Lavoro: i settori che stentano a ripartire dopo la pandemia

La pandemia da Coronavirus, che nei mesi scorsi ha colpito l’Italia e il mondo intero e che ancora frena una ripartenza vera e propria, ha lasciato strascichi nel mondo del lavoro. L’economia e l’occupazione stentano infatti a ripartire, con alcuni settori in evidente affanno, a volte legati l’uno all’altro: si va dal turismo alla ristorazione, dal traffico aereo all’intrattenimento. I più danneggiati da questa situazione sono i lavoratori stagionali e i precari, in particolare donne e giovani.

I settori in crisi 

Il turismo e i suoi mondi paralleli  

L’assenza di turisti nel nostro paese ha inciso in questi mesi sia sulla spesa (-25%) che sull’occupazione: si è registrato -54% di presenze dei vacanzieri a giugno, un -23% di presenze dei vacanzieri a luglio e -11% ad agosto, considerando che solo un’altra piccola parte ha scelto settembre. Un’assenza degli italiani, schiacciati da difficoltà economiche e dalla paura dei contagi, ma anche e soprattutto degli stranieri.

Mentre, però, le località di mare e montagna e i piccoli borghi sono in qualche modo riusciti a superare il periodo più critico, le città d’arte sono quelle che hanno risentito maggiormente della situazione post lockdown.

Tra i settori che hanno accusato il colpo a livello occupazionale per la mancanza di turisti ci sono anche la ristorazione, i bar e gli agriturismi. In generale i dati dell’Istat di luglio parlano di un calo di 556mila occupati rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. Molti locali comunque risentono anche della mancanza di lavoratori nelle sedi aziendali (in tanti ancora in smartworking), e che in pausa pranzo affollavano bar e tavole calde. L’assenza di turisti, infine, pesa anche sul traffico aereo (-35% rispetto al momento pre-Covid).

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Il mondo dell’intrattenimento e dell’automobile

Tra gli altri settori in segno negativo anche l’intrattenimento, con il cinema che è arrivato a toccare -98% di introiti e molti teatri che non hanno ancora riaperto. Due settori che faticano a crescere nei numeri e in questo caso vengono penalizzati gli operatori dello spettacolo, coloro che spesso lavorano dietro le quinte e che si trovano in una evidente crisi economica. Del tutto ferma o quasi anche la macchina dei concerti e dei grandi spettacoli, produzioni costose che con un numero ridotto di spettatori non riescono a ripartire per mancanza di introiti.

settore automobilistico

E se gli italiani rinunciano al divertimento, è chiaro quindi il segnale che non si potrà investire in spese magari importanti ma che impatterebbero troppo sui bilanci familiari, come l’acquisto dell’automobile. Le nuove immatricolazioni a luglio hanno fatto registrare un -11%, da valutare nei prossimi mesi se gli incentivi messi in campo dal Governo riusciranno a far invertire la rotta di uno settori trainanti per l’economia del nostro paese. La fotografia della situazione in Italia di questi mesi viene ben evidenziata dai grafici di Lab24 del Sole 24Ore.

I dati sul lavoro

In fatto di occupazione, i lavoratori che hanno subito di più la crisi sono quelli impiegati con contratti stagionali, precari e autonomi, non tutelati quindi da un contratto a tempo indeterminato. Inoltre lo studio sull’occupazione dei giovani e delle donne mostrano un forte calo nelle assunzioni, una frenata che va in parallelo con la crescita delle domande di disoccupazione. I dati dell’Inps indicano a fine maggio 750mila occupati in meno rispetto allo stesso mese del 2019, e più di mezzo milione di precari fuori dal mercato di lavoro. Questo fa comprendere come i mesi di lockdown abbiamo inciso, facendo registrare un -17% dell’attività economica.

Una situazione arginata solo in parte dal blocco dei licenziamenti e dalla cassa integrazione a cui molte aziende hanno fatto ricorso. Queste soluzioni, infatti, hanno portato a penalizzare i lavoratori precari o autonomi, che spesso sono proprio i più giovani. Inoltre la grave crisi che ha colpito alcuni settori specifici ha influito sui numeri, perché è proprio in quegli ambiti che sono impiegati donne e ragazzi con contratti stagionali. Il contesto ha favorito così i lavoratori più “anziani” e con contratti a tempo indeterminato e quindi non licenziabili ma nemmeno in età da pensione. I numeri più recenti mostrano un lieve rialzo rispetto ai mesi del lockdown, ma siamo ancora lontani dalla normalità o da un periodo di ripresa totale.

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AI e Blockchain modificano il modo di fare impresa

La crisi sanitaria ed economica scatenata dal Covid-19 può dare un’importante spinta all’implementazione di intelligenza artificiale e integrazioni dati in alcuni settori che vanno dalla sanità all’imprenditoria, ma anche allo sviluppo di città più “smart” e tecnologiche. Se ne è parlato a Venezia durante lo “Strategy Innovation Forum” promosso dall’Università Ca’ Foscari.

Proprio la città lagunare è stata colpita gravemente prima da una forte inondazione e poi dalla pandemia, vedendo scendere la presenza dei turisti e quindi di incassi (-60% rispetto all’anno precedente). Una caduta economica per le aziende locale da cui è possibile risalire investendo nella tecnologia. In particolare AI e Blockchain, possono cambiare il modo di fare impresa, di gestire le risorse ma anche i processi interni.

Cosa sono AI e Blockchain

In futuro sentiremo parlare spesso di AI e Blockchain, faranno parte del nostro vivere quotidiano. Ma cosa sono?

Con il termine AI si intende l’intelligenza artificiale, quel ramo dell’informatica che consente di programmare e progettare sistemi hardware e software e di dotare i robot di caratteristiche come percezione visiva, spazio-temporale e decisionale, attività tipiche della mente umana.

Blockchian letteralmente vuol dire “catena di blocchi”, ed è una tecnologia che sfrutta le caratteristiche di una rete informatica, permette di gestire e aggiornare dati e informazioni in condivisione. Un vero e proprio registro digitale raggruppato in blocchi.

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L’applicazione di Ai e Blockchain

Lo studio Gli impatti di IA e di Blockchain sui modelli di business” del professor Carlo Bagnoli, ordinario di innovazione strategica all’università veneziana, mette in mostra come, principalmente nei settori manifatturiero, retail e sanitario, Ai e Blockchain possano avere un impatto positivo.

In campo sanitario sarà possibile ad esempio monitorare lo stato di salute del paziente da remoto, grazie a dispositivi biometrici che raccoglieranno dati e li trasferiranno direttamente a medici e ospedali.

Nel mondo del retail, si potranno offrire prodotti e servizi sempre più personalizzati, andando incontro alle esigenze del cliente sfruttando chatbot e assistenti virtuali. Si aumenteranno, quindi, le vendite perché si avrà una risposta mirata basata sull’effettiva domanda.

Ma Ai e Blockchain miglioreranno anche il settore manifatturiero e aziendale generale grazie a una comunicazione veloce e precisa con i fornitori; riducendo lo spreco e le scorte inutili all’interno dei magazzini; diminuendo i costi di trasporto. Si potranno ottimizzare le linee di produzione, decentrare le reti logistiche e migliorare anche le analisi di mercato. L’applicazione dei robot in alcune lavorazioni ridurrà al minimo l’errore umano ma anche gli infortuni sul lavoro. I processi interni ed esterni di un’azienda verranno quindi perfezionati e resi più funzionali.

Conclusioni

«Secondo Gartner – spiega Bagnoli – il 59% delle aziende non ha ancora formulato vere e proprie strategie di AI, ma ormai è chiaro che questa tecnologia produrrà i maggiori cambiamenti nel mondo del business con un contributo potenziale di 15 trilioni di dollari dell’economia mondiale 2030».

IA e Blockchain rivoluzionano quindi i concetti di visione, missione e strategia, ma sarà fondamentale per le aziende farsi trovare pronte ad accogliere la nuova tecnologia. Questo vuol dire anche fare un adeguamento e una evoluzione delle competenze, valorizzando e formando i lavoratori già impiegati in azienda e investire nelle università per avere studenti specializzati pronti a entrare in un mondo del lavoro sempre più tecnologico.

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Lo smartworking cambia il nostro modo di vivere

Lo smartworking imposto in moltissime realtà produttive dal lockdown è destinato a sopravvivere, almeno in parte.

Il lavoro da casa ha permesso ai lavoratori di avere più tempo libero da dedicare alla famiglia, alle proprie passioni e allo sport. E sta convincendo molti dell’inutilità di vivere nelle grandi città a favore della riscoperta dei borghi italiani dove la densità abitativa è decisamente più bassa ed è possibile trovare case con grandi spazi interni ed esterni a prezzi lontani anni luce da quelli di Roma, Milano, Bologna e Firenze.

Il rilancio dei piccoli borghi

Tanti piccoli comuni italiani hanno messo in vendita case a un euro o poco più, in cambio della ristrutturazione degli edifici entro un anno e con la possibilità di creare nuove abitazioni o piccole attività per rilanciare il borgo. In Italia il 72% dei comuni (8mila nello Stivale) conta meno di 5mila abitanti, di cui oltre duemila sono in avanzato stato di abbandono.

Uno studio in corso del Politecnico di Milano in collaborazione con il Touring Club proprio per progetti pilota di questo tipo sottolinea come in Europa esistano già dei buoni esempi (Brest in Francia) che il Bel Paese può seguire: borghi a meno di 60 km dai grandi centri urbani, con infrastrutture vicine come aeroporti e stazioni proprio per favorire gli spostamenti. Una delle aree prese in esame per questo progetto pilota è in Val Trebbia, località non distante da Milano. Case history di successo sono il centro di Badalucco in Liguria e Castelfalfi in Toscana. E in quest’ottica si stanno muovendo anche Sambuca in Sicilia.

Piccolo borgo della Liguria

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Gli obiettivi da raggiungere

Un modo per rilanciare il patrimonio storico-culturale del nostro paese e creare occupazione attraverso lo sviluppo di strutture e servizi in loco. Delocalizzare significa inoltre rendere più sostenibile la vita nelle grandi città per chi resta, diminuendo la densità abitativa e conseguentemente i flussi nei trasporti o nella fruizione dei servizi.

I piccoli comuni dovranno però dotarsi di infrastrutture fondamentali come banda larga e fibra proprio per consentire di lavorare avendo tutte le comodità a portata di mano. Tecnologia, servizi, vicinanza con le grandi città o con hub di trasporto come stazioni e aeroporti saranno fondamentali perché iniziative come questa riscuotano successo.

L’esempio americano

Non è un caso che proprio la stampa americana ha dato risalto con diversi articoli a queste case in vendita a poco prezzo e che spesso vengono acquistate anche da stranieri. Negli Stati Uniti la fuga dalle metropoli è una tendenza già in atto: New York, Chicago e Los Angeles stanno subendo un lento ma progressivo abbandono a favore di città meno popolate come Dallas, Houston, Phoenix e Denver dove la vita è meno cara.

La situazione milanese

Una situazione simile è stata registrata nei mesi scorsi anche a Milano. In pieno Covid in molti sono rientrati nei paesi di origine del sud Italia, pur lavorando a distanza per le grandi aziende del nord. Se lo smartworking o la cassa integrazione verranno prolungate fino a dicembre, Milano (tra le città più colpite dalla pandemia) andrà incontro a una dimunizione non solo di lavoratori ma anche di studenti. Molte università, infatti, stanno ampliando il numero di corsi e di esami a distanza per favorire coloro che non rientreranno in città, ma assicurando lezioni continuative e in sicurezza, e anche un buon numero di iscritti. Con pesanti ricadute economico però sul fronte delle attività commerciali e di ristorazione, già pesantemente colpite dalla pandemia.

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La sicurezza sul lavoro e i contagi da Covid-19

La sicurezza sul lavoro deve essere una vera priorità sociale. Lo ha detto Franco Bettoni presidente dell’Inail presentando la Relazione annuale sui dati relativi all’andamento degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali nel 2019 sul bilancio dell’Istituto e sui risultati più importanti ottenuti nell’ambito della ricerca, delle politiche in materia di prevenzione, cura e riabilitazione, investimenti e iniziative promosse per fronteggiare l’emergenza da Coronavirus. Un richiamo importante alle istituzioni, alle parti sociali e al mondo produttivo per un impegno a rendere sicuri i luoghi di lavoro.

Contagi e decessi per Covid-19

Proprio la recente epidemia ha fatto registrare fino al 30 giugno scorso (dati raccolti e diffusi dall’Inail in un report nazionale dove è possibile leggere anche l’analisi sulle singole regioni) quasi 50mila contagi da Covid-19 sui luoghi di lavoro, con una concentrazione di denunce al Nord circa 80% rispetto al Centro (quasi il 12%) e Sud e Isole (8%), e con la Lombardia che risulta la regione più colpita sia per casi denunciati (36%) che per decessi (circa il 45%). Solo la provincia di Milano ha il 30% dei contagi di tutta la regione, mentre nella provincia di Bergamo si concentra la maggior parte dei decessi. Tra i casi mortali l’82,5% riguarda gli uomini compresi nella fascia d’età 50-64 (quasi il 70%) e over 64 (circa il 20%). Se invece si prendono in considerazione i contagi di origine professionale il 72% sono donne e la media dell’età scende a 47 anni.

sicurezza sul lavoro settore sanitario

I settori più interessati dall’epidemia

Nei dati Inail emerge anche che circa il 99% delle denunce riguarda la gestione assicurativa dell’Industria e servizi. Rispetto alle attività produttive, il 72,1% del complesso delle infezioni denunciate e il 26,1% dei casi mortali si concentrano nel settore della sanità e assistenza sociale. A seguire i servizi di vigilanza, pulizia, call center, il settore manifatturiero (addetti alla lavorazione di prodotti chimici, farmaceutici, alimentari), le attività di alloggio e ristorazione, il commercio e il trasporto e magazzinaggio. Sono stati quindi i medici e tutti gli operatori socio-assistenziali ad essere maggiormente coinvolti dall’epidemia con oltre il 40% dei contagi denunciati, tra questi l’83% si riferisce alla sola categoria degli infermieri.

La sicurezza sul posto di lavoro

L’emergenza sanitaria ha portato di nuovo in primo piano alcune fragilità del nostro sistema, e quindi anche la necessità di estendere le protezioni per infortuni o malattie professionali a tutte le categorie di lavoratori anche con diverse tipologie contrattuali. In particolar modo è necessario tutelare coloro che ad esempio durante il lockdown hanno continuato a lavorare rischiando di ammalarsi: non solo gli operatori sanitari, ma anche i riders e i corrieri che hanno effettuato le consegne a domicilio, gli operai e impiegati e tutti coloro che non hanno interrotto i lavori nelle industrie o nelle aziende.

 

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Il ruolo dei Fondi Interprofessionali nella trasformazione del lavoro e della formazione grazie all’innovazione tecnologica

Articolo redatto da Osservatorio FondItalia

Il primo tavolo di lavoro dell’Osservatorio sulle trasformazioni del lavoro e della formazione continua ha posto l’attenzione sull’impatto che l’innovazione tecnologia e organizzativa ha sul lavoro. Un argomento di fondamentale importanza nel contesto economico e sociale in cui viviamo e in cui l’Osservatorio, promosso da FondItalia in collaborazione con l’Associazione Economics and Labour (Ecolab), costituita dall’Università degli Studi dell’Aquila e dall’Università di Salerno, si trova ad operare.

Innovazione tecnologica e il ruolo dei Fondi Interprofessionali

L’innovazione tecnologica, infatti, proprio in questi mesi ha permesso lo svolgersi di attività lavorativa e di studio da casa, un supporto necessario per non fermarsi, un’esigenza per aziende, lavorati e studenti. Ma qual è il ruolo che giocano i Fondi Interprofessionali in questo momento? «I Fondi Interprofessionali sono soggetti previlegiati nell’intercettare il punto di vista e le esigenze delle imprese e dei lavoratori e nel riportarle all’interno del sistema delle politiche attive, proprio perché espressione delle Parti Sociali – ha dichiarato l’avv. Francesco Franco, presidente di FondItalia nel corso del suo intervento introduttivo al tavolo di lavoro dell’Osservatorio –. Assume particolare importanza, quindi, in questo momento aumentare la centralità e rafforzare il ruolo dei Fondi Interprofessionali. Un ruolo più incisivo e ampio che possa andare oltre la formazione dei dipendenti delle imprese iscritte, coinvolgendo anche la platea dei disoccupati o di chi, appena entrato nel mondo del lavoro, abbia la necessità di acquisire nuove competenze specialistiche».

Il tavolo di lavoro dell’Osservatorio

Al primo tavolo di lavoro dell’Osservatorio di FondItalia hanno partecipato oltre al presidente Franco anche Roberto Rossi (Presidente dell’Associazione Ecolab), Alessandra Righi (Istat), Davide Premutico (Anpal), Lelio Iapadre (Università degli Studi dell’Aquila), Gaetano Sabatini (Università degli studi Roma Tre), Gianpaolo Basile (Universitas Mercatorum), Massimo Amorosini (School of Management Università LUM Jean Monnet) ed Egidio Sangue (vicepresidente di FondItalia).

Tanti i temi toccati dai relatori, ma in particolare la riflessione si è soffermato su: il gap tecnologico che da qui a 10 anni si verrà delineando tra i diversi paesi; l’importanza delle scelte dei leader di oggi per l’automazione nelle aziende e l’influenza sull’occupazione; le azioni da sostenere per aiutare le imprese; il ruolo di Regioni e Fondi Interprofessionali nel processo di innovazione; la formazione come pilastro delle politiche attive del lavoro e come necessità per le imprese di essere competitive sul mercato, in particolar modo le piccole e medie imprese; un adeguaeto aumento delle risorse destinate ai Fondi Interprofessionali. Ma soprattutto in conclusione, tutti sono stati concordi sulla necessità di una maggiore collaborazione fra tutte le parti sociali per avviare una riflessione anche sulle nuove figure professionali da formare.

Guarda il primo tavolo di lavoro dell’Osservatorio

 

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La sanità contro le pandemie: più personale e formazione costante

L’epidemia da Coronavirus ha messo a dura prova tutto il comparto medico-sanitario, mettendo in evidenza, da una parte, la grande competenza e professionalità del personale impiegato negli ospedali e dall’altra, le necessità di cui la sanità italiana ha bisogno: medici, infermieri, dispositivi e macchinari.

Le necessità per il comparto sanitario

Già durante l’emergenza sanitaria è stato necessario in alcuni ospedali, soprattutto del nord Italia, aumentare il personale medico e infermieristico, reclutandolo in tutto il Paese. Questo non solo per far fronte alla carenza di personale, di cui molte strutture soffrono, ma anche per sostituire coloro che si ammalavano e per dare respiro a chi, nella fase acuta del Covid-19, effettuava turni estenuanti. In attesa di capire se ci sarà una seconda ondata del virus, è necessario in ogni caso provvedere all’incremento di personale specializzato e preparato ad affrontare situazioni simili, soprattutto facendo scorte dei dispositivi e macchinari necessari. Da sottolineare anche l’importanza dello scambio di personale medico, di dati e di informazioni che i Paesi di tutto il mondo hanno messo in atto in questa situazione, per creare una task force contro il Coronavirus.

Investire nella formazione

Alcune regioni cominciano ad investire di più nella formazione del personale medico proprio per essere pronti, nei prossimi mesi, ad avere la possibilità di ricambi nelle Rsa (residenze per anziani), nelle scuole, per le assistenze domiciliari ai diversamente abili e, naturalmente, nelle strutture ospedaliere. Nella Valle d’Aosta, ad esempio, è partito l’iter per organizzare un corso di formazione per 90 nuovi operatori sociosanitari; in Puglia il bando riguarda 756 Oss. L’obiettivo è quello di avere più personale e garantire a tutti un servizio di qualità, investendo nella formazione e nella riqualificazione del personale. Inoltre, il governo sta valutando una riforma del settore con la possibilità proprio per gli Oss di una formazione post diploma di due anni e l’iscrizione ad un albo regionale.

comparto medico sanitario

L’esempio della Svizzera

Un investimento importante lo ha chiesto anche il governo svizzero per il prossimo quadriennio universitario in ambito medico-sanitario, allo scopo di realizzare un vero e proprio polo per la ricerca e la formazione. La richiesta di 695 milioni (74 in più rispetto al precedente quadriennio) servirà all’Università della Svizzera italiana (Usi) e alla Scuola universitaria professionale (Supsi) per sostenere gli studi in generale, ma in particolar modo, quelli medico-scientifici, come un master in biomedicina. Tra gli obiettivi della richiesta fondi anche quello di aiutare e sostenere le famiglie di studenti meritevoli ma in difficoltà economiche a causa della crisi dovuta al Coronavirus.

L’infermiere a scuola: educatore della salute

Si sta discutendo, inoltre, la possibilità di inserire nelle scuole la figura dell’infermiere, non solo per far fronte a nuovi casi di Covid-19, ma anche per aiutare i giovani a diventare cittadini più consapevoli per quanto riguarda l’igiene e la prevenzione di alcune malattie. L’infermiere scolastico ricoprirebbe soprattutto il ruolo dell’educatore della salute, impegnato socialmente al di là dell’emergenza che ha colpito il nostro Paese e tutto il mondo, che possa svolgere attività di educazione sanitaria e prevenzione, così come avviene già all’estero.

Parallelamente, si parla anche di creare anche la figura dell’infermiere di famiglia, un assistente domiciliare e ambulatoriale, specializzato nelle cure primarie (medicazioni, terapie iniettive, trattamenti post-operatori tutto in coordinamento con strutture ospedaliere e medici di base) ed in grado di offrire servizi alla persona e alla collettività, contrastando gli affollamenti e le attese inutili nei pronto soccorsi e nei reparti degli ospedali.

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I settori e i paesi più colpiti dalla crisi economica post Covid-19

Imprese prospere, sopraffatte, sovraccariche e minacciate. Sono questi i quattro scenari in cui le aziende di tutto il mondo sembrano rispecchiarsi durante questa crisi economica post Covid-19. Secondo una ricerca della società di consulenza globale di strategia e marketing Simon-Kucher & Partners, il 58% dell’economia mondiale è in pericolo dopo la pandemia.

I settori che risentono di più della crisi economica

Lo studio mostra come il 17% delle imprese sia sopraffatto dalla crisi attuale e un 14% di esse abbia subito un netto calo anche per i cambiamenti nella domanda dei consumatori.  Sembra infatti che questi ultimi, costretti dalla recessione economica a rivedere lo stile di vita e influenzati dalla paura del virus, abbiano modificato in fretta tutte le loro abitudini di spesa, eliminando soprattutto ciò che non sia ritenuto necessario per la sopravvivenza. A subire la crisi sono soprattutto il settore dei viaggi, dell’ospitalità e del trasporto. Minacciato anche il settore automobilistico, il manifatturiero, quello delle spedizioni e dell’edilizia.

I settori che ne risentono meno

In sofferenza ci sono anche i settori chimico, metallurgico, della produzione di energia, gas e petrolio che subiscono alcuni cambiamenti della domanda e poi, le aziende sopraffatte, la cui operatività è messa a dura prova dalla costante richiesta come assicurazioni, banche e servizi finanziari. La speranza è che alcuni settori meno colpiti facciano da traino all’economia globale (es. farmaceutica, telecomunicazioni, software e media) e che arrivino interventi importanti da parte dei governi.

Ma è importante anche che le aziende stesse comprendano in quale direzione andare, cercando di comprendere come riorganizzare i team, le politiche da adottare e le strategie da intraprendere.

Crisi economica - settore farmaceutico e chimico

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L’impatto sull’Italia

L’impatto della pandemia e del lockdown sono stati più devastanti del previsto in Italia. Da un dato emerso dal Rapporto annuale Istat 2020, si parla di «un forte calo dell’attività, diffuso a tutte le componenti settoriali, con una contrazione del Pil superiore all’8 per cento che sarà solo in parte recuperata l’anno successivo».

Secondo il Rapporto Regionale PMI 2020, realizzato da Confindustria e Cerved, in collaborazione con SRM-Studi e Ricerche per il Mezzogiorno, le le piccole e medie imprese italiane sono destinate, nel 2020, a contrarre il loro fatturato del 12,8%, con un rimbalzo nel 2021 dell’11,2%, insufficiente per ritornare ai livelli del 2019.

Nel complesso, questa contrazione si tradurrà in una perdita di 227 miliardi di fatturato nel biennio 2020-21 rispetto a uno scenario tendenziale di lenta crescita delle vendite. Nell’ipotesi pessimistica, in caso di nuove ondate del Covid-19, il calo dei ricavi è stimato a -18,1% per l’anno in corso (+16,5% nel 2021), con una flessione di ricavi, per le PMI prese in esame nel biennio di previsione, che sfiorerà i 300 miliardi di euro

Drammatica anche la stima di Coldiretti per i mesi estivi (luglio-settembre): ristoranti, bar, trattorie accusano un calo del 40% (circa 3 miliardi in meno di fatturato) dovuto soprattutto ad una mancanza di turisti (nell’estate del 2019 sono stati 16 milioni), che la scelta degli italiani di restare in patria riuscirà a colmare solo in minima parte. Un calo rilevato anche dalle strutture che ospitano i turisti (soprattutto gli alberghi, preferiti gli agriturismi e le case in affitto): nonostante il fatto che il 93% degli italiani abbia scelto il Bel Paese per le vacanze (soprattutto le località di mare), la presenza dei soli turisti italiano non sarà sufficiente a colmare il gap.

La Sicilia è l’unica regione che segna un aumento di turisti rispetto al 2019; Puglia, Campania e Sardegna sono tra le mete più gettonate, ma registrano comunque un calo di presenze rispetto all’anno scorso.

Gli italiani scelgono il turismo di prossimità, preferiscono restare vicino casa, nella propria regione o al massimo in quelle limitrofe. Penalizzate Lombardia, Lazio, Marche ed Emilia Romagna, mentre aumentano i turisti in Umbria, Abruzzo, Friuli e Molise. In sostanza le regioni più colpite dal virus sono le più penalizzate. Senza turisti stranieri l’Italia dovrà non solo fronteggiare un calo delle entrate (che riguarderà anche cibo, souvenir, trasporti e shopping), ma anche fare a meno dell’effetto promozione sui prodotti nostrani e quindi sull’export nazionale.

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Il panorama europeo

In recessione profonda anche l’economia dell’Ue, proprio perché le misure restrittive sono state più lunghe del previsto e hanno interessato diversi stati europei. L’impatto negativo, secondo i dati della Commissione Ue, sarà quindi maggiore rispetto a quanto ipotizzato in un primo momento e si prevede una contrazione economica dell’8,3% nel 2020, per poi tornare a crescere intorno al 6% nel 2021. La ripresa sarà più facile nel terzo trimestre se non ci sarà una ripresa del virus e la crescita del settore turistico sarà più lenta rispetto a quello dell’industria. L’Italia, in ogni caso, risulta il paese più penalizzato dall’emergenza sanitaria (foto in basso, fonte Istat).

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Schema Pil prodotto interno lordo

L’app italiana che aiuta i negozi a diventare duty free

Articolo redatto da Osservatorio FondItalia

La startup italiana Stamp ha inventato un sistema digitale e innovativo che semplifica il tax refund convertendo gli esercizi commerciali in veri e propri negozi duty free: il turista può pagare direttamente il prodotto senza l’IVA eliminando il rimborso, ed è stimolato ad acquistare di più.

Al commerciante, il sistema permette l’emissione di fatture 38-quater in modalità elettronica tramite il sistema OTELLO 2.0, con una facile e trasparente gestione della contabilità. Il servizio è gratuito per tutti gli esercenti e ha costi minimali per i clienti al fine di sfruttare al meglio la forza propositiva dello shopping esentasse.

Tax free shopping

Che cos’è il tax free shopping? Il tax free shopping è un’agevolazione fiscale, presente in circa 50 paesi del mondo, che permette ai visitatori esteri di acquistare beni senza pagare l’imposta sul valore aggiunto – in Italia, l’IVA. Anche in Italia le regole sullo shopping esentasse seguono questi principi, e sono normate dall’art. 38-quater del DPR 633/72.

Il sistema funziona così: mentre si trova all’interno del territorio italiano, il turista deve effettuare un acquisto minimo di un bene di 154,95 euro IVA inclusa, chiedendo in negozio la fattura “tax free”; deve essere un privato cittadino e il fine della spesa deve essere il consumo personale o familiare. Dovrà poi trasportare i beni fuori dalla Comunità Europea entro il terzo mese successivo alla data d’acquisto.

Se il cliente lo richiede al momento dell’acquisto, l’esercente è quindi tenuto ad emettere una fattura tax free secondo l’articolo 38-quater. Dal 2018, queste fatture sono state rese elettroniche con il sistema OTELLO 2.0. Si tratta di una buona opportunità per attrarre turisti offrendo loro uno strumento digitale rapido che fa risparmiare tempo e denaro.

Per approfondire si segnala il sito della startup

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Crisi economica e industria 4.0, ripartire oltre le difficoltà

L’Italia si trova a dover affrontare una delle più gravi crisi dalla Seconda guerra mondiale ad oggi. I mesi di lockdown e la pandemia da Coronavirus hanno portato il Pil del nostro Paese a scendere vertiginosamente, bruciando tre anni di crescita. Per una vera ripresa bisognerà aspettare il 2021. Ma tutto dipenderà anche dal livello di innovazione e rinnovamento delle imprese e dal tessuto produttivo.

Dalla crisi alla ripartenza

La pandemia ha portato una ventata di incertezza economica, che rischia di frenare la crescita dell’Industria 4.0. In un’importante ricerca dell’Osservatorio Industria 4.0 della School of Management del Politecnico di Milano, presentata al convegno online “Digital New Normal: essere 4.0 ai tempi del Covid”, il direttore Giovanni Miragliotta spiega: «Sono complessivamente 1100 le applicazioni di tecnologie 4.0 nelle aziende manifatturiere censite dall’Osservatorio e di queste ben il 46% rispondono a bisogni enfatizzati dalle imposizioni di lockdown. L’emergenza – prosegue Miragliotta – segnerà profondamente le imprese italiane, circa il 40% stima una perdita di fatturato di oltre il 20% rispetto al budget, ma gli investimenti in digitale sono stati lo strumento per reagire all’emergenza sanitaria e secondo la grande maggioranza delle industrie questa esperienza alla fine si rivelerà un acceleratore della trasformazione 4.0».

Per far ripartire il paese sarà necessario sviluppare o adottare nuove forme di business e di lavoro, applicando strategie di innovazione e di collaborazione, creando sinergie e massimizzando le probabilità di successo. Sperimentare, sfruttare le opportunità delle nuove tecnologie e investire nelle persone saranno le parole d’ordine con cui muoversi sul mercato.

I dati sull’Industria 4.0

Dai dati dell’Osservatorio emerge che l’industria 4.0 è cresciuta del 22% nel 2019, rispetto all’anno prima. Un numero che si è triplicato in 4 anni. Il valore raggiunto è di 3,9 miliardi di euro, suddivisi in 2,3 miliardi per progetti di connettività e acquisizione dati (Industrial IoT), 630 milioni per Analytics, 325 milioni in Cloud Manufacturing, circa 255 milioni per attività di consulenza e formazione per progetti Industria, 190 milioni in Advanced Automation, 85 milioni Additive Manufacturing e altri 55 milioni tecnologie di interfaccia uomo-macchina avanzate.

automazione nel settore logistica

La ricerca del Politecnico, comunque, evidenzia come: «La gestione dei progetti di innovazione 4.0 è ancora una lacuna per molte aziende italiane. Un quarto delle imprese porta avanti progetti sparsi, senza una roadmap, un programma strategico o un coordinamento; il 42% persegue diversi progetti in modo coordinato, ma senza una roadmap o un programma strategico complessivo; il 24% segue una roadmap generale. Solo una percentuale limitata (circa il 10%) ha invece un programma globale che guida in modo strutturato l’identificazione e la gestione dei diversi progetti».

E ancora la ricerca spiega che anche se il ritorno d’investimento non è sempre immediato, solamente l’1% delle imprese rimane deluso dalle soluzioni 4.0: «A dimostrazione di reattività imprenditoriale – si legge nel comunicato stampa dell’Osservatorio –, a seguito dell’emergenza oggi quasi un terzo delle aziende sta riconvertendo la sua produzione o sta valutando di farlo (rispettivamente il 12% e 19%) e per il 25% di queste sono state fondamentali tecnologie 4.0 come l’IoT e Cloud.

La trasformazione digitale

La ripartenza del Paese potrebbe far leva proprio su questo, perché l’emergenza sanitaria ha di fatto in molti campi accelerato la trasformazione digitale. Pensiamo a tutte le imprese che hanno messo in atto lo smart working, la formazione a distanza, le piattaforme per teleconferenze e gestioni riunioni, oltre a chi ha implementato l’e-commerce. Nei prossimi mesi la tecnologia potrebbe portare molte aziende a fare un passo in più verso un’industria tecnologica. Un esempio? Potrebbero essere incentivati i veicoli a guida autonoma per la logistica interna.

Le aziende con una forte digitalizzazione sono quelle che hanno resistito meglio alla crisi. E proprio in questo momento d’incertezza sperano di ottenere incentivi per non rallentare questo processo di innovazione: come la riduzione delle imposte (33%), la diminuzione del costo del lavoro (30%), mentre un altro 31% chiede super e iper ammortamento per beni strumentali.

Le speranze sono riposte nel Piano Transizione 4.0, che mette sul piatto 7 miliardi di euro di risorse per le imprese che punteranno su innovazione, investimenti green, ricerca e sviluppo, design, innovazione estetica e formazione. Inoltre qualche altro incentivo concreto per l’Industria 4.0 potrebbe arrivare dall’UE.

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Come lo smartworking sta trasformando Londra. L’intervista al CEO di Barclays

Articolo redatto da Osservatorio FondItalia

«È finita l’epoca di quegli affollati uffici nel centro di Londra e del traffico di migliaia di persone nelle ore di punta che hanno da sempre caratterizzato il cuore pulsante della City. Il lavoro in modalità smartworking è già diventata la nuova normalità a causa delle misure restrittive per contrastare la diffusione del COVID-19 e resterà tale per mantenere la forza lavoro in salute nei prossimi anni della crisi».

Jes Staley, amministratore delegato di Barclays, ha detto che la sua banca promuove lo smartworking aggiungendo che le filiali locali di Barclays possano diventare uffici satellite per ridistribuire sul territorio un maggior numero di dipendenti. «Penso che l’idea di mettere 7.000 persone in un solo edificio a Londra possa essere un ricordo del passato e sono sicuro che troveremo il modo di operare a distanza per un periodo di tempo molto lungo», ha concluso Staley.

Londra, come del resto tante altre città ad alta densità abitativa, subirà profonde trasformazioni in questo 2020, a partire dalla riorganizzazione di tutti gli uffici delle banche e delle altre compagnie che riempiono il centro affollato della capitale inglese; le modifiche sono previste non solo per il numero di dipendenti nei vari uffici, che sarà tendenzialmente ridotto in ogni edificio, ma anche per la gestione e l’ottimizzazione degli spazi, nonché sull’organizzazione del lavoro.

Per approfondire la questione, si rimanda all’articolo pubblicato da The Guardian.

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