L’Italia brilla nel settore dell’economia circolare

Nonostante un’annata così complessa a causa della pandemia, l’Italia riesce a brillare nel settore dell’economia circolare. A dirlo è il terzo rapporto nazionale redatto dal Circular Economy Network (rete promossa dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile) e da Enea, che vede il nostro Paese al primo posto in Europa (per la terza volta consecutiva), davanti alle cinque principali economie della Ue per i risultati raggiunti nelle aree della produzione, del consumo, della gestione circolare dei rifiuti, degli investimenti e dell’occupazione nel riciclo, nella riparazione e nel riutilizzo. La classifica vede l’Italia prima con 79 punti, seguita da Francia con 68, poi Germania e Spagna con 65 e Polonia 54.

I dati dell’economia circolare

Secondo lo studio, il nostro Paese è primo per la produttività delle risorse, secondo per l’occupazione nei settori della riparazione, del riutilizzo e del riciclo dei rifiuti, preceduto solo dalla Polonia. Nel 2018 nella Ue le persone occupate nel settore dell’economia circolare erano oltre 3,5milioni, l’Italia ne contava all’epoca 519mila, mentre la Germania 680mila.

Per gli investimenti e l’occupazione, l’Italia si piazza invece al quarto posto dopo Spagna, Polonia e Germania, e arranca anche per numeri di brevetti dove è ultima fra le economie europee: appena 12 depositati nel 2016, un numero davvero esiguo se pensiamo che la Germania ne ha 67 e in totale l’Europa 269. Il Bel Paese rialza la testa per numero di aziende di riparazioni di beni elettronici (25mila) e di altri prodotti, attestandosi al terzo posto dietro Francia e Spagna.

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Sostenibilità e transazione ecologica

Nel “Rapporto nazionale sull’economia circolare in Italia 2021”, sommando tutti i punteggi, l’Italia è prima per il terzo anno consecutivo in Europa nel campo del riciclo. Un primato che però deve essere sostenuto da continui miglioramenti e investimenti, soprattutto per avere un ruolo fondamentale nella transazione ecologica, ormai entrata in tutte le agende politiche dei governi della Ue. L’Italia risulta prima anche nella produttività di risorse, è seconda invece per le energie rinnovabili utilizzate e per il riciclo di rifiuti urbani (ma diventa prima se consideriamo i rifiuti generali).

Inoltre l’obiettivo di avvicinarsi alle emissioni zero (Accordo di Parigi entro il 2050) riguarda proprio le aziende che inquinano di più: il settore tessile ad esempio rappresenta da solo il 10% delle emissioni mondiali di gas serra. Entro il prossimo anno dovranno essere approvati il Programma di gestione dei rifiuti e il Piano Industria 4.0 con agevolazioni previste per le aziende che investono in economia circolare. C’è in ballo la competitività delle aziende italiane e una spinta per innovazione, ripresa investimenti e occupazione.

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Una primavera di rinascita per i contratti di lavoro

È una primavera di ottimismo: le previsioni del trimestre marzo-maggio del 2021 fanno registrare una impennata dei contratti pari a 59mila in più rispetto a quanto registrato nel 2020. I dati nello specifico indicano in 292mila i contratti previsti nel solo mese di marzo e ben 923mila nel trimestre marzo-maggio. Le stime parlano di -300mila posti di lavoro da marzo 2020 a febbraio 2021, ma da metà giugno 2020 ad oggi il divario è stato dimezzato. Siamo ancora lontani dai livelli del 2019 (-88mila), ma sono dati positivi che fanno ben sperare.

I settori in ritardo e quelli in crescita

A registrare un ritardo sono i settori del terziario (-79mila assunzioni) e del turismo (-50mila entrate programmate), mentre sono in crescita i comparti delle costruzioni e dell’Ict (tecnologie dell’informazione e della comunicazione). I dati emergono dal Bollettino mensile del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal.

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In ripresa anche il lavoro nell’industria metallurgica, meccatronica, farmaceutica e della moda, grazie alla spinta delle richieste che arrivano dai mercati esteri. Per i settori industriali si prevedono 110mila entrate, un +39mila rispetto a un anno fa. Segnali positivi arrivano anche dalla filiera alimentare e dal comparto dei trasporti, lanciato dal boom dell’e-commerce.

Tra le figure più richieste ci sono gli operai specializzati (59mila) e di macchinari (47mila), con un +22mila richieste per le professioni che richiedono una specializzazione elevata.

Un’Italia divisa in due

A soffrire è soprattutto il sud Italia, dove si vive in special modo di turismo e dei diversi settori ad esso legati (strutture alberghiere, ristoranti, negozi di souvenir, stabilimenti ecc.). Il comparto turistico è il più colpito dalla crisi portata dalla pandemia, stenta tuttora a ripartire e si prevedono ancora mesi difficili, con una ripresa lenta. In crescita, invece, le regioni del Nord Ovest e del Nord Est.

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Salvare il turismo del 2021: tra passaporto vaccinale e luoghi Covid free

Salvare il sistema turistico nazionale in vista dell’estate 2021. L’assenza di stranieri in vacanza nel nostro Paese è costata 11,2 miliardi (ben 23,3 milioni di viaggiatori in meno) secondo una stima di Coldiretti su dati Bankitalia. Un vuoto che l’anno scorso ha lasciato strascichi pesanti in tutto il comparto del turismo (alberghi, ristoranti, negozi di souvenir, musei ecc…). 

La situazione del turismo nel nostro Paese

In Italia, il settore del turismo e dei viaggi nel 2020 ha fatto un passo indietro come non accadeva da almeno 30 anni. Ma la pandemia rischia di mettere in ginocchio il settore anche nel 2021: in questa prima parte dell’anno si sono già persi circa 15 milioni di pernottamenti, facendo saltare sia il turismo invernale (piste da sci chiuse, località di montagna non accessibili hanno portato a un -80% di presenze rispetto all’anno scorso, uno scotto che pagano soprattutto le regioni del centro nord) che primaverile (lockdown e restrizioni fino a Pasqua, con gli eventi del Carnevale tutti aboliti).

Scarseggiano le prenotazioni estive e a lungo termine, mentre vengono privilegiati i viaggi last minute. Per tornare ai livelli pre-Covid secondo gli operatori del settore bisognerà aspettare almeno sei o nove mesi, sperando in una campagna di vaccinazione di massa, ma i meno ottimismi parlano di un’attesa ancora lunga (seconda metà del 2022).

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Green pass vaccinale

L’Ue sta spingendo per un passaporto vaccinale che rispetti la privacy e i dati sensibili, e che garantisca ai cittadini europei di spostarsi all’estero per lavoro e turismo.

Il digital green pass viene visto come uno strumento indispensabile per aiutare l’intero comparto a ripartire, perché in crisi non ci solo alberghi, agriturismi, ristoranti e b&b, ma anche le compagnie aeree, le aziende che gestiscono traghetti e treni. Soffrono le città d’arte ma anche tutte le altre località turistiche.

In Italia e in Grecia si sta facendo largo l’idea di “isole Covid free”, dove vaccinare subito i pochi abitanti e garantire l’accesso sicuro a chi avrà già avuto accesso al vaccino. Una chimera?

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Un anno di pandemia: stipendi più magri e lavoro femminile affossato

L’Italia ha perso in un anno di pandemia l’8,8% del Pil e circa 160 miliardi di euro rispetto al 2019. Tutto questo si traduce in stipendi più magri, lavoratori licenziati o costretti alla cassa integrazione, lavoro femminile penalizzato più di tutte le altre categorie e aziende sull’orlo della chiusura. La speranza è di riuscire a recuperare almeno un 3-4% nel corso del 2021, per augurarsi una ripresa quasi totale nel 2023.

La pandemia e il quadro drammatico

In questo contesto il quadro si fa drammatico per le famiglie: -29 miliardi di euro di reddito e -108 di consumi, con circa il 25% di decurtazioni delle entrare per il 15% dei nuclei familiari e la Caritas che annuncia un 45% di nuovi poveri (+14%). Non va meglio sul fronte imprese: persi circa 400 miliardi di euro di fatturato per coloro che sono stati costretti a chiudere.

L’unico a tenere, anzi a crescere e di molto, è il commercio dei beni online (+34%). In grave crisi, invece, il settore dello spettacolo e del fitness (musica, concerti, cinema, teatri e palestre) che accusa una perdita del 97% e milioni di operatori rimasti senza lavoro. A tenere il passo più di tutti è il settore manifatturiero. Un quadro complicato, a tratti drammatico per lavoro ed economia quello che emerge dalle indagini di Prometeia e Cgia di Mestre e riportati in un interessante articolo del Corriere della Sera a firma di Milena Gabanelli.

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Lavoro femminile affossato dalla crisi

L’Istat, invece, ha certificato che il 70% dei 444mila posti di lavoro scomparsi nel 2020 sono di donne impiegate nei settori commercio, ristorazione e alberghiero. Nel solo mese di dicembre su 101mila lavoratori rimasti senza attività ben 99mila sono donne. Questo a dimostrazione di come il lavoro femminile abbia pagato il prezzo più alto della pandemia, ma anche di come le donne abbiano spesso impieghi precari o autonomi, con contratti senza nessuna tutela.

Il gender gap occupazionale è stato messo in risalto e accentuato dalla pandemia. La parità di genere resta ancora una chimera.

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Smart-working: dall’orario di lavoro al lavoro per obiettivi

Articolo redatto da Osservatorio FondItalia

Il 22 febbraio l’Osservatorio sulle trasformazioni del lavoro e della formazione continua promosso da FondItalia ha organizzato la presentazione del volume di Domenico De MasiSmart-working. La rivoluzione intelligente (Marsilio, 2020).

L’iniziativa si è configurata come un incontro con l’autore, moderato da Gaetano Sabatini, professore ordinario di Storia economica all’Università Roma Tre e direttore dell’Istituto di Studi sul Mediterraneo (Isem) del Cnr, e accompagnato dagli interventi del Presidente di FondItalia, Francesco Franco, e del vicepresidente Egidio Sangue.

Domenico De Masi, docente emerito di Sociologia del Lavoro all’Università La Sapienza di Roma e autore di numerosi saggi riguardanti la società post-industriale e la sociologia del lavoro, ha ripercorso le tappe che in Italia hanno segnato il passaggio dai primi esperimenti di telelavoro mediante computer portatili condotti dall’Inps sotto la guida di Gianni Billia, fino all’esplosione dello smart-working, in conseguenza della pandemia di Covid-19.

I vantaggi dello smart-working

De Masi si è soffermato sui vantaggi dello smart-working, ma anche sugli ostacoli che si presentano lungo il suo percorso di consolidamento.

Per il telelavoratore i vantaggi sono rappresentati da un risparmio di tempi e costi legati allo spostamento verso gli uffici, con il ricavo di un maggior tempo libero da dedicare agli affetti personali e alla vita di quartiere. Per le imprese, l’adozione dello smart-working comporta notevoli risparmi sui costi fissi degli uffici e sugli spazi necessari. Inoltre, come dimostrano tutte le ricerche condotte durante il periodo della pandemia, beneficiando di una maggior soddisfazione da parte dei propri dipendenti, il datore di lavoro può registrare un aumento di produttività (nell’ordine del 15-20%).

Per il territorio e la comunità, la diffusione dello smart-working consente di ridurre il traffico, il sovraccarico dei mezzi pubblici, l’inquinamento e di aumentare l’occupazione femminile. Ovviamente, lo smart-working presenta anche degli svantaggi, che il sistema economico deve affrontare e risolvere.

Per i lavoratori si tratta in particolare del rischio di emarginazione dal contesto aziendale e della possibile confusione tra lavoro professionale e lavoro domestico. Per le imprese, le sfide sono rappresentate dall’impostare nuove modalità di monitoraggio dei lavoratori e dalla ricerca di soluzioni per mantenere alto il senso di appartenenza dei propri dipendenti. Soprattutto, l’autore ha evidenziato la presenza di resistenze al consolidamento dello smart-working, rappresentate in primo luogo da una concezione primitiva del potere da parte dei capi del personale, fondato sulla presenza fisica e sul “controllo a vista”, oltre che da ritardi normativi, contrattuali e tecnologici.

Smart-working e creatività

Il dibattito seguito alla relazione di De Masi è stato aperto dalle considerazioni del professor Sabatini, che ha richiamato l’equazione, proposta da De Masi nel suo libro, tra smart-working e creatività. Questa equazione, secondo Sabatini, è particolarmente interessante in un contesto, come quello attuale, di profonda ridefinizione professionale di quelle categorie che in certa qual misura dovranno più adattare la propria attività alla mutazione tecnologica che accompagna lo smart-working.

“Non torneremo alla normalità, perché la normalità è il problema. È dunque il modello di sviluppo che ci ha condotto a questo punto”, ha scritto De Masi nel suo volume. E proprio da questa sua frase è iniziato l’intervento del vicepresidente di Fonditalia, dott. Egidio Sangue, che ha voluto sottolineare come lo smart-working sia conveniente per stimolare una vera e propria rivoluzione culturale. Questa, in realtà, è già in corso e sta ridefinendo il rapporto tra uomo e lavoro e tra uomo e società.

Il dott. Sangue ha ricordato un altro passaggio interessante del libro di De Masi, che sottolinea come grazie allo smart-working si potranno estendere i privilegi, finora limitati a quei lavori intellettuali, anche a tutta una serie di lavoratori “esecutivi” che potranno grazie alla tecnologia migliorare il proprio rapporto con il lavoro e con la propria vita.

Per il dott. Sangue è molto interessante anche l’elaborazione di un nuovo modello di lavoro in azienda partecipativo e collaborativo, che accresca il valore aggiunto intellettuale (creatività) a beneficio dell’impresa, ma anche del lavoratore stesso, a proprio beneficio, e anche della società tutta.

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La formazione

Sul tema della formazione, il dott. Sangue ha ricordato le difficoltà di alcune famiglie e di alcuni lavoratori nell’adattarsi al lavoro da remoto, in particolare quelli privi della strumentazione necessaria per essere in condizione di “connettersi”, sia per mancanza di infrastrutture che per mancanza di competenze di base. “Non potendo organizzare la formazione in presenza – spiega il dott. Sangue – si fa fatica a far utilizzare la strumentazione di base alle imprese che vogliono fruire della formazione, a partire dalla dimestichezza di utilizzo di programmi di videochiamata, perché il paese è molto differenziato in termini di capacità di utilizzare certe tecnologie”. Alcune aree del paese, infatti, sono state purtroppo molto svantaggiate nell’utilizzo di queste nuove tecnologie.

Sul tema della “fine del lavoro”, ha ripreso la parola il professor De Masi, ricordando la conferenza di John Maynard Keynes a Madrid del 1930, dal titolo “Prospettive economiche per i nostri nipoti” (di cui riportiamo alcuni estratti al termine di questo contributo).

La profezia di Keynes, secondo il professor De Masi, è oggi una realtà per quanto riguarda il problema di “lavorite” che affligge milioni di persone, soprattutto in Italia. Questo problema accomuna moltissimi lavoratori: uomini più che donne, che lavorano troppo senza rendersi conto di togliere in questo modo il lavoro ai propri figli. Non c’è un reale carico di lavoro superiore per alcune professioni, ma un problema psicologico generalizzato di persone abituate all’overtime in azienda, a scapito di figli e nipoti che non trovano lavoro anche in età adulta.

“Siamo alla vigilia di una trasformazione importante: riducendo l’orario di lavoro, specialmente per i lavori intellettuali, si aumenterà la produttività”, ha detto il professor De Masi.

“Occorrerà sempre meno lavoro umano, questo è il progresso. Produrre di più ma lavorando di meno, di conseguenza anche le competenze: più umanesimo, più creatività, meno tecnica e specializzazione tecnica – dove le competenze mutano troppo velocemente. Anche gli scienziati, nel prossimo futuro, dovranno essere scienziati umanisti”.

Sono poi giunte al professore, in conclusione, domande da parte di alcuni degli studiosi che hanno partecipato alla presentazione.

Sul passaggio dal lavoro fondato su base oraria a quello per obiettivi, De Masi ha ribadito che questa è la chiave per adattarsi alla trasformazione in atto. “Facciamo un esempio: la produzione di idee segue un criterio e tempistiche diverse rispetto a mansioni manuali come quelle di avvitare bulloni in fabbrica. Oggi siamo già immersi in una rivoluzione di paradigma del lavoro e della produzione, per cui non vince chi ripete di più, ma vince chi crea di più. Si guadagna molto di più con un’idea nuova che ripetendo mille volte idee vecchie. Serve valorizzare la parte creativa dell’uomo, non quella esecutiva”, ha detto De Masi.

“Tanti obiettivi mi hai raggiunto e tanto ti pago, non tante ore lavori”. Dopo questa considerazione, De Masi si è rivolto ai formatori e ai docenti universitari, facendo notare che proprio su questo tema si apre una prateria immensa per i formatori. Per il professore, infatti, questi non devono formare i lavoratori, ma devono concentrarsi sui capi reparto, sui capi del personale, che devono trasformare “il lavoro per flusso” in “lavoro per obiettivi”. “Bisogna preparare subito pacchetti formativi a riorganizzare subito il lavoro per obiettivi”, ha consigliato De Masi.

Infine, il Professor Sabatini ha ricordato l’opportunità offerta dallo smart-working di rivitalizzazione di alcuni territori che versavano in stato di abbandono. Preoccupa il divario che tenderà a polarizzarsi tra lavoratori “manuali” e lavoratori “intellettuali”. Se osserviamo i dati delle infrastrutture, notiamo che stanno raggiungendo anche le aree finora marginali, ma il timore è che il divario resti troppo ampio. Ma è anche vero – ha fatto notare Sabatini – che lavorare a distanza potrebbe spingere ancor di più verso l’abbandono delle aree urbane e il recupero di territori spopolati, che a patto di essere rapidamente dotate di infrastrutture, potranno essere valorizzati nel prossimo futuro.

 

Estratti dalla Conferenza tenuta da Keynes a Madrid nel giugno del 1930. Ora nel nono volume dei suoi Collected Writings intitolato Essays in Persuasion, tradotta in Italia da Bollati Boringhieri (La fine del laissez faire ed altri scritti, Torino 1991).

IL PESSIMISMO ECONOMICO

In questo momento siamo affetti da un grave attacco di pessimismo economico. È cosa comune sentir dire dalla gente che è ormai conclusa l’epoca dell’enorme progresso economico che ha caratterizzato il secolo XIX; che adesso il rapido miglioramento del tenore di vita dovrà rallentare, per lo meno in Gran Bretagna; che nel prossimo decennio è più probabile un declino anziché un fiorire della prosperità.

La depressione che domina nel mondo, l’atroce anomalia della disoccupazione in un mondo pieno di bisogni, i disastrosi errori che abbiamo commesso ci rendono ciechi di fronte a quanto sta accadendo sotto il pelo dell’acqua, cioè di fronte al significato delle tendenze autentiche del processo. Voglio affermare, infatti, che entrambi i contrapposti errori di pessimismo, che sollevano oggi tanto rumore nel mondo, si dimostreranno errati nel corso della nostra stessa generazione: il pessimismo dei rivoluzionari, i quali pensano che le cose vadano tanto male che nulla possa salvarci se non il rovesciamento violento; e il pessimismo dei reazionari i quali ritengono che l’equilibrio della nostra vita economica e sociale sia troppo precario per permetterci di rischiare nuovi esperimenti.

 […]

QUALI SONO LE PROSPETTIVE ECONOMICHE PER I NOSTRI NIPOTI?

Dai tempi più remoti di cui abbiamo conoscenza (diciamo duemila anni prima di Cristo) fino all’inizio del secolo XVIII, il livello di vita dell’uomo medio, che vivesse nei centri civili del mondo, non ha subito grandi mutamenti. Alti e bassi sicuramente. Comparse di epidemie, carestie e guerre. Intervalli aurei. Ma nessun balzo in avanti, nessun cambiamento violento. Nei quattromila anni, conclusisi all’incirca nell’anno di grazia 1700, alcuni periodi hanno fatto registrare un miglioramento del 50 per cento (nel migliore del casi del 100 per cento) rispetto ad altri. Questo lento tasso di progresso, ovvero questa mancanza di progresso, era dovuto a due motivi: l’assenza vistosa di miglioramenti tecnici di rilievo e la mancata accumulazione di capitale.

L’assenza di grandi invenzioni tecniche fra l’era preistorica e i tempi relativamente moderni è davvero degna di nota. Quasi tutto ciò che, di sostanziale importanza, il mondo possedeva all’inizio dell’età moderna, era già noto all’uomo agli albori della storia. Il linguaggio, il fuoco, gli stessi animali domestici che abbiamo oggi, il grano, l’orzo, la vite e l’olivo, l’aratro, la ruota, il remo, la vela, le pelli, la tela e il panno, i mattoni e le terrecotte, l’oro e l’argento, il rame, lo stagno e il piombo (e il ferro vi si aggiunse prima del 1000 a C.), il sistema bancario, l’arte del governo, la matematica, l’astronomia e la religione: non sappiamo quando l’uomo abbia avuto per la prima volta in mano queste cose. In una certa epoca, anteriore all’inizio della storia, forse durante uno di quei favorevoli intervalli che hanno preceduto l’ultima epoca glaciale, deve essere esistita un’era di progresso e di invenzioni paragonabile a quella in cui viviamo oggi. Ma per la maggior parte della storia vera e propria non si è avuto nulla del genere.

[…]

BISOGNI ASSOLUTI E BISOGNI RELATIVI

Ammettiamo, a titolo di ipotesi, che di qui a cent’anni la situazione economica di tutti noi sia in media di otto volte superiore a quella odierna. Cosa di cui, in verità, non dovremmo affatto stupirci.

È ben vero che i bisogni degli esseri umani possono apparire inesauribili. Essi, tuttavia, rientrano in due categorie: i bisogni assoluti, nel senso che li sentiamo quali che siano le condizioni degli esseri umani nostri simili, e quelli relativi, nel senso che esistono solo in quanto la soddisfazione di essi ci eleva, ci fa sentire superiori ai nostri simili. I bisogni della seconda categoria, quelli che soddisfano il desiderio di superiorità, possono davvero essere inesauribili poiché quanto più alto è il livello generale, tanto maggiori diventano. Il che non è altrettanto vero dei bisogni assoluti: qui potremmo raggiungere presto, forse molto più presto di quanto crediamo, il momento in cui questi bisogni risultano soddisfatti nel senso che preferiamo dedicare le restanti energie a scopi non economici. Veniamo ora alla mia conclusione che credo riterrete sconcertante, anzi quanto più ci ripenserete, tanto più la troverete sconcertante.

[…]

UN COLLASSO NERVOSO GENERALE

Giungo alla conclusione che, scartando l’eventualità di guerra e di incrementi demografici eccezionali, il problema economico può essere risolto, o per lo meno giungere in vista di soluzione, nel giro di un secolo. Ciò significa che il problema economico non è, se guardiamo al futuro, il problema permanente della razza umana.

Perché mai, potrete chiedere, è cosa tanto sconcertante? È sconcertante perché, se invece di guardare al futuro ci rivolgiamo al passato, vediamo che il problema economico, la lotta per la sussistenza, è sempre stato, fino a questo momento il problema principale, il più pressante per la razza umana: anzi, non solo per la razza umana, ma per tutto il regno biologico dalle origini della vita nelle sue forme primitive. Pertanto la nostra evoluzione naturale, con tutti i nostri impulsi e i nostri istinti più profondi, è avvenuta al fine di risolvere il problema economico. Ove questo fosse risolto, l’umanità rimarrebbe priva del suo scopo tradizionale.

Sarà un bene? Se crediamo almeno un poco nei valori della vita, si apre per lo meno una possibilità che diventi un bene. Eppure io penso con terrore al ridimensionamento di abitudini e istinti nell’uomo comune, abitudini e istinti concresciuti in lui per innumerevoli generazioni e che gli sarà chiesto di scartare nel giro di pochi decenni. Per adoperare il linguaggio moderno, non dobbiamo forse attenderci un “collasso nervoso” generale? Abbiamo già avuto una piccola esperienza di quello che intendo, cioè un collasso nervoso simile al fenomeno già piuttosto comune in Gran Bretagna e negli Stati Uniti fra le donne sposate delle classi agiate, sventurate donne in gran parte, che la ricchezza ha privato dei compiti e delle occupazioni tradizionali: donne che non riescono a trovare sufficiente interesse nel cucinare, pulire, rammendare quando vi manchi la spinta della necessità economica: e che tuttavia sono assolutamente incapaci di inventare qualche cosa di più divertente.

Per chi suda il pane quotidiano il tempo libero è un piacere agognato: fino momento in cui l’ottiene. Ricordiamo l’epitaffio che scrisse per la sua tomba quella vecchia donna di servizio:

Non portate il lutto, amici, non piangere per me che farò finalmente niente, niente per l’eternità.

Questo era il suo paradiso. Come altri che aspirano al tempo libero, la donna di servizio immaginava solo quanto sarebbe stato bello passare il tempo a far da spettatore.

C’erano, infatti, altri due versi nell’epitaffio:

Il paradiso risuonerà di salmi e di dolci musiche ma io non farò la fatica di cantare.

Eppure la vita sarà tollerabile solo per quelli che partecipano al canto: e quanto pochi di noi sanno cantare!

[…]

COME IMPIEGARE IL TEMPO LIBERO?

Pertanto, per la prima volta dalla sua creazione, l’uomo si troverà di fronte al suo vero, costante problema: come impiegare la sua libertà dalle cure economiche più pressanti, come impiegare il tempo libero che la scienza e l’interesse composto gli avranno guadagnato, per vivere bene, piacevolmente e con saggezza.

Gli indefessi, decisi creatori di ricchezza potranno portarvi tutti, al loro seguito, in seno all’abbondanza economica. Ma saranno solo coloro che sanno tenere viva, e portare a perfezione l’arte stessa della vita, e che non si vendono in cambio dei mezzi di vita, a poter godere dell’abbondanza, quando verrà.

Eppure non esiste paese o popolo, a mio avviso che possa guardare senza terrore all’era del tempo libero e dell’abbondanza. Per troppo tempo, infatti, siamo stati allenati a faticare anziché godere. Per l’uomo comune, privo di particolari talenti, il problema di darsi un’occupazione è pauroso, specie se non ha più radici nella terra e nel costume o nelle convenzioni predilette di una società tradizionale.

A giudicare dalla condotta e dal risultati delle classi ricche di oggi, in qualsiasi regione del mondo, la prospettiva è davvero deprimente. Queste classi, infatti, sono per così dire la nostra avanguardia, coloro che esplorano per noi la terra promessa e che vi piantano le tende. E per la maggior parte costoro, che hanno un reddito indipendente ma nessun obbligo o legame o associazione, hanno subito una sconfitta disastrosa, così mi sembra, nel tentativo di risolvere il problema che era in gioco.

[…]

L’ISTINTO DI ADAMO

Sono certo che, con un po’ più di esperienza, noi ci serviremo del nuovo generoso dono della natura in modo completamente diverso da quello dei ricchi di oggi e tracceremo per noi un piano di vita completamente diverso che non ha nulla a che fare con il loro. Per ancora molte generazioni l’istinto del vecchio Adamo rimarrà così forte in noi che avremo bisogno di un qualche lavoro per essere soddisfatti. Faremo, per servire noi stessi, più cose di quante ne facciano di solito i ricchi d’oggi, e saremo fin troppo felici di avere limitati doveri, compiti, routines. Ma oltre a ciò dovremo adoperarci a far parti accurate di questo “pane” affinché il poco lavoro che ancora rimane sia distribuito fra quanta più gente possibile.

Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore possono tenere a bada il problema per un buon periodo di tempo. Tre ore di lavoro al giorno, infatti, sono più che sufficienti per soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi.

Dovremo attenderci cambiamenti anche in altri campi. Quando l’accumulazione di ricchezza non rivestirà più un significato sociale importante, interverranno profondi mutamenti nel codice morale. Dovremo saperci liberare di molti dei principi pseudomorali che ci hanno superstiziosamente angosciati per due secoli, e per i quali abbiamo esaltato come massime virtù le qualità umane più spiacevoli. Dovremo avere il coraggio di assegnare alla motivazione “denaro” il suo vero valore. L’amore per il denaro come possesso, e distinto dall’amore per il denaro come mezzo per godere i piaceri della vita, sarà riconosciuto per quello che è: una passione morbosa, un po’ ripugnante, una di quelle propensioni a metà criminali e a metà patologiche che di solito si consegnano con un brivido allo specialista di malattie mentali.

Saremo, infine, liberi di lasciar cadere tutte quelle abitudini sociali e quelle pratiche economiche relative alla distribuzione della ricchezza e alle ricompense e penalità economiche, che adesso conserviamo a tutti i costi, per quanto di per se sgradevoli e ingiuste, per la loro incredibile utilità a sollecitare l’accumulazione del capitale. Naturalmente continueranno ad esistere molte persone dotate di attivismo e di senso dell’impegno intensi e insoddisfatti, che perseguiranno ciecamente la ricchezza a meno che non riescano a trovarvi un sostituto plausibile. Ma non saremo più tenuti all’obbligo di lodarle e di incoraggiarle perché sapremo penetrare, più a fondo di quanto sia lecito oggi, il significato vero di questo “impegno” di cui la natura ha dotato in varia misura quasi tutti noi. “Impegno” infatti, significa preoccuparsi dei risultati futuri delle proprie azioni più che della loro qualità o del loro effetto immediato nel nostro ambiente. L’uomo “impegnato” tenta sempre di assicurare alle sue azioni un’immortalità spuria e illusoria, proiettando nel futuro l’interesse che vi ripone.

[…]

LA BEATITUDINE ECONOMICA

Vedo quindi gli uomini liberi tornare ad alcuni del principi più solidi e autentici della religione e della virtù tradizionali: che l’avarizia è un vizio, l’esazione dell’usura una colpa, l’amore per il denaro spregevole, e che chi meno s’affanna per il domani cammina veramente sul sentiero della virtù e della profonda saggezza. Rivaluteremo di nuovo i fini sui mezzi e preferiremo il bene all’utile. Renderemo onore a chi saprà insegnarci a cogliere l’ora e il giorno con virtù, alla gente meravigliosa capace di trarre un piacere diretto dalle cose, i gigli del campo che non seminano e non filano.

Ma attenzione! Il momento non è ancora giunto. Per almeno altri cent’anni dovremo fingere con noi stessi e con tutti gli altri che il giusto è sbagliato e che lo sbagliato è giusto, perché quel che è sbagliato è utile e quel che è giusto no. Avarizia, usura, prudenza devono essere il nostro dio ancora per un poco, perché solo questi principi possono trarci dal cunicolo del bisogno economico alla luce del giorno.

Attendo, quindi, in giorni non troppo lontani, la più grande trasformazione che mai sì sia verificata nell’ambiente fisico in cui si muove la vita degli esseri umani come aggregato. Ma, naturalmente, tutto avverrà per gradi, non come una catastrofe. Tutto, anzi, è già incominciato. Le cose andranno semplicemente così: sempre più vaste diventeranno le categorie e i gruppi di persone che in pratica non conoscono i problemi della necessità economica. Ci si renderà conto della differenza critica quando questa condizione si sarà a tal punto generalizzata da mutare la natura del dovere dell’uomo verso il suo simile: infatti l’impegno del fare verso gli altri continuerà ad avere una ragione anche quando avrà cessato di averla il fare a nostro vantaggio.

Il ritmo con cui possiamo raggiungere la nostra destinazione di beatitudine economica, dipenderà da quattro fattori: la nostra capacità di controllo demografico, la nostra determinazione nell’evitare guerre e conflitti civili, la nostra volontà di affidare alla scienza la direzione delle questioni che sono di sua stretta pertinenza, e il tasso di accumulazione in quanto determinato dal margine fra produzione e consumo. Una volta conseguiti i primi tre punti il quarto verrà da sé.

In questo frattempo non sarà male por mano a qualche modesto preparativo per quello che è il nostro destino, incoraggiando e sperimentando le arti della vita non meno delle attività che definiamo oggi “impegnate”.

Ma, soprattutto, guardiamoci dal sopravvalutare l’importanza del problema economico o di sacrificare alle sue attuali necessità altre questioni di maggiore e più duratura importanza. Dovrebbe essere un problema da specialisti, come la cura dei denti. Se gli economisti riuscissero a farsi considerare gente umile, di competenza specifica, sul piano dei dentisti, sarebbe meraviglioso.

Alessandro Albanese Ginammi, ricercatore di EcoLab, ha scritto i titoli dei paragrafetti. Tempo fa aveva pubblicato un articolo sul tema, che può essere ripreso in totale libertà:

 

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Come cambia la formazione dei manager

La formazione a distanza riguarda tutte le categorie di lavoratori, manager compresi. I molti impegni di lavoro possono distogliere i quadri e i dirigenti dai corsi di aggiornamento, che però sono fondamentali per ogni tipo mansione, soprattutto per chi, per il ruolo che ricopre, deve avere capacità di leadership e saper intercettare i nuovi bisogni delle persone. Per questo la formazione è importante ed è un vero e proprio arricchimento.

L’obiettivo dei corsi per i manager

Ogni corso deve essere studiato nei dettagli: viene infatti redatto un piano didattico con contenuti, durata e obiettivi. È necessario che il piano vada incontro ai bisogni dei quadri e dei dirigenti, che devono consolidare e migliorare la propria posizione e poi apportare vantaggi nell’organizzazione aziendale.

I manager sono figure già ampiamente formate, che necessitano di corsi con molta pratica e poca teoria, e soprattutto di miglioramenti concreti e tangibili. Per loro è importante pensare a una formazione ottimizzata, che abbia un linguaggio immediato e contenuti diretti. L’obiettivo è quello di coinvolgere, creare interattività e voglia di apprendere. Inoltre i corsi di formazione per manager dovrebbero garantire flessibilità e svolgersi quasi esclusivamente su piattaforme di e-learning, in modo che ogni dirigente in base ai propri impegni di lavoro sappia ritagliarsi in piena autonomia del tempo per l’aggiornamento professionale e l’acquisizione di nuove competenze.

Oggi, poi, con la diffusioni di nuovi dispositivi mobili è quasi del tutto scomparsa l’immagine del dipendente o manager che davanti al pc in una postazione fissa segue i corsi di formazione. Il “mobile learning” si sta sempre più diffondendo (preferito dal 99% degli utenti che ritiene la propria esperienza migliore), a vantaggio proprio di quelle figure come i manager che proprio per il lavoro che svolgono hanno la possibilità di effettuare l’apprendimento da qualsiasi luogo.

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La storia dell’e-learning

primi corsi di aggiornamento informatizzati furono attivati negli anni ‘60, ma fu con l’avvento di internet e del world wide web negli anni ‘90 che l’e-learning conobbe la grande diffusione. Il boom dell’apprendimento digitale si ebbe nel 2000, con l’utilizzo in massa di corsi informatizzati per i nuovi lavoratori e di aggiornamento per i profili già inseriti in azienda.

L’e-learning è un settore in continua crescita e sviluppo, lo dimostrano i dati: +900% di entrate negli ultimi 20 anni, con dimensioni che dovrebbero triplicarsi entro il 2025. Una forte accelerazione è avvenuta nel 2020 con la pandemia da Coronavirus, che ha costretto aziende e lavoratori a modificare le abitudine, spingendo su smart working, teleformazione e videoconferenze.

L’apprendimento online ha permesso la standardizzazione delle pratiche aziendali, fornendo un unico strumento formativo accessibile da qualsiasi luogo grazie a un cloud. Inoltre questo sistema consente a tutti, anche alle persone più introverse che mai prenderebbero parte a una discussione di gruppo, di partecipare alla formazione in modo completo, senza paura di sbagliare, avendo la libertà di esprimersi in maniera libera e di comprendere i propri punti deboli e lavorare su quelli.

Infine l’e-learning è un metodo di formazione ecologico, perchè riduce i consumi energetici (fino al 90%) e le emissioni di C02 (anche oltre l’85%) secondo uno studio dell’Open University. Uno strumento utile e indispensabile, a costi accessibili, per il presente e il futuro di tutte le aziende che vogliono attrarre e mantenere talenti e professionisti.

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I vantaggi delle piattaforme e-learning: apprendimento veloce e lavoratori più produttivi

La pandemia ha messo in evidenza e ha accelerato il disallineamento tra le competenze digitali dei lavoratori e le richieste delle aziende. Allo stesso tempo la diffusione della banda larga ha fatto impennare l’e-learning (in italiano tele-apprendimento), anche in ambito lavorativo, con tutti i servizi di formazione a distanza e videoconferenze.

I vantaggi delle piattaforme e-learning

Economicità, efficienza e accessibilità. Sono questi i principali vantaggi dell’e-learning, che si è trasformato nella metodologia di formazione predominante dell’ultimo anno. L’apprendimento online, di studenti e lavoratori, consente di personalizzare le lezioni, sfruttando la tecnologia e le piattaforme e-learning; e inoltre si possono gestire nuovi strumenti (testuali, audio e video) molto efficaci per imparare con più facilità e testare e valutare i propri progressi.

La videoconferenza consente anche l’interazione tra docente e lavoratore e/o studente, proprio come se la lezione si svolgesse in aula, ma richiede una presenza nell’orario fissato della diretta. La formazione tramite e-learning consente invece di poter svolgere la lezione in modo individuale, con il vantaggio di poterla seguire in qualsiasi momento della giornata.

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I dati più significati

Le ricerche dell’ultimo anno parlano di una media del 23% di lavoratori europei che per la prima volta hanno provato il remote working per la pandemia da Covid-19. Una percentuale che in Italia sale al 25%. Un segnale piuttosto chiaro di come la trasformazione digitale abbia subito una forte spinta negli ultimi dodici mesi.

Secondo un’indagine dell’American Society for Training and Development, le aziende che hanno investito in formazione hanno migliorato anche i ricavi (24%). I lavoratori sono in grado di mettere in pratica ciò che apprendono in modo immediato, tanto da portare all’azienda un grande vantaggio, a fronte di un costo del corso di formazione molto più irrisorio del beneficio ottenuto. L’e-learning con concetti brevi riesce a dare una formazione veloce, semplificata ma molto efficace.

Per le aziende è fondamentale poter aggiornare e riqualificare i proprio dipendenti, soprattutto alla luce dei profondi e rapidi cambiamenti tecnologici e delle sfide che un mercato sempre più competitivo impone.

La novità: “Study in Action”

Tra le numerose piattaforme e-learning, Confindustria Emilia ha lanciato da poco “Study in Action” per l’area metropolitana di Bologna, un esempio di come accompagnare imprese e lavoratori verso la trasformazione digitale. Si tratta di una piattaforma con orizzonte triennale, che non sostituisce la formazione in aula, ma offre contenuti formativi e percorsi di retraining delle figure professionali con l’obiettivo di offrire nuove competenze. I corsi della piattaforma saranno suddivisi in 4 aree: contenuti generali, retraining, contenuti delle imprese e language hub.

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Franco: «La formazione dei lavoratori può fare la differenza nella ripartenza del Paese»

Siamo giunti alla conclusione di un anno difficile, a tratti drammatico, in cui la crisi sanitaria, peraltro non ancora terminata, ha generato ripercussioni economiche e sociali senza precedenti.

Sono migliaia le imprese in difficoltà, rallentate, o addirittura ferme, per quanto riguarda l’aspetto produttivo e disorientate dall’alterazione degli equilibri di domanda – offerta.

Nella fase più acuta dell’emergenza da COVID-19, l’obiettivo di FondItalia è stato quello di sostenere, con ancora maggiore forza, le imprese e i lavoratori, mettendo in campo misure straordinarie per promuovere la formazione, dall’incremento costante della dotazione economica iniziale dell’Avviso FEMI 2020.01, fino al raggiungimento di €12,5 milioni, alla possibilità di convertire, in via straordinaria e d’urgenza, le attività formative in presenza nella modalità di teleformazione, alla completa abolizione dell’apporto proprio relativo alle imprese che optino per aiuti di importanza minore, così da facilitare la formazione anche di dipendenti nella condizione di sospensione del rapporto lavorativo.

In questa fase così difficile, le imprese ci hanno seguito, non si sono fermate, continuando le attività di formazione già programmate e pianificando, con il supporto delle loro rappresentanze e in un’ottica di rete, le loro attività future.

Ora, quello che sta per iniziare, si profila come un anno ancora più complesso. Ma è proprio nei momenti di crisi che si possono ripensare i modelli produttivi e finanziari, investendo certamente in beni, ma anche e soprattutto sul capitale umano.

L’avvento della pandemia ha cambiato le nostre abitudini di consumo, il nostro modo di lavorare e sta spingendo anche le micro e piccole imprese a trasformarsi e a valutare canali alternativi di vendita e di distribuzione dei beni/prodotti/servizi.

Le misure di distanziamento fisico e il protrarsi dell’emergenza sanitaria spingono alla digitalizzazione anche gli imprenditori più riluttanti che sono ormai consapevoli della necessità di nuove competenze in tal senso. Con questo stanziamento, FondItalia è pronta a supportare il cambiamento delle imprese, anche piccole e micro.

Anche per il 2021, FondItalia ha messo in campo nuove misure per favorire la ripresa delle imprese, con particolare attenzione proprio alla necessità di incrementare nuove competenze nei lavoratori per traghettare le imprese verso scenari di ammodernamento e conversioni organizzative e produttive.

Il Fondo intende, infatti, sostenere tutte quelle attività di formazione volte all’aggiornamento e al mantenimento delle competenze, all’adozione di nuovi modelli di gestione aziendale, allo sviluppo delle abilità personali, all’introduzione di elementi di innovazione tecnologica, all’incremento della conoscenza del contesto lavorativo e delle competenze linguistiche, al supporto all’internazionalizzazione e a un’evoluzione delle competenze in chiave green economy.

A tale scopo, il Fondo ha già pubblicato il Nuovo Avviso FEMI 2021.01, con una dotazione economica iniziale di 6 milioni di euro, che ha la particolarità, aderendo all’Asse FNC, di consentire l’accesso al Programma operativo nazionale sistemi di politiche attive per l’occupazione e al Fondo Nuove Competenze, in conformità all’Avviso pubblico ANPAL. UGL e FederTerziario, le Parti Sociali che promuovono il Fondo, hanno voluto cogliere l’opportunità della misura, favorendo l’accesso immediato al Fondo Nuove Competenze da parte anche delle micro e piccole imprese, di solito prive al loro interno di esperienza in ambito di contrattazione aziendale.

FondItalia, dal canto suo, intende adoperarsi più che mai per offrire una adeguata assistenza alle imprese affinché realizzino una formazione realmente capace di sostenere l’occupabilità dei lavoratori a fronte dell’introduzione di innovazioni organizzative, tecnologiche, di processo e di prodotto in azienda.

Siamo convinti, ancora con più forza, che la formazione dei lavoratori può, ancora una volta, fare la differenza, e rappresentare un elemento irrinunciabile per la ripartenza del sistema produttivo del Paese.

L’invito che rivolgiamo ancora una volta alle imprese, ed ai loro rappresentanti, è di continuare a seguirci ancora, con fiducia, e a non fermarsi e ad impegnarci tutti per regalarci una fase di vera rinascita.

Concludo rivolgendo a tutti Voi, a nome mio e di tutto il Consiglio di amministrazione del Fondo, i nostri più calorosi auguri di buone feste.

Francesco Franco
Presidente FondItalia

Il lavoro come priorità: tra la crisi delle imprese e la voglia del posto fisso

Non è rosea la situazione delle imprese italiane negli ultimi mesi di questo 2020. Come rileva il rapporto dell’Istat “Situazione e prospettive delle imprese nell’emergenza sanitaria Covid-19”, oltre due terzi delle aziende (su circa 90mila intervistate) hanno avuto un calo di fatturato (quasi il 70% proprio come nella prima parte dell’anno con la pandemia in corso, ma con una flessione delle vendite di intensità diversa). Una crisi di vendite nonostante in estate ci sia stata una piccola ripresa economica. Più del 30% delle imprese segnala dei rischi operativi e di sostenibilità dell’attività (15% ad altissimo rischio) e il 37,5% è ricorso a un sostengo di liquidità e credito.

Le imprese oltre la crisi

Nonostante questa situazione difficile, il 25,8% delle imprese è disposto ad espandere la propria produttività e ad avviare nuove strategie. Infatti, i dati del sondaggio dell’Istat mostrano anche che la vendita di beni e servizi via web è raddoppiata (17.4%) proprio in questo periodo. Le aziende hanno accelerato la transizione digitale, creando degli shop online, utilizzando all’interno del proprio team strumenti di comunicazione digitale e poi investendo nella comunicazione e nel marketing sui social network per essere più vicini agli utenti. Tutti elementi di grande interesse, che resteranno anche dopo questa crisi.

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Il lavoro tra dignità e valore

La crisi delle aziende e del mondo del lavoro in generale si legge bene anche attraverso un sondaggio di Indeed su un campione di lavoratori e datori di 14 paesi, tra cui l’Italia. Da questo studio emerge che il lavoro viene visto come un’ancora di salvezza: per il 60% degli italiani è una priorità assoluta (in Francia e in Germania la percentuale resta al 45%) soprattutto in momenti difficili come quello che stiamo vivendo. Il pensiero della stabilità e della ricerca del posto fisso per il prossimo anno restano al centro dei pensieri del 73% degli intervistati della nostra nazione.

E non è quindi un caso che il 50% degli intervistati italiani sacrificherebbe gratifiche e altri benefit pur di avere una stabilità e una certezza di occupazione. Il lavoro per una persona non è solo indipendenza economica ma assume un valore di benessere e dignità. La pandemia ha sicuramente portato l’individuo ad essere maggiormente consapevole e responsabile: il 78% dei datori di lavoro ha, infatti, riconosciuto ai propri dipendenti di aver aiutato l’azienda in un momento complicato.

Gli ultimi dati sulle assunzioni

Il sogno del posto fisso in questo difficile 2020 si è infranto contro un -34% delle assunzioni nei primi nove mesi del 2019. L’Inps rileva nell’Osservatorio sul precariato come le nuove assunzioni siano state solo 3.801.000 da gennaio a settembre e le cessazioni 4.058.000, anche qui una forte diminuzione (-21%) in paragone con lo stesso periodo dell’anno precedente. Un effetto dovuto principalmente al blocco dei licenziamenti voluto dal Governo. Il mese di settembre ha mostrato un segnale di ripresa rispetto a giugno (siamo passati da -814mila a -669mila), ma la strada per una rinascita è ancora in salita.

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L’ufficio del futuro: come cambia il luogo di lavoro

Addio all’ufficio open space, dove troppe persone convivono in un’unica grande stanza, senza quindi poter mantenere un distanziamento sanitario e sociale, fondamentale nei momenti come quello che stiamo vivendo. La pandemia da Coronavirus cambierà per sempre alcune abitudini, e d’ora in avanti bisognerà prestare più attenzione agli spazi di lavoro, ad un adeguato riciclo d’aria ma anche alla possibilità di poter collaborare con i colleghi alla stessa scrivania.

Sempre più smart working

Lockdown ed emergenza sanitaria hanno contribuito a diffondere nel nostro paese lo smart working, o lavoro flessibile, rigorosamente da casa. Una situazione tutt’altro che temporanea. Il futuro del lavoro sarà, infatti, sempre più “smart”, con i lavoratori invitati a svolgere la propria attività in modalità “agile” da casa e solo per poche occasioni in presenza, come per le ridotte ma utili riunioni organizzative. Lo smart working garantirà più sicurezza, produttività e meno costi: molti sondaggi mostrano come per i lavoratori l’attività da casa porti a una maggiore concentrazione, a un minor stress e a una tutela della propria salute. Dall’altra parte le aziende hanno con il lavoro flessibile meno costi sia per l’allestimento degli uffici che dei consumi.

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L’ufficio del futuro: aspetti positivi e negativi

Proprio dal sondaggio Technology and the Evolving World of Work realizzato da Lenovo nei mesi successivi al lockdown in 10 paesi compresa l’Italia, su un campione di 20mila persone, è risultato il cambiamento delle dinamiche lavorative. La casa è diventata il nuovo ufficio, come qualsiasi altro luogo che riesca a consentire una connessione digitale. I lavoratori hanno detto di sentirsi più produttivi e hanno dichiarato di voler continuare a lavorare in casa anche quando la situazione sanitaria sarà migliorata. Hanno, però, dovuto affrontare una spesa imprevista: l’acquisto di nuovi dispositivi tecnologici e di tutti gli accessori e arredi necessari, che soprattutto in Italia è stato a carico proprio dei lavoratori. Tra le note negative del lavoro da casa: il minore contatto sociale con i colleghi, la difficoltà a separare vita lavorativa e domestica e la vulnerabilità della sicurezza dei dati. Ma anche una minore condivisione di idee e di cultura di lavoro di squadra, come ha evidenziato lo studio promosso da Microsoft in 15 paesi europei tra cui l’Italia.

Una volta passata la pandemia, quindi, si favorirà in ogni caso il lavoro da remoto anche solo per alcuni giorni a settimana, portando a un risparmio sui trasporti, a un minor inquinamento, a un aumento del tempo da passare in famiglia e alla riduzione dell’assenteismo.

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