associazione Sinergia, ha avuto l’obiettivo di aggiornare le competenze degli operatori socio-sanitari alle caratteristiche della struttura organizzativa e alle modalità di lavoro aziendali. Tutto questo in funzione delle persone ospitate nella struttura, per raggiungere un miglioramento delle competenze, delle condizioni e dei rapporti tra operatore e paziente.

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Digital transformation ed ecosostenibilità traineranno l’occupazione nel prossimo triennio

Secondo un rapporto realizzato da Unioncamere e Anpal nei prossimi cinque anni, tra il 2019 e il 2023, si creeranno più di 3 milioni di posti di lavoro in base alle richieste delle imprese e della pubblica amministrazione. La maggior parte di questi posti di lavoro riguarderà il normale turnover, ma i nuovi impieghi sono stimati tra le 352 e le 535mila unità. Sei posti di lavoro su dieci saranno riservati a laureati o diplomati, i restanti saranno per coloro che avranno una elevata specializzazione o una professione tecnica.

Posti di lavoro per laureati e diplomati

I profili più richiesti nei prossimi 5 anni saranno quelli molto specializzati e laureati nei settori: medico-sanitario (fabbisogno previsto tar le 171 e le 176mila unità), economico (152-162mila unità), ingegneria (127-136mila unità) e giuridico (98-103mila unità). Per i diplomati i settori con la maggiore richiesta di personale saranno quelli dell’amministrazione e marketing (278-301mila unità), industria e artigianato (210-235mila unità), e qui in particolare nei comparti meccanica, meccatronica ed elettrotecnica. Nella classifica anche il settore turistico con un fabbisogno futuro che si aggira tra le 79 e le 82 mila unità.

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Occupazione dati fabbisogno

Occupazione nel mondo digitale

Nel settore “digital transformation”, dove sarà maggiore la rivoluzione tecnologica, le imprese cercheranno tra i 275 e i 325 mila lavoratori che dovranno avere competenze matematiche, informatiche, digitali, social e avere una specializzazione in robotica, big data e tecnologie 4.0. Fabbisogno occupazionale anche nella filiera ecosostenibile, dove serviranno tra i 519mila e 607mila lavoratori; e poi nel comparto di salute e benessere (tra le 361mila e 407mila unità), digitale (275-325mila unità) ed education e cultura (140-149mila unità), mobilità e logistica (85-116mila unità), meccatronica e robotica (67-86 mila unità).

Il presidente di Unioncamere, Carlo Sangalli, ha sottolineato come in quadro come quello che emerge da questi dati sia sempre più importante «la scelta del percorso di studio nella vita dei giovani», per cui diventa fondamentale «fornire ai ragazzi e alle famiglie le informazioni più aggiornate sulle tendenze del mercato del lavoro e sulle professioni che offrono le migliori opportunità per il futuro».

La formazione e la conoscenza del fabbisogno occupazionale sono essenziali per ridurre il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro.

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Lavoro femminile: l’Italia ha il tasso di occupazione più basso d’Europa

L’occupazione femminile in Italia mostra dati preoccupanti se paragonati con quelli del resto d’Europa. Le donne che lavorano nel nostro paese sono ancora in numero inferiore rispetto agli uomini, per un posto di lavoro simile guadagnano di meno e se sono madri il tasso di impiego scende vertiginosamente. Quest’ultimo dato emerge da una ricerca dell’Istat, che evidenzia la difficoltà di conciliare la vita lavorativa con il prendersi cura dei figli.

I dati Eurostat sul lavoro femminile

Se si prendono in considerazione le donne tra i 15 e i 64 anni fino al 2018 risulta impiegato, dai dati Eurostat, il 56,2% contro il 68,3% nella Ue. L’Italia ha un gap di differenza tra uomini e donne di quasi 19 punti, il peggiore dopo Malta. Ma siamo indietro anche come percentuale di donne occupate in età da lavoro: 49,5%, fa peggio di noi solo la Grecia. Pur crescendo negli anni il numero delle donne impiegate, questa percentuale non raggiunge comunque i livelli della media dei paesi dell’Unione Europea.

I dati Eurostat evidenziano anche che una persona su cinque tra i 25 e i 54 anni (22,1%) è fuori dal mercato del lavoro, uno dei più alti in Europa, ma se si parla di donne la percentuale sale al 32,6%, una su tre, mentre nella Ue la media è sotto il 20%. E spesso i motivi sono familiari. Sono aumentate, invece, le donne che lavorano e che hanno un’età compresa tra i 55 e i 64 anni (dal 18,1% al 46,1%) e questo perché sono cambiate e si sono innalzate le modalità di accesso al pensionamento.

Anche i dati del secondo trimestre del 2019 mostrano un tasso di attività delle donne italiane in aumento (56,8%), ma sempre sotto la media Ue; il 43% del comporto rosa in età da lavoro è fuori dal mercato.

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Donne e madri lavoratrici

 

I dati Istat

Le donne che hanno figli faticano a conciliare il lavoro con la vita familiare. Una donna su dieci con un bambino (al sud i dati parlano di una su cinque) non ha mai lavorato, una percentuale di 11,1% mentre la media europea è di 3,6%. Un figlio, quindi, cambia la vita professionale di una donna, molto di più rispetto a quanto accade per gli uomini. Basta guardare i dati: il tasso di occupazione dei padri è dell’89,3%, mentre quello degli uomini che non abitano con i figli è dell’83,6%; quello delle mamme che lavorano è 57% quello delle donne senza figli coabitanti 72%. Un divario enorme tra uomini e donne.

Il tasso di occupazione femminile scende in base all’età dei bambini, più sono piccoli e più la percentuale è bassa. Solo il 38% delle donne ha cambiato qualcosa nella propria attività lavorativa per occuparsi dei figli, rispetto al quasi 12% dei padri. Le madri hanno richiesto un passaggio al part time o una modifica dell’orario di lavoro per andare incontro alle esigenze dei piccoli, e lo hanno potuto fare soprattutto coloro che hanno una professione qualificata o impiegatizia, più penalizzate le operaie.

I nuclei familiari che usufruiscono dei servizi (spesso considerati troppo cari, in alcuni casi sono addirittura assenti) sono meno di un terzo, il 38% conta sull’aiuto dei familiari, soprattutto nonni o amici. Sarà per tutti questi motivi che negli ultimi anni sono notevolmente aumentate le richieste dello smart working.

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Logistica: un settore in grande espansione

La logistica negli ultimi anni ha conosciuto una forte espansione, e nelle previsioni sarà anche il comparto che nei prossimi cinque anni creerà il maggior numero di posti di lavoro. A dirlo sono i numeri pubblicati da Fondazione Itl – Istituto sui Trasporti e Logistica: da 503mila dipendenti del 2011 si è passati a 634mila a fine 2018, +26% in generale e un +146% nel segmento dei corrieri. In sette anni quindi sono stati creati circa 130mila posti di lavoro, un numero molto consistente, e va considerato anche che non si tratta solo di manovratori e macchinisti, ma anche di profili manageriali.

Logistica: un comparto in buona salute

Un settore in fermento, con volumi di fatturo in costante crescita e un futuro che parla di Logistica 4.0 per la gestione automatizzata dei magazzini e del trasporto. I risultati dell’Osservatorio Contract Logistic “Gino Marchet” del Politecnico di Milano confermano il buon andamento di questo comparto per il quinto anno consecutivo. Si parla di un +0.7% del fatturato conto terzi (contact logistics), un aumento dovuto ai grandi operatori logistici e dalla logistica in outsourcing.

Logistica di magazzino

Il passaggio a una logistica 4.0

Il passaggio a una logistica 4.0 comporterà all’interno delle aziende una evoluzione delle competenze. L’innovazione dei processi richiederà un investimento sulla formazione delle persone e sulla tecnologia, ma tutto questo permetterà anche di essere pronti alle sfide che il mercato richiede. Tra le figure più richieste ci saranno: big data analyst, digital transformation manager, informatico logistico, informatico dell’automazione, innovation manager e AI specialist.

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Green economy, robot e IA: ecco il futuro del lavoro in Italia

Il futuro del lavoro in Italia è green e tecnologico. A dirlo sono due rapporti che raccontano in che direzione sta andando il nostro paese.

Un mondo del lavoro sempre più green

C’è una forte accelerazione verso la green economy, con un record nel 2019 di investimenti eco: 300mila imprese, un valore pari a 21,5%, +7,2 punti in più rispetto al 2011. I dati sono del rapporto GreenItaly 2019 della Fondazione Symbola e di Unioncamere, in collaborazione con Conai, Ecopneus e Novamont, con la partnership di Si.Camera e Ecocerved e con il patrocinio del ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.

Sono 432 mila in tutto le imprese italiane che hanno investito nel 2015-2019 in sostenibilità ed efficienza: in pratica un’azienda su tre, il 31,2% dell’imprenditoria extra agricola e il 35,8% del comparto manifatturiero hanno impiegato prodotti e tecnologie per ridurre l’impatto ambientale, risparmiare energia e contenere le emissioni di CO2. In dieci anni si è passati da 25 GW di fotovoltaico installato agli attuali 660 GW.

Un investimento nella tecnologia che ha abbassato anche i costi dell’elettricità del fotovoltaico e dell’eolico. Queste imprese sono più innovative, riescono ad avere maggiore produttività, sono più competitive sul mercato europeo. Aumenta anche il numero dei lavori “green” con un livello di occupazione in netta crescita. Ad investire nella sostenibilità sono maggiormente le aziende con dirigenti under 35 (47% contro il 23% di imprese guidate da over 35)

L’Italia viaggia spedita verso una leadership europea proprio grazie a queste imprese green (incluse Pmi) che ne migliorano il sistema produttivo e le performance ambientali. Il nostro paese, infatti, risulta tra i più efficienti nella riduzione dei rifiuti, soprattutto in riferimento alle imprese spagnole, britanniche e francesi. Aumentano anche i brevetti green in Italia.

Imprese green

Il salto di qualità con robot e IA

Le industrie green sono anche altamente tecnologiche. Un legame forte, perché proprio le continue innovazioni permettono di ridurre consumi e migliorare l’efficienza industriale e lavorativa. E se ancora una buona percentuale pensa che robot e IA toglieranno dei posti di lavoro (70%), manifestando quindi sentimenti di paura e preoccupazione, più del 90% del campione intervistato sostiene che le nuove tecnologie hanno portato negli anni a scoperte e risultati impensabili e che contribuiscono a migliorare la qualità della vita (87%). I dati sono dell’ultimo rapporto di Aidp-Lablaw 2019 a cura di BVA Doxa “Robot, Intelligenza artificiale e lavoro in Italia”.

Dal sondaggio è emerso che le macchine potranno aiutare l’uomo nello svolgimento delle attività lavorative più faticose e pericolose, ma l’89% è convinto che i robot non potranno mai del tutto sostituire l’uomo nel lavoro. Per cogliere, però, tutti i possibili benefici della tecnologia servono leggi per regolamentare la materia (lo pensa il 92% del campione).

Dai dati del rapporto è emerso anche che l’italiano 4.0 è un giovane under 35, con un titolo di studio elevato, che abita al Sud o alle Isole. È innegabile, comunque, che quasi tutto il campione intervistato abbia interesse e curiosità verso il mondo della robotica. Tra i settori citati per l’utilizzo delle tecnologie ci sono quello manifatturiero, automobilistico, logistica, trasporti, medicina ma anche i servizi alla persona. Mentre oltre il 40% non vorrebbe la robotica nell’istruzione, quando invece risulta fondamentale alla luce dei dati emersi che la formazione tecnologia è necessaria per avere personale formato e da inserire nel mondo del lavoro.

Solo una minima parte ha un atteggiamento negativo verso la robotica, visto ormai l’uso quotidiano di qualsiasi forma di tecnologia (utilizzato da oltre il 40% degli intervistati). Sta diventando una necessità inderogabile acquisire le giuste competenze per cogliere tutte le future opportunità.

 

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Il futuro delle formazione continua. Osservatorio FondItalia

Si terrà giovedì 28 novembre, dalle ore 14.30 alle ore 17.30, a Roma presso la Casa dei Cavalieri di Rodi, l’evento “Il futuro della formazione continua. Osservatorio FondItalia”.

FondItalia: passato, presente e futuro

Un’occasione importante per fare il punto sul Fondo Interprofessionale che ha compiuto 10 anni di attività, diventando un punto di riferimento per le imprese, soprattutto piccole e micro.

Un bilancio su ciò che è stato fatto, ma anche sulle prospettive future di crescita, per continuare a promuovere la formazione dei lavoratori, in un’ottica di continuo aggiornamento e di partecipazione all’importante processo di digitalizzazione in atto.

L’evento offrirà anche l’opportunità per presentare la proposta dell’Osservatorio FondItalia che, grazie alla sinergia di Parti Sociali, università ed enti di ricerca, consentirà al Fondo di elaborare nuove opportunità per le imprese ed i lavoratori il più possibile pertinenti con le loro esigenze formative e di sviluppo.

Il programma del convegno “Il futuro delle formazione continua. Osservatorio FondItalia”

Ad aprire l’importante appuntamento sarà il presidente di FondItalia Francesco Franco, insieme al segretario nazionale UGL Francesco Paolo Capone e al presidente di FederTerziario Nicola Patrizi.

I primi interventi in programma saranno quelli del ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Nunzia Catalfo e di Raffaele Ieva (Anpal) dal titolo “Il ruolo della formazione continua nelle Politiche attive per il lavoro”. A seguire la “Presentazione del Rapporto FondItalia 2019” a cura del direttore del Fondo Egidio Sangue; terzo intervento in programma “Raccontare FondItalia” con l’introduzione del direttore di FederTerziario Alessandro Franco.

A chiudere l’evento saranno gli interventi di Francesco Dandolo (Università Federico Ii di Napoli), Lelio Iapadre (Università degli Studi dell’Aquila), Matilde Bini (Università Europea di Roma) e Giampaolo Basile (Università Mercatorum) sul tema “Il futuro della formazione continua. Il programma Osservatorio FondItalia”. Modera il convegno il giornalista economico Massimo Maria Amorosini.

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Le sei figure professionali del futuro e le competenze 4.0 secondo il World Manufacturing Forum

Qual è il lavoro del futuro? Potrebbe sembrare una domanda da un milione di dollari, eppure il World Manufacturing Forum (l’evento organizzato a fine settembre da Confindustria Lombardia, IMS, Politecnico di Milano, con il sostegno della Regione Lombardia) ha già provato a dare una risposta. Facendo un’analisi ben strutturata, il WMF si è concentrato sulle competenze 4.0 e su quello che il mondo potrà offrire in campo professionale ai giovani di oggi e di domani.

Le professioni del futuro secondo il World Manufacturing Forum

Entro il 2030, un futuro quindi non molto distante da oggi, le sei figure professionali vincenti saranno: manager dell’etica digitale, ingegnere 4.0 in versione lean, esperto di big data, esperto nella robotica collaborativa, IT integration manager e consulente digitale. Professioni che prenderanno il posto di lavoro molto più manuali, ma per le quali servirà formare il personale.

L’investimento più importante sarà quindi sulla formazione e il know-how, dando a tutti la possibilità di sviluppare abilità ritenute fondamentali per questi tipi di lavori. Oltre a una generale preparazione digitale e alla capacità di risolvere situazione complesse, sarà importante imparare nuove tecnologie e credere nel lavoro di squadra.

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La formazione continua per le competenze 4.0

L’accelerazione tecnologica pone come primo obiettivo per ogni azienda la possibilità di dover aggiornare il proprio personale in maniera continua per evitare che ogni lavoratore si ritrovi ad avere una serie di conoscenze troppo obsolete rispetto al momento che vive.

Tra le 10 competenze del futuro, il WMF inserisce:

  • alfabetizzazione digitale
  • capacità di utilizzare e progettare nuove soluzioni di analisi dei dati
  • risoluzione di problemi in ​​tempi rapidi
  • forte mentalità imprenditoriale
  • capacità di lavorare in modo sicuro ed efficace con le nuove tecnologie
  • mentalità interculturale e disciplinare
  • sicurezza informatica, privacy e consapevolezza dei dati/informazioni
  • capacità di gestire la crescente complessità di molteplici compiti simultanei
  • competenze di comunicazione attraverso diverse piattaforme e tecnologie
  • apertura mentale verso il cambiamento e capacità di trasferire le proprie conoscenze.

«Nel mezzo della quarta rivoluzione industriale – ha sottolineato il presidente della Fondazione WMF Alberto Ribolla – per completare il cambiamento focalizzato sulle persone, dobbiamo governare il percorso garantendo la compatibilità tra tre fattori fondamentali per il futuro delle nostre società: economico, sociale e ambientale. Non c’è vera prosperità se gli indicatori economici crescono a spese dell’ambiente, delle risorse naturali e dei territori. E non c’è futuro se l’industria non inizia a condividere la prosperità all’interno delle nostre società in modo non dogmatico».

Ad aiutare, inoltre, le piccole e medie aziende a diventare più digitali è da poco nato anche il servizio di “Digital Mentoring”. Un network di professionisti, manager e imprenditori che hanno competenze nel campo delle tecnologie impresa 4.0, e le mettono a disposizione delle società per indirizzarle verso la digitalizzazione 4.0.

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Piano industria 4.0: cosa succederà nel 2020? Le agevolazioni per le imprese nella nuova Legge di Bilancio

Confermate le agevolazioni fiscali come iperammortamento, superammortamento, bonus ricerca e sviluppo, credito d’imposta formazione anche nella nuova Legge di Bilancio, presentata in Parlamento a metà ottobre e inviata all’UE. Il documento finanziario entrerà in vigore il 1° gennaio 2020, ma dovrà essere approvato in via definitiva dalle Camere entro il 31 dicembre 2019.

Le agevolazioni per le imprese

Il Governo con questa proroga del Piano Industria 4.0 continua ad incentivare le aziende per quanto riguarda l’ammodernamento dei beni strumentali, ma anche la formazione digitale dei dipendenti. Le aziende finora hanno potuto investire in innovazioni tecnologiche, ottenendo anche degli effetti benefici sul mercato. Una strada importante questa tracciata dal Piano Industria 4.0 che dà alle imprese la possibilità di usufruire di una serie di bonus fiscali per lo sviluppo digitale, proiettandosi quindi verso la quarta rivoluzione industriale.

L’iperammortamento, in particolare, favorisce l’investimento a una produzione sempre più automatizzata e iperconnessa (al 270% per gli investimenti fino a 2,5 milioni di euro, al 200% fino a 10 milioni di euro e al 150% fino a 20 milioni); il superammortamento invece prevede maggioranze del 30% sull’acquisto di beni strumentali nuovi. Il bonus formazione è invece riferito agli investimenti per il personale (credito d’imposta al 40% fino a 300mila euro); infine ricerca e sviluppo con un credito d’imposta dal 25 al 50%, fino a un tetto di 10 milioni di euro. Nella nuova Legge di Bilancio 2020 ci saranno anche delle agevolazioni per andare incontro alle Pmi.

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Le novità della Legge di Bilancio 2020

Il Governo ha deciso di continuare a incentivare il Piano Industria 4.0 per stimolare le imprese a nuovi investimenti. Le novità inserire e che attendono l’approvazione riguardano: il piano strutturale per il Mezzogiorno; e il patto verde (Green new deal) per investimenti sostenibili;. Per andare incontro ai lavoratori è previsto, invece, un piano strategico di prevenzione infortuni e malattie professionali, leggi sulla parità di genere nelle retribuzioni e sull’equo compenso.

La situazione delle imprese 4-0

L’ultimo rapporto Mise sulla diffusione delle imprese 4.0 pubblicato nel luglio 2018 evidenziava un quadro in cui:

– l’8,4% delle imprese utilizza almeno una delle tecnologie considerate

– il 4,7% delle imprese ha in programma investimenti specifici nel prossimo triennio

– l’86,9% del totale imprese sono “tradizionali”, non utilizza tecnologie 4.0 e né ha in programma interventi futuri.

La diffusione delle tecnologie 4.0 è maggiore nel centro-nord (9,2%) rispetto al Mezzogiorno (6,1%).

schema imprese 4.0

Entrando nel dettaglio delle tecnologie utilizzate:

  • il 48% circa delle imprese 4.0 utilizza solo le tecnologie di gestione dei dati
  • il 36% è attivo sia nelle tecnologie che riguardano il processo produttivo in senso stretto sia nella gestione dei dati.
  • Il 16% utilizza esclusivamente le tecnologie produttive.

Ovviamente più le aziende hanno un numero di dipendenti crescete e più riescono a fruttare tecnologie differenti.

Nel triennio che stiamo vivendo il 10% delle imprese prevede un intervento nel prossimo triennio e di queste almeno il 3,7% implementerebbe 4 o più tecnologie. Inoltre più aumenta il numero dei dipendenti e più la percentuale di investimento aumenta. Solo le imprese meridionali mostrano un divario negativo per gli impegni futuri.

schema imprese tecnologia 4.0

Smart working da sviluppare: quali aziende lo fanno e come funziona

Negli ultimi anni si è diffuso il modello organizzativo dello smart working o lavoro agile (L. n. 81/2017, artt. 18-23), che non è semplicemente l’attività lavorativa svolta da casa o comunque da un ambiente esterno all’azienda stessa, ma una modalità di lavoro che, pur non avendo vincoli di luogo e di orario, individua obiettivi ben precisi per i lavoratori.

I dati e i vantaggi dello smart working

Una recente ricerca dell’Osservatorio Smart Working (ripogrtata dal portale Digital4HR) parla di una modalità lavorativa in forte ascesa: dai 480mila smart worker del 2018 (56% delle grandi imprese, 8% delle PA e 8% delle PMI) si è passati ai 570mila del 2019 registrando un +20% (con il 58% delle grandi imprese, 16% delle PA e il 12% delle PMI). Inoltre il lavoro agile riduce l’assenteismo, migliora la qualità di vita del lavoratore (stress e tempo degli spostamenti) e la sua produttività e fa sì che l’azienda possa ridurre i costi per lo spazio fisico, mense e parcheggi da destinare ai lavoratori. Il tele-lavoro è anche amico dell’ambiente: meno traffico e meno inquinamento. Gli smart worker sono più soddisfatti del lavoro rispetto agli altri lavoratori (31% contro 19%), ma anche del rapporto con i colleghi (31% contro 23%) e con i superiori (25% contro 19%).

Effetti positivi dello smart working

Lo smart working offre flessibilità e autonomia in cambio di responsabilizzazione dei risultati. Servono competenze digitali, oltre a fiducia e autonomia del capo e dei colleghi nei confronti del lavoratore agile. Infatti per molti si pone il dubbio proprio su questo fronte: controllo del lavoro e sicurezza del lavoratore che opera in spazi esterni dall’ufficio.

Il lavoratore deve essere in grado di separare lo spazio dedicato al lavoro da ambienti e impegni familiari. In un contesto lavorativo come questo diventano fondamentali aspetti come collaborazione, feedback, chiara organizzazione del lavoro e formazione per rendere autonomi e responsabili i dipendenti. Importante anche mantenere una riunione (al massimo due a settimana) per favorire un minimo di socializzazione e di contatto tra colleghi, oltre che sfruttare l’occasione per fare il punto della situazione. Ma di sicuro è una modalità di lavoro che va incontro a chi ha figli piccoli o genitori anziani da accudire.

Cosa accadrà in futuro

Grazie alla sempre più diffusa tecnologia (reti wifi, smartphone e pc portatili) si ipotizza che in futuro la maggior parte dei lavoratori europei sarà smart worker: nel giro di qualche anno si potrebbe avere una percentuale fino al 65%; in Italia si toccherebbe quota 10 milioni di persone.

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