Fondo Nuove Competenze: un’opportunità per aziende e lavoratori

Meno ore di lavoro, più tempo da dedicare alla formazione e alla riqualificazione. Il Fondo Nuove Competenze, introdotto con il decreto “Rilancio”, consentirà alle aziende di rimodulare l’orario lavorativo per le diverse esigenze organizzative e, parte di questo orario, potrà essere utilizzato per consentire al personale di formarsi e aggiornarsi. Un percorso alternativo alla cassa integrazione che permetterà uno sviluppo delle competenze ma che punta anche ad aumentare l’occupabilità. Ma è anche una necessità, visto che i dati Ocse mostrano un’Italia con il numero di Neet (giovani che non lavorano e non studiano) tra i più alti in Europa e un minore investimento delle imprese nella formazione (0,3% contro l’1% della Francia e il 2,5% del regno Unito).

Come funziona il Fondo Nuove Competenze

Le aziende per accedere al Fondo Nuove Competenze devono entro il 31 dicembre 2020 sottoscrivere un accordo collettivo di rimodulazione dell’orario di lavoro e allo stesso tempo devono presentare dei progetti formativi. Bisognerà poi inviare l’istanza di contributo all’Anpal. Sarà lo Stato a finanziare questa attività di riqualificazione, che consentirà ad imprese di ogni settore e dimensione di rivedere l’orario di lavoro dei dipendenti e di utilizzarlo, in modo temporaneo, per la formazione. Tutto questo perché le esigenze organizzative e produttive sono appunto mutate con la pandemia da Coronavirus.

I fondi interprofessionali come FondItalia possono partecipare al “Fondo Nuove Competenze” con azioni di formazioni o pubblicazione di avvisi per la concessione di finanziamenti anche a nome e per conto delle imprese aderenti al fondo stesso.

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Doppio vantaggio

Ogni lavoratore potrà destinare 250 ore all’acquisizione di nuove competenze, un’occasione che porterà benefici sia al personale dipendente che all’azienda. Le imprese, infatti, non avranno costi da sostenere vista la sovvenzione totale da parte dello Stato, e il lavoratore non subirà diminuzioni nella retribuzione, come avverrebbe nel caso della cassa integrazione. Un doppio vantaggio, quindi, economico e formativo.

L’Italia vista dall’Ocse

Il numero di Neet (giovani che non lavorano e non studiano) in Italia è tra i più alti in Europa, a dirlo sono i dati dell’Ocse (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), che indicano la performance di studio degli giovani italiani sotto la media. I dati Ocse mostrano anche un minore investimento delle imprese nella formazione (0,3% contro l’1% della Francia e il 2,5% del regno Unito). È un problema sia di bassa offerta di competenze da parte dei lavoratori, ma anche di domanda da parte delle imprese, che si riflette in una produttività che non cresce e in salari che stazionano. La formazione dovrebbe accompagnare le persone durante tutto l’arco della vita, ma in Italia l’apprendistato e l’acquisizione continua di nuove competenze riguardano ancora poche persone.

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Lavoro e formazione, le categorie penalizzate dalla pandemia

Studenti, giovani e lavoratori penalizzati dalla situazione portata dal Covid-19. Sono queste le conclusioni emerse da ricerche e rapporti che hanno analizzato la situazione del lavoro e della formazione in Italia in questi difficili mesi di pandemia. Un’Italia spaccata in due. Al centro nord è stato possibile usufruire delle tutele (blocco licenziamenti e cassa integrazione) messe in campo dal Governo grazie a rapporti di lavoro a tempo indeterminato e alla possibilità di accedere allo smart working. Il sud invece ha risentito maggiormente della crisi lavorativa e della didattica a distanza, sia per la mancanza di contratti di lavoro stabili che di strumenti per svolgere attività e studio da casa.

Formazione e primo lavoro: studenti e giovani penalizzati

La didattica a distanza, soprattutto per le scuole superiori e per le università, l’abolizione dei contratti di stage, tirocinio o di inserimento al lavoro e la mancanza di corsi di formazione in presenza ancora oggi stanno portando a una penalizzazione di alcune categorie. In particolare i giovani che stanno affrontando gli ultimi anni di scuola superiore hanno dovuto rinunciare alle ore nei laboratori e a stage organizzati dagli istituti, perdendo una parte importante della formazione scolastica e a un primo contatto con il mondo del lavoro.

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Una situazione simile per gli studenti di alcune facoltà in cui il tirocinio è una parte fondamentale dell’istruzione o per coloro che si sono trovati in questi mesi a dover interrompere l’inserimento nel mondo del lavoro. Il rischio è quello di non sviluppare adeguate conoscenze e competenze proprio negli anni più importanti per la crescita formativa e professionale delle giovani generazioni. A questa situazione si aggiunge anche una difficoltà economica delle famiglie, che senza entrate sicure faticano a pagare i corsi di laurea o a sostenere un trasferimento in altre città italiane o all’estero dei propri figli.

La situazione nel sud Italia

Il danno occupazionale ha colpito maggiormente il sud Italia, specialmente i giovani e le donne, impiegati con un contratto a tempo determinato in alcuni settori specifici come quello turistico o della ristorazione messi in ginocchio dalla pandemia. A rivelare queste informazioni è un rapporto sull’Economia delle regioni italiane redatto dalla Banca d’Italia e pubblicato a novembre. Un calo occupazionale che ha visto una piccola ripresa solo nel periodo estivo, ma che non è bastata per recuperare e dare lavoro a tutti coloro che ad esempio nel 2019 avevano lavorato nelle stesse strutture.

Disoccupazione giovanile

I dati dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) parlano di “generazione lockdown” con più difficoltà a proseguire gli studi – anche per motivi economici – e ad inserirsi nel mondo del lavoro, vista la disoccupazione giovanile in aumento da febbraio 2020: un ragazzo (tra i 20 e i 29 anni) su sei ha smesso di lavorare da quando è scoppiata la pandemia. Una situazione a cui va immediatamente posto un rimedio per non pagarne il prezzo nei prossimi decenni.

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La crisi del turismo in Italia e nel mondo: dati, fatti e previsioni per alberghi e ristorazione

Articolo redatto da Osservatorio FondItalia

L’Italia e gli altri Paesi colpiti dal Covid-19 stanno affrontando la seconda ondata di pandemia e con l’arrivo delle vacanze di Natale il turismo sembra essere il vero malato del mondo. La stagione invernale metterà nuovamente in pericolo la vita dei turisti che potranno muoversi e farà probabilmente segnare un altro record di perdite per le aziende del settore in termini di fatturato.

L’INIZIATIVA DELL’ORGANIZZAZIONE MONDIALE DEL TURISMO

L’Organizzazione Mondiale del Turismo (World Tourism Organization, in breve UNWTO) è l’agenzia delle Nazioni Unite responsabile della promozione di un turismo responsabile, sostenibile e universalmente accessibile. Fino al 2020, l’UNWTO ha promosso il turismo come motore della crescita economica, dello sviluppo inclusivo e della sostenibilità ambientale e ha offerto leadership e supporto al settore per far progredire la conoscenza e le politiche turistiche in tutto il mondo. Adesso, però, sta cercando di fare qualcosa per fronteggiare la più grave crisi che il turismo abbia avuto dalla Seconda guerra mondiale in poi.

UN CODICE PER LA PROTEZIONE DEI TURISTI

La priorità in questo momento di emergenza sanitaria sembra essere la sicurezza dei turisti. Il Comitato per lo sviluppo di un codice internazionale per la protezione dei turisti si è riunito per la seconda volta pochi giorni fa preparando le basi per un passo avanti verso un vero e proprio quadro giuridico. L’UNWTO ha ospitato la riunione virtuale consultiva che contava sulla partecipazione di 92 Stati membri e di un membro associato. Insieme a questi Paesi sono intervenuti anche esperti legali di diverse regioni del mondo, tutti membri del Gruppo Consultivo speciale, oltre a presentare gli Osservatori, organizzazioni internazionali sia governative che non governative che si uniranno all’UNWTO nello sviluppo del Codice e garantiranno che il risultato sia un insieme di standard ben rappresentativo ed equilibrato.

LA COMMISSIONE EUROPEA

La varietà degli osservatori rifletteva il forte interesse per un Codice Internazionale volto ad offrire ai turisti una maggiore protezione in quanto consumatori e a diffondere su tutto il settore la responsabilità di assistere i turisti colpiti da situazioni di emergenza. La Direzione Generale per il Mercato Interno, l’Industria, l’Imprenditoria e le PMI della Commissione Europea, responsabile delle politiche turistiche dell’UE, ha sottolineato il suo interesse a seguire questo progetto in considerazione dei potenziali punti in comune con il lavoro della Commissione.

INSIEME PER IL TURISMO

Hanno partecipato all’iniziativa anche i rappresentanti della Conferenza delle Nazioni Unite per il Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD), dell’Autorità Internazionale dell’Aviazione Civile (ICAO) e dell’Organizzazione Internazionale per la Standardizzazione (ISO). Inoltre, e sottolineando il forte interesse del settore privato per i lavori del Comitato, hanno partecipato in qualità di osservatori alcune organizzazioni imprenditoriali e gruppi di membri, tra cui l’Associazione Internazionale del Trasporto Aereo (IATA) e Hotrec, che rappresenta il settore europeo dell’ospitalità. I partecipanti al Comitato hanno inoltre eletto un presidente (il rappresentante del Brasile) e un vicepresidente (Grecia).

L’EMERGENZA TURISMO IN ITALIA

Secondo gli ultimi dati riportati dall’Ansa, siamo alle porte di una stagione invernale che darà un ulteriore colpo di grazia al settore turistico italiano. Il Covid-19 infatti rischia di far perdere al turismo montano invernale il 70,2% del fatturato che nelle ultime stagioni era arrivato a superare i 10 miliardi di euro. È quanto emerge da una ricerca che l’Ansa pubblica in anteprima, fatta da Jfc, che ogni anno pubblica l’Osservatorio Skipass Panorama Turismo. “Le stime aggiornate a fine novembre segnano dati in assoluto campo negativo con un bilancio previsionale di fine stagione stimato, purtroppo, in soli 3 miliardi 100 milioni rispetto ai 10 miliardi 409 milioni di fatturato complessivo della stagione invernale 2018/2019 (ultima non ‘investita’ dalla pandemia) e ai 10 miliardi 922 milioni del 2017/2018”.

LE PREVISIONI SUL FATTURATO

Le stime fornite dall’Ansa, aggiornate a fine novembre della stagione in corso, considerando le limitazioni di cui giornalmente si parla facendo riferimento alla pratica dello sci, segnano un fatturato di “1 miliardo 549 milioni per il sistema ospitale (strutture ricettive alberghiere ed extra-alberghiere tra alberghi, villaggi, bed and breakfast, residence, baite, agriturismi, case vacanza, alloggi in affitto, etc.), 1 miliardo 136 milioni per i servizi dedicati allo sci (noleggio attrezzature, maestri di sci, skipass e impianti di risalita vari, etc.) e 414 milioni per gli altri servizi (ristorazione, commercio, attività ricreative e di divertimento, etc.) per un totale come già detto di poco più di 3 miliardi. Nella scorsa stagione il fatturato del sistema ospitale ha raggiunto 3 miliardi 751 milioni contro una previsione ante Covid-19 di 4 miliardi 664 milioni, mentre il 2018/2019 si è chiuso con 4 miliardi 614 milioni e il 2017/2018 a 4 miliardi 892 milioni”. Sempre nella scorsa stagione il fatturato dei servizi legati allo sci “ha totalizzato 3 miliardi 891 milioni contro una previsione ante Covid-19 di 4 miliardi 582 milioni, mentre il 2018/2019 si è chiuso con 4 miliardi 573 milioni e il 2017/2018 con 4 miliardi 808 milioni”. Infine, “l’ulteriore fatturato generato da altri servizi nella scorsa stagione ha generato 1 miliardo 69 milioni contro una previsione ante Covid-19 di 1 miliardo 224 milioni mentre il 2018/2019 si è chiuso con 1 miliardo 222 milioni e il 2017/2018 con 1 miliardo 220 milioni”.

NATALE IN ALLARME

A lanciare l’allarme durante la scorsa settimana erano stati, oltre che molti governatori (da Luca Zaia a Giovanni Toti) e politici tra cui Matteo Salvini, anche il presidente di Federalberghi Bernabò Bocca, secondo cui era importante una decisione europea sulla faccenda: “Chiudere una stazione sciistica a Natale è come chiudere un albergo al mare a Ferragosto. Se i paesi attorno a noi, Austria, Svizzera, Francia e Germania tengono tutto aperto, mentre noi siamo tutti chiusi, si capisce subito che significa regalare turisti italiani agli altri paesi”.

RISTORANTI E ALBERGHI, COSA DICONO I DATI ISTAT

Come ha scritto nel suo approfondimento Policy Maker: “I dati diffusi dall’Istat sul fatturato delle imprese della ristorazione nel terzo trimestre (luglio, agosto e settembre) del 2020 mostrano un calo del 16,6% sul periodo corrispondente del 2019, pari in valore assoluto a circa 4,6 miliardi di euro”. È quanto riporta l’analisi del Centro Studi di Fipe-Confcommercio sullo stato di salute delle imprese nel settore della ristorazione.

LA RISTORAZIONE

Nonostante si tratti di “una contrazione più attenuata rispetto a quella del II trimestre per via della parziale ripresa dell’attività nei mesi estivi” – il che darebbe anche una iniezione di ottimismo – le perdite per le imprese del settore potrebbero arrivare fino a quota 33 miliardi: “Con riferimento ai primi nove mesi dell’anno, il settore della ristorazione ha cumulato perdite per oltre 23 miliardi di euro rispetto allo stesso periodo del 2019. Se consideriamo poi che l’attività nel quarto trimestre risulterà pesantemente condizionata dalle ulteriori restrizioni introdotte con gli ultimi Dpcm la perdita attesa dei ricavi complessivi del 2020 supererà i 33 miliardi di euro”.

IL SETTORE ALBERGHIERO

“L’Istat certifica che gli alberghi e le altre strutture ricettive sono tra le attività più colpite dalla pandemia. Chiediamo che Governo e Parlamento intervengano subito, per impedire una debacle totale”. A commentare i dati preoccupanti di Istat, che si riferiscono ai primi nove mesi del 2020 nel settore alberghiero, è stato il presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca. I dati mostrano un calo del 52% nel periodo da gennaio a settembre.

VERSO L’ULTIMO TRIMESTRE

Federalberghi ha segnalato che “la rilevazione Istat si ferma a settembre, ma purtroppo il crollo riguarda anche l’ultimo trimestre. Basti considerare che nel mese di ottobre alberghi e ristoranti hanno utilizzato 51 milioni di ore di cassa integrazione (pari a 295 mila lavoratori sospesi), contro i 30,5 milioni di settembre. E che i provvedimenti adottati ai primi di novembre ci hanno dato il colpo di grazia. Non si salva nessuno: le città d’arte sono ferme da marzo, meeting, fiere e congressi sono vietati, chiusi i comprensori sciistici e gli stabilimenti termali, il business travel è completamente fermo. Secondo il centro studi di Federalberghi, alla fine del 2020 il fatturato degli esercizi ricettivi italiani registrerà un calo complessivo del 56,7%, con una perdita di oltre 14 miliardi di euro”. Nella sua nota, il presidente Bocca ha ricordato che “in questi giorni è in corso l’esame della manovra di bilancio e di tre decreti ristori, ai quali se ne aggiungerà presto un quarto. Le misure dedicate alle imprese e ai lavoratori del settore sono utili ma non sufficienti. È necessario potenziarne l’intensità ed ampliarne la durata, commisurando gli aiuti alla effettiva portata del danno subito”.

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Il futuro del turismo tra sostenibilità, salute e digitalizzazione

Articolo redatto da Osservatorio FondItalia

Un rapporto dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo in Europa (OCSE), dal titolo Rebuilding tourism for the future: COVID-19 policy response and recovery, analizza la crisi che sta attanagliando il settore del turismo, tentando di individuare gli aspetti che ne guideranno la ripresa post-pandemia.

Tra le potenziali implicazioni di lungo termine, il rapporto individua una maggiore sensibilità per la sostenibilità ambientale, la crescente attenzione per la sicurezza sanitaria e l’ulteriore sviluppo della digitalizzazione.

La sostenibilità è destinata a diventare un aspetto sempre più importante, in funzione di una diffusa consapevolezza dei cambiamenti climatici e dell’impatto che il turismo può avere su questa dimensione.  La ripresa del turismo in Corsica, a Kyoto o a Bay of Plenty in Nuova Zelanda, ad esempio, si sta focalizzando proprio sulla tutela e la valorizzazione delle risorse naturali. Un caso emblematico è quello di Posio, nella Lapponia finlandese, che, spinta dal turismo interno, ha registrato un numero record di visitatori nella stagione estiva 2020, puntando su un’offerta che intende valorizzare il patrimonio naturalistico locale promuovendo i safari con gli husky.
Il tema della sostenibilità turistica non si lega solo all’ambiente, ma anche alla capacità di intercettare fasce di visitatori estremamente differenziate e con esigenze specifiche. Nell’era dell’”on-demand”, risulterà centrale la capacità di elaborare percorsi turistici flessibili, suscettibili di essere modellati sulle esigenze del viaggiatore, con particolare riguardo a nuovi profili (ad esempio gli smart-workers, desiderosi di unire lavoro e turismo).
Il rapporto dell’Oece evidenzia inoltre la crescente importanza degli aspetti legati alla sicurezza e all’igiene per la selezione delle destinazioni. Le strutture turistiche sono dunque chiamate a sviluppare e attuare protocolli e standard in materia di salute e sicurezza, nonché a garantire le adeguate informazioni ai visitatori e a sviluppare campagne di marketing e promozione che evidenzino questi aspetti.
Si prevede che la digitalizzazione nei servizi turistici continuerà ad accelerare, favorendo un maggiore ricorso all’automazione, all’utilizzo di pagamenti e servizi contactless, all’adozione di esperienze virtuali e alla erogazione di informazioni in tempo reale. Le strutture turistiche più all’avanguardia si stanno dotando di app che hanno il duplice vantaggio di informare i visitatori delle condizioni igieniche e dei livelli di frequentazione dei siti e delle strutture turistiche, suggerendo luoghi meno trafficati. Negli Stati Uniti, ad esempio, l’app NowCrowd consente ai turisti di avere informazioni in tempo reale sull’afflusso nei locali.

Nuove figure professionali

Le trasformazioni in atto determineranno l’emergere di nuove figure professionali nel settore del turismo.
Alcune figure tradizionali dovranno ampliare il loro raggio d’azione. Ad esempio nel caso dei gestori o dei direttori delle strutture d’accoglienza, oppure nel caso degli operatore turistici, sarà necessaria una riqualificazione orientata alla costruzione di network territoriali che favorisca la cooperazione con aziende complementari per la gestione di percorsi di visita integrati.
Diventeranno sempre più importanti i travel designer, vale a dire i professionisti capaci di costruire un’offerta turistica che sappia adattare le caratteristiche del territorio alle aspettative del viaggiatore (ad esempio concependo il “safari con gli husky” proposto a Posio).
Il compito di pubblicizzare i nuovi percorsi turistici sarà concentrato nelle mani del social media manager, il quale dovrà operare con un respiro internazionale.
Nell’ambito del turismo sostenibile, tre figure risultano emergenti: il promotore di sviluppo turistico sostenibile, il tecnico in gestione di turismo ambientale e la guida ambientale turistica.
In virtù della crescente attenzione per i temi della sicurezza sanitaria, le strutture turistiche dovranno inoltre dotarsi di esperti in materia sanitaria.

Investimenti in formazione

Di fronte alle trasformazioni che caratterizzeranno il turismo post-pandemia, la formazione e riqualificazione dei lavoratori rappresenta un aspetto centrale. Non a caso, il rapporto dell’Oece evidenzia gli ingenti investimenti che stanno operando i Paesi in questo ambito.
In Israele il Ministero del turismo ha promosso un programma di webinar per albergatori, agenti di viaggio, tour operator e guide turistiche orientato alla gestione della pandemia e alla pianificazione della ripresa del turismo post-covid.
La formazione sugli strumenti digitali è al centro di analoghi programmi di formazione promossi dai governi di Cile, Finlandia, Grecia, Marocco, Portogallo.

In Grecia, ad esempio, i corsi online offerti tramite la piattaforma “Greece from Home” e realizzati in collaborazione con Google, offrono ai professionisti del turismo l’opportunità di migliorare le proprie competenze digitali e possono richiedere una formazione online su misura per migliorare la presenza digitale della propria attività. Questa iniziativa è stata sviluppata in collaborazione con Google. Il Ministero del turismo sta inoltre collaborando con la Hellenic Open University per offrire istruzione e formazione professionale nel settore del turismo tramite l’apprendimento a distanza.

In Finlandia, VisitFinland ha lanciato una serie di lezioni online  sulla digitalizzazione delle imprese turistiche.
In Costa Rica il Ministero del turismo ha progettato una serie di corsi per gli addetti del settore del turismo sulla gestione della pandemia, i protocolli da adottare, i servizi igienico-sanitari, la gestione aziendale, le questioni finanziarie, il marketing e la commercializzazione. Un totale di 33 corsi online ha consentito la formazione di oltre 3000 persone.
In Ungheria l’Agenzia del turismo ungherese, insieme con l’Alliance of Hungary Tourism Associations e la Budapest University of Economy ha realizzato una piattaforma e-learning, denominata Tourism Academy, con l’obiettivo di accrescere la competitività economica delle PMI turistiche. I partecipanti registrati possono accedere a una biblioteca digitale contenente lezioni e informazioni utili e conoscere prodotti di nicchia con un potenziale di crescita significativo.
In Lettonia il governo sta curando la formazione dei dipendenti del turismo in varie competenze (soprattutto legate all’IT) erogando borse di studio.
In Cile un programma di formazione per la competitività e la digitalizzazione del turismo mira a sostenere la trasformazione digitale delle PMI turistiche.
In tutto il mondo, Paesi e strutture turistiche si stanno già preparando all’era post-covid.

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Le nuove figure professionali al tempo del Covid-19

La pandemia da Coronavirus ha avuto conseguenze non solo a livello sanitario ed economico, ma anche culturale. Il mondo del lavoro ha fatto ricorso per la prima volta in modo massivo allo smart working e ha dovuto imprimere una forte accelerazione al processo di digitalizzazione. Cambiamenti che hanno determinato il diffondersi di nuove figure professionali nei settori marketing, information technology e human resources: professionisti in grado di aiutare le aziende a riconfigurarsi, a riorganizzarsi e a ripartire.

Le nuove figure professionali

Lo scenario attuale impone la necessità da parte dei professionisti di abbracciare una nuova mentalità e una nuova cultura manageriale e delle competenze. Tra le figure più richieste attualmente dalle aziende ci sono i customer relationship manager per migliorare le relazioni con la clientela; i digital marketing manager per la gestione e l’ottimizzazione delle interazioni digitali (pensiamo al boom dell’e-commerce degli ultimi mesi); i data scientist per l’analisi dei dati; i chief innovation officer, chief digital officer e chief restart officer che propongono modelli innovativi e di trasformazione per il business dell’impresa. Queste figure affiancano i manager tradizionali nella costruzione e nell’implementazione di strategie digitali finalizzate ad intercettare nuovi target di clienti o a differenziare le fonti di ricavo. Ciò che accomuna queste nuove professioni sono le competenze digitali e l’utilizzo degli strumenti tecnologici.

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Le capacità manageriali

Ma anche la tradizionale figura del manager aziendale richiede nuove skill per affrontare le sfide poste dalla pandemia: capacità di e-leadership, cioè di utilizzare le tecnologie digitali, di mettere gli strumenti necessari a disposizione dei propri dipendenti in smart working, se necessario formandoli.

È fondamentale gestire bene il team da remoto, capire i bisogni dei propri dipendenti, occuparsi del loro benessere psicologico, comprenderne le difficoltà in un momento così complesso e influenzarli positivamente a dare il massimo. Un lavoro di “coaching” che fa accrescere il rispetto e il riconoscimento come leader. Lo studio “Seeking New Leadership” (Verso una nuova leadership) ha individuato le caratteristiche principali richieste ai manager aziendali per vincere le sfide del prossimo decennio: inclusione, innovazione e definizione degli obiettivi da condividere. Un’attenzione quindi a 360° su questioni sociali, ambientali ed economiche che interessano l’azienda e i dipendenti.

Le risorse umane e il disallineamento delle competenze

Le persone continuano a sognare il posto fisso e una casa di proprietà. I tempi in cui viviamo impongono però un certo grado di flessibilità e, dal punto di vista professionale, una formazione in continuo aggiornamento per seguire i cambiamenti tecnologici e le richieste del mercato. Il disallineamento delle competenze, che ha origine nel sistema educativo ma che si dispiega in ambito lavorativo, minaccia la crescita della produttività globale. Il mondo del lavoro cambia troppo velocemente, le risorse umane hanno competenze che diventano obsolete nel giro di cinque anni e la richiesta di nuove professionalità da parte del mercato del lavoro resta spesso insoddisfatta.

Lo studio del Boston Consulting Group

A riportarlo è un recente studio del Boston Consulting Group, secondo cui la scuola continua a formare giovani che avranno competenze obsolete quando arriveranno sul mercato del lavoro, perché le richieste delle imprese nel frattempo saranno cambiate. Si prevede che entro il 2022 il 27% delle posizioni lavorative disponibili sarà  dedicato a ruoli che al momento non esistono. E proprio questo crea lo skill mismatch, ovvero una discrepanza tra le competenze richieste dalle aziende e quelle di cui sono in possesso i lavoratori. Un fenomeno che secondo il BCG riguarda 1,3 miliardi di persone al mondo e che porta a un forte impatto sul PIL (-6% di produttività nel 2016). Se da una parte le aziende faticano a trovare personale di cui hanno bisogno, dall’altra molti laureati, pur essendo in possesso di competenze specifiche, si ritrovano a svolgere mansioni di tutt’altro livello.

Le conseguenze in Italia del disallineamento delle competenze

L’Italia è in ritardo rispetto agli altri Paesi UE. Secondo un report di Action Institute la disoccupazione giovanile è oltre il 30%, mancano competenze IT, linguistiche e anche i laureati, e nel settore ICT c’è un gap tra domanda e offerta del 18%. Per favorire l’allineamento fra percorso di studi e richiesta del mercato, Assindustria Venetocentro propone ai genitori del ragazzi di seconda e terza media un incontro per accompagnarli alla scelta consapevole del percorso di studi, coadiuvati da un team di psicologi del lavoro, imprenditori ed economisti.

Nei prossimi anni nasceranno nuove figure professionali. Tecnologia, digitale e automazione favoriranno nuove professioni a discapito dei posti di lavoro tradizionali. Secondo il dossier 2020 di Unioncamere e Anpal saranno 2,2 milioni i posti di lavoro con nuove competenze e il 75% (circa 1.036mila, + 7%) delle aziende metterà in campo azioni di reskilling del proprio personale, conseguenza anche delle sfide imposte dalla pandemia in corso che ha accelerato il processo di digitalizzazione: una nuova organizzazione del lavoro e delle relazioni con clienti e fornitori, reti digitali integrate favorite anche da una maggiore diffusione del cloud, internet ad alta velocità e tecnologie IoT, utilizzo dei Big Data, Digital marketing e una più avanzata personalizzazione di prodotti e servizi.

 

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Fondo nuove competenze, Malcotti: «Tempi stretti, bisogna investire sulla formazione»

«C’è bisogno di procedimenti semplici e di misure universali». Luca Malcotti, membro del CdA di FondItalia è intervenuto così sul tema Fondo nuove competenze istituito dal decreto Rilancio e rifinanziato con risorse più che raddoppiate dal Decreto Agosto. Parlando al convegno “Commercialisti e politiche attive del lavoro” che si è tenuto giovedì a Ischia nell’ambito del Forum Lavoro 2020, evento sponsorizzato da FondItalia, Malcotti ha evidenziato «i tempi stretti» (i termini scadono il 31 dicembre 2020) per le attività legate allo strumento di finanziamento della formazione istituito presso Anpal, incaricata della gestione delle domande, in collaborazione con le Regioni.

Il Fondo nuove competenze

Il Fondo nuove competenze ha l’obiettivo di innalzare il livello del capitale umano nel mercato del lavoro, offrendo ai lavoratori l’opportunità di qualificarsi e di dotarsi degli strumenti utili per adattarsi alle nuove condizioni del mercato del lavoro e sostenendo le imprese nel processo di adeguamento ai nuovi modelli organizzativi e produttivi determinati dall’emergenza epidemiologica da COVID-19.

Malcotti FondItalia per Fondo nuove competenze

Luca Malcotti membro del CdA di FondItalia durante il suo intervento sul tema Fondo nuove competenze al convegno “Commercialisti e politiche attive del lavoro”

«La sfida della formazione professionale – ha detto Malcotti nel suo intervento a Ischia – è la sfida dell’occupazione e della qualità del lavoro. Non investire nella qualità del lavoro attraverso la formazione significa non soltanto creare un danno economico ma minare le fondamenta della nostra civiltà poiché il lavoro è lo strumento con il quale le persone si definiscono e si realizzano».

In Italia ancora poca formazione

Il Rapporto Ocse sui Fondi Interprofessionali in Italia, redatto con la collaborazione della Fondazione JPMorgan Chase evidenziava già nel 2018 come per affrontare i cambiamenti nel mercato del lavoro bisogna fare sforzi in più direzioni per innalzare le competenze di tutti i lavoratori e rendere effettivo il diritto alla formazione soprattutto dei più fragili e a rischio del posto di lavoro. In Italia il 15,2% dei posti di lavoro ha un alto “rischio di automazione” mentre un ulteriore 35,5% potrebbe subire cambiamenti significativi con l’introduzione di nuove tecnologie.

Ad accedere alla formazione, secondo il Rapporto, sono soprattutto le figure manageriali poiché le PMI hanno ancora difficoltà ad accedere ai finanziamenti.

 

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Additive manufacturing e nuove frontiere del settore medicale: il progetto “4.0” di Lelio Leoncini

Articolo redatto da Osservatorio FondItalia

La stampa 3D rappresenta una delle nuove frontiere della quarta rivoluzione industriale. Partendo da un modello tridimensionale, l’oggetto che si intende produrre è “stampato” strato dopo strato, un po’ come avviene con le tradizionali stampanti ad inchiostro. Il tipo di manifattura collegato alla stampa 3D è definita “additiva” (in inglese additive manufacturing).

Si tratta di un processo di produzione che ha come input la realizzazione del modello 3D dell’oggetto (progettazione CAD). Segue un processo semi-automatico (svolto mediante software) di conversione del file in formato STL, che prevede la scomposizione dell’oggetto in strati stampabili dalle stampanti 3D. L’ultima fase è caratterizzata da un’attività di finitura.

I vantaggi della stampa 3D

Si tratta di una rivoluzione, per molteplici ragioni. Attraverso la stampa 3D è possibile realizzare, in un unico processo di stampa, oggetti che tradizionalmente sono realizzati in diversi componenti singoli, poi assemblati. Ciò comporta un notevole risparmio sui costi di produzione, anche in funzione della riduzione della manodopera richiesta rispetto ad un processo che prevede anche l’assemblaggio dei componenti.

Inoltre sono cancellati i costi di trasporto del prodotto finito, poiché l’oggetto può essere direttamente stampato presso il punto di distribuzione finale o addirittura dal cliente stesso. In questo modo, si riduce anche il “time to market”, vale a dire il tempo di risposta ad una esigenza di mercato, e si eliminano i costi collegati alla gestione delle scorte e dei beni non venduti.

La ricerca di Lelio Leoncini e l’applicazione in medicina

L’additive manufacturing può essere applicato a tutti i settori. Di particolare interesse risulta lo sviluppo in ambito medicale dove uno dei pionieri, in Italia, è Lelio Leoncini. Medico-chirurgo, specializzato in medicina fisica e riabilitazione, Leoncini è direttore sanitario del Centro Medico Sanatrix di Rionero in Vulture (Potenza).

Rappresenta un (purtroppo) raro caso in Italia di connubio tra ricerca e applicazione commerciale. Il suo punto di partenza è quello di un medico che deve confrontarsi con richieste dei pazienti difficilmente trattabili con procedure standard.

Così, sin dal 2014, Leoncini comincia ad esplorare le potenzialità dell’additive manufacturing applicata all’ortopedia e produce il primo busto per scoliosi acquisito e stampato in 3D.

Poi, gradualmente, amplia l’applicazione di questo metodo di produzione a prodotti ortopedici, sfruttando le potenzialità di un processo che consente di adattarsi perfettamente alla fisionomia del paziente.
Attualmente Leoncini si sta dedicando al lancio di un progetto imprenditoriale che prevede la fabbricazione di:

  1. corsetti per scoliosi e cedimenti strutturali vertebrali da osteoporosi o metastasi ossee, dalla scansione, modellazione e stampa 3d;
  2. cover estetiche per protesi:
  3. invasi per protesi.

Il futuro del progetto

Il suo progetto di start-up – che conta di rendere pubblico a breve – rappresenta un esempio per tante Pmi, soprattutto nel Mezzogiorno d’Italia.

Ci si interroga spesso sulla “democraticità” della rivoluzione tecnologica in corso, chiedendosi se vada a beneficio di poche grandi realtà capaci di ingenti investimenti, o se possa concedere delle opportunità anche a coloro che decidano di intraprendere senza cospicui capitali alle spalle.

In realtà le nuove tecnologie si caratterizzano per un esponenziale aumento delle capacità operative a fronte di una riduzione dei costi. Questa dinamica apre nuove possibilità per imprese che intendono mettersi in gioco, da qualunque parte del mondo. Nel momento in cui i costi e i tempi di trasporto si azzerano, la localizzazione dell’azienda non ha più rilevanza.

Lo stesso Leoncini ha così deciso di intraprendere da Acquaviva delle Fonti, piccolo comune di 20 mila anime della provincia di Bari, convinto che, come ci ha riferito nel corso di un incontro dedicato al suo progetto imprenditoriale, grazie al digitale, venga «meno la caratteristica di esclusività a favore invece di una grande inclusione e non solo: il digitale annulla ogni distanza offrendo possibilità di lavoro e cooperazioni prima di oggi inimmaginabili».

Rappresentando, anche per il Mezzogiorno, una grande opportunità. A condizione di coltivare però il collegamento con la ricerca scientifica e l’aggiornamento delle competenze professionali, soprattutto in ambito informatico.

 

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Lavoro: i settori che stentano a ripartire dopo la pandemia

La pandemia da Coronavirus, che nei mesi scorsi ha colpito l’Italia e il mondo intero e che ancora frena una ripartenza vera e propria, ha lasciato strascichi nel mondo del lavoro. L’economia e l’occupazione stentano infatti a ripartire, con alcuni settori in evidente affanno, a volte legati l’uno all’altro: si va dal turismo alla ristorazione, dal traffico aereo all’intrattenimento. I più danneggiati da questa situazione sono i lavoratori stagionali e i precari, in particolare donne e giovani.

I settori in crisi 

Il turismo e i suoi mondi paralleli  

L’assenza di turisti nel nostro paese ha inciso in questi mesi sia sulla spesa (-25%) che sull’occupazione: si è registrato -54% di presenze dei vacanzieri a giugno, un -23% di presenze dei vacanzieri a luglio e -11% ad agosto, considerando che solo un’altra piccola parte ha scelto settembre. Un’assenza degli italiani, schiacciati da difficoltà economiche e dalla paura dei contagi, ma anche e soprattutto degli stranieri.

Mentre, però, le località di mare e montagna e i piccoli borghi sono in qualche modo riusciti a superare il periodo più critico, le città d’arte sono quelle che hanno risentito maggiormente della situazione post lockdown.

Tra i settori che hanno accusato il colpo a livello occupazionale per la mancanza di turisti ci sono anche la ristorazione, i bar e gli agriturismi. In generale i dati dell’Istat di luglio parlano di un calo di 556mila occupati rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. Molti locali comunque risentono anche della mancanza di lavoratori nelle sedi aziendali (in tanti ancora in smartworking), e che in pausa pranzo affollavano bar e tavole calde. L’assenza di turisti, infine, pesa anche sul traffico aereo (-35% rispetto al momento pre-Covid).

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Il mondo dell’intrattenimento e dell’automobile

Tra gli altri settori in segno negativo anche l’intrattenimento, con il cinema che è arrivato a toccare -98% di introiti e molti teatri che non hanno ancora riaperto. Due settori che faticano a crescere nei numeri e in questo caso vengono penalizzati gli operatori dello spettacolo, coloro che spesso lavorano dietro le quinte e che si trovano in una evidente crisi economica. Del tutto ferma o quasi anche la macchina dei concerti e dei grandi spettacoli, produzioni costose che con un numero ridotto di spettatori non riescono a ripartire per mancanza di introiti.

settore automobilistico

E se gli italiani rinunciano al divertimento, è chiaro quindi il segnale che non si potrà investire in spese magari importanti ma che impatterebbero troppo sui bilanci familiari, come l’acquisto dell’automobile. Le nuove immatricolazioni a luglio hanno fatto registrare un -11%, da valutare nei prossimi mesi se gli incentivi messi in campo dal Governo riusciranno a far invertire la rotta di uno settori trainanti per l’economia del nostro paese. La fotografia della situazione in Italia di questi mesi viene ben evidenziata dai grafici di Lab24 del Sole 24Ore.

I dati sul lavoro

In fatto di occupazione, i lavoratori che hanno subito di più la crisi sono quelli impiegati con contratti stagionali, precari e autonomi, non tutelati quindi da un contratto a tempo indeterminato. Inoltre lo studio sull’occupazione dei giovani e delle donne mostrano un forte calo nelle assunzioni, una frenata che va in parallelo con la crescita delle domande di disoccupazione. I dati dell’Inps indicano a fine maggio 750mila occupati in meno rispetto allo stesso mese del 2019, e più di mezzo milione di precari fuori dal mercato di lavoro. Questo fa comprendere come i mesi di lockdown abbiamo inciso, facendo registrare un -17% dell’attività economica.

Una situazione arginata solo in parte dal blocco dei licenziamenti e dalla cassa integrazione a cui molte aziende hanno fatto ricorso. Queste soluzioni, infatti, hanno portato a penalizzare i lavoratori precari o autonomi, che spesso sono proprio i più giovani. Inoltre la grave crisi che ha colpito alcuni settori specifici ha influito sui numeri, perché è proprio in quegli ambiti che sono impiegati donne e ragazzi con contratti stagionali. Il contesto ha favorito così i lavoratori più “anziani” e con contratti a tempo indeterminato e quindi non licenziabili ma nemmeno in età da pensione. I numeri più recenti mostrano un lieve rialzo rispetto ai mesi del lockdown, ma siamo ancora lontani dalla normalità o da un periodo di ripresa totale.

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AI e Blockchain modificano il modo di fare impresa

La crisi sanitaria ed economica scatenata dal Covid-19 può dare un’importante spinta all’implementazione di intelligenza artificiale e integrazioni dati in alcuni settori che vanno dalla sanità all’imprenditoria, ma anche allo sviluppo di città più “smart” e tecnologiche. Se ne è parlato a Venezia durante lo “Strategy Innovation Forum” promosso dall’Università Ca’ Foscari.

Proprio la città lagunare è stata colpita gravemente prima da una forte inondazione e poi dalla pandemia, vedendo scendere la presenza dei turisti e quindi di incassi (-60% rispetto all’anno precedente). Una caduta economica per le aziende locale da cui è possibile risalire investendo nella tecnologia. In particolare AI e Blockchain, possono cambiare il modo di fare impresa, di gestire le risorse ma anche i processi interni.

Cosa sono AI e Blockchain

In futuro sentiremo parlare spesso di AI e Blockchain, faranno parte del nostro vivere quotidiano. Ma cosa sono?

Con il termine AI si intende l’intelligenza artificiale, quel ramo dell’informatica che consente di programmare e progettare sistemi hardware e software e di dotare i robot di caratteristiche come percezione visiva, spazio-temporale e decisionale, attività tipiche della mente umana.

Blockchian letteralmente vuol dire “catena di blocchi”, ed è una tecnologia che sfrutta le caratteristiche di una rete informatica, permette di gestire e aggiornare dati e informazioni in condivisione. Un vero e proprio registro digitale raggruppato in blocchi.

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L’applicazione di Ai e Blockchain

Lo studio Gli impatti di IA e di Blockchain sui modelli di business” del professor Carlo Bagnoli, ordinario di innovazione strategica all’università veneziana, mette in mostra come, principalmente nei settori manifatturiero, retail e sanitario, Ai e Blockchain possano avere un impatto positivo.

In campo sanitario sarà possibile ad esempio monitorare lo stato di salute del paziente da remoto, grazie a dispositivi biometrici che raccoglieranno dati e li trasferiranno direttamente a medici e ospedali.

Nel mondo del retail, si potranno offrire prodotti e servizi sempre più personalizzati, andando incontro alle esigenze del cliente sfruttando chatbot e assistenti virtuali. Si aumenteranno, quindi, le vendite perché si avrà una risposta mirata basata sull’effettiva domanda.

Ma Ai e Blockchain miglioreranno anche il settore manifatturiero e aziendale generale grazie a una comunicazione veloce e precisa con i fornitori; riducendo lo spreco e le scorte inutili all’interno dei magazzini; diminuendo i costi di trasporto. Si potranno ottimizzare le linee di produzione, decentrare le reti logistiche e migliorare anche le analisi di mercato. L’applicazione dei robot in alcune lavorazioni ridurrà al minimo l’errore umano ma anche gli infortuni sul lavoro. I processi interni ed esterni di un’azienda verranno quindi perfezionati e resi più funzionali.

Conclusioni

«Secondo Gartner – spiega Bagnoli – il 59% delle aziende non ha ancora formulato vere e proprie strategie di AI, ma ormai è chiaro che questa tecnologia produrrà i maggiori cambiamenti nel mondo del business con un contributo potenziale di 15 trilioni di dollari dell’economia mondiale 2030».

IA e Blockchain rivoluzionano quindi i concetti di visione, missione e strategia, ma sarà fondamentale per le aziende farsi trovare pronte ad accogliere la nuova tecnologia. Questo vuol dire anche fare un adeguamento e una evoluzione delle competenze, valorizzando e formando i lavoratori già impiegati in azienda e investire nelle università per avere studenti specializzati pronti a entrare in un mondo del lavoro sempre più tecnologico.

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