I settori e i paesi più colpiti dalla crisi economica post Covid-19

Imprese prospere, sopraffatte, sovraccariche e minacciate. Sono questi i quattro scenari in cui le aziende di tutto il mondo sembrano rispecchiarsi durante questa crisi economica post Covid-19. Secondo una ricerca della società di consulenza globale di strategia e marketing Simon-Kucher & Partners, il 58% dell’economia mondiale è in pericolo dopo la pandemia.

I settori che risentono di più della crisi economica

Lo studio mostra come il 17% delle imprese sia sopraffatto dalla crisi attuale e un 14% di esse abbia subito un netto calo anche per i cambiamenti nella domanda dei consumatori.  Sembra infatti che questi ultimi, costretti dalla recessione economica a rivedere lo stile di vita e influenzati dalla paura del virus, abbiano modificato in fretta tutte le loro abitudini di spesa, eliminando soprattutto ciò che non sia ritenuto necessario per la sopravvivenza. A subire la crisi sono soprattutto il settore dei viaggi, dell’ospitalità e del trasporto. Minacciato anche il settore automobilistico, il manifatturiero, quello delle spedizioni e dell’edilizia.

I settori che ne risentono meno

In sofferenza ci sono anche i settori chimico, metallurgico, della produzione di energia, gas e petrolio che subiscono alcuni cambiamenti della domanda e poi, le aziende sopraffatte, la cui operatività è messa a dura prova dalla costante richiesta come assicurazioni, banche e servizi finanziari. La speranza è che alcuni settori meno colpiti facciano da traino all’economia globale (es. farmaceutica, telecomunicazioni, software e media) e che arrivino interventi importanti da parte dei governi.

Ma è importante anche che le aziende stesse comprendano in quale direzione andare, cercando di comprendere come riorganizzare i team, le politiche da adottare e le strategie da intraprendere.

Crisi economica - settore farmaceutico e chimico

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L’impatto sull’Italia

L’impatto della pandemia e del lockdown sono stati più devastanti del previsto in Italia. Da un dato emerso dal Rapporto annuale Istat 2020, si parla di «un forte calo dell’attività, diffuso a tutte le componenti settoriali, con una contrazione del Pil superiore all’8 per cento che sarà solo in parte recuperata l’anno successivo».

Secondo il Rapporto Regionale PMI 2020, realizzato da Confindustria e Cerved, in collaborazione con SRM-Studi e Ricerche per il Mezzogiorno, le le piccole e medie imprese italiane sono destinate, nel 2020, a contrarre il loro fatturato del 12,8%, con un rimbalzo nel 2021 dell’11,2%, insufficiente per ritornare ai livelli del 2019.

Nel complesso, questa contrazione si tradurrà in una perdita di 227 miliardi di fatturato nel biennio 2020-21 rispetto a uno scenario tendenziale di lenta crescita delle vendite. Nell’ipotesi pessimistica, in caso di nuove ondate del Covid-19, il calo dei ricavi è stimato a -18,1% per l’anno in corso (+16,5% nel 2021), con una flessione di ricavi, per le PMI prese in esame nel biennio di previsione, che sfiorerà i 300 miliardi di euro

Drammatica anche la stima di Coldiretti per i mesi estivi (luglio-settembre): ristoranti, bar, trattorie accusano un calo del 40% (circa 3 miliardi in meno di fatturato) dovuto soprattutto ad una mancanza di turisti (nell’estate del 2019 sono stati 16 milioni), che la scelta degli italiani di restare in patria riuscirà a colmare solo in minima parte. Un calo rilevato anche dalle strutture che ospitano i turisti (soprattutto gli alberghi, preferiti gli agriturismi e le case in affitto): nonostante il fatto che il 93% degli italiani abbia scelto il Bel Paese per le vacanze (soprattutto le località di mare), la presenza dei soli turisti italiano non sarà sufficiente a colmare il gap.

La Sicilia è l’unica regione che segna un aumento di turisti rispetto al 2019; Puglia, Campania e Sardegna sono tra le mete più gettonate, ma registrano comunque un calo di presenze rispetto all’anno scorso.

Gli italiani scelgono il turismo di prossimità, preferiscono restare vicino casa, nella propria regione o al massimo in quelle limitrofe. Penalizzate Lombardia, Lazio, Marche ed Emilia Romagna, mentre aumentano i turisti in Umbria, Abruzzo, Friuli e Molise. In sostanza le regioni più colpite dal virus sono le più penalizzate. Senza turisti stranieri l’Italia dovrà non solo fronteggiare un calo delle entrate (che riguarderà anche cibo, souvenir, trasporti e shopping), ma anche fare a meno dell’effetto promozione sui prodotti nostrani e quindi sull’export nazionale.

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Il panorama europeo

In recessione profonda anche l’economia dell’Ue, proprio perché le misure restrittive sono state più lunghe del previsto e hanno interessato diversi stati europei. L’impatto negativo, secondo i dati della Commissione Ue, sarà quindi maggiore rispetto a quanto ipotizzato in un primo momento e si prevede una contrazione economica dell’8,3% nel 2020, per poi tornare a crescere intorno al 6% nel 2021. La ripresa sarà più facile nel terzo trimestre se non ci sarà una ripresa del virus e la crescita del settore turistico sarà più lenta rispetto a quello dell’industria. L’Italia, in ogni caso, risulta il paese più penalizzato dall’emergenza sanitaria (foto in basso, fonte Istat).

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Schema Pil prodotto interno lordo

L’app italiana che aiuta i negozi a diventare duty free

Articolo redatto da Osservatorio FondItalia

La startup italiana Stamp ha inventato un sistema digitale e innovativo che semplifica il tax refund convertendo gli esercizi commerciali in veri e propri negozi duty free: il turista può pagare direttamente il prodotto senza l’IVA eliminando il rimborso, ed è stimolato ad acquistare di più.

Al commerciante, il sistema permette l’emissione di fatture 38-quater in modalità elettronica tramite il sistema OTELLO 2.0, con una facile e trasparente gestione della contabilità. Il servizio è gratuito per tutti gli esercenti e ha costi minimali per i clienti al fine di sfruttare al meglio la forza propositiva dello shopping esentasse.

Tax free shopping

Che cos’è il tax free shopping? Il tax free shopping è un’agevolazione fiscale, presente in circa 50 paesi del mondo, che permette ai visitatori esteri di acquistare beni senza pagare l’imposta sul valore aggiunto – in Italia, l’IVA. Anche in Italia le regole sullo shopping esentasse seguono questi principi, e sono normate dall’art. 38-quater del DPR 633/72.

Il sistema funziona così: mentre si trova all’interno del territorio italiano, il turista deve effettuare un acquisto minimo di un bene di 154,95 euro IVA inclusa, chiedendo in negozio la fattura “tax free”; deve essere un privato cittadino e il fine della spesa deve essere il consumo personale o familiare. Dovrà poi trasportare i beni fuori dalla Comunità Europea entro il terzo mese successivo alla data d’acquisto.

Se il cliente lo richiede al momento dell’acquisto, l’esercente è quindi tenuto ad emettere una fattura tax free secondo l’articolo 38-quater. Dal 2018, queste fatture sono state rese elettroniche con il sistema OTELLO 2.0. Si tratta di una buona opportunità per attrarre turisti offrendo loro uno strumento digitale rapido che fa risparmiare tempo e denaro.

Per approfondire si segnala il sito della startup

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Crisi economica e industria 4.0, ripartire oltre le difficoltà

L’Italia si trova a dover affrontare una delle più gravi crisi dalla Seconda guerra mondiale ad oggi. I mesi di lockdown e la pandemia da Coronavirus hanno portato il Pil del nostro Paese a scendere vertiginosamente, bruciando tre anni di crescita. Per una vera ripresa bisognerà aspettare il 2021. Ma tutto dipenderà anche dal livello di innovazione e rinnovamento delle imprese e dal tessuto produttivo.

Dalla crisi alla ripartenza

La pandemia ha portato una ventata di incertezza economica, che rischia di frenare la crescita dell’Industria 4.0. In un’importante ricerca dell’Osservatorio Industria 4.0 della School of Management del Politecnico di Milano, presentata al convegno online “Digital New Normal: essere 4.0 ai tempi del Covid”, il direttore Giovanni Miragliotta spiega: «Sono complessivamente 1100 le applicazioni di tecnologie 4.0 nelle aziende manifatturiere censite dall’Osservatorio e di queste ben il 46% rispondono a bisogni enfatizzati dalle imposizioni di lockdown. L’emergenza – prosegue Miragliotta – segnerà profondamente le imprese italiane, circa il 40% stima una perdita di fatturato di oltre il 20% rispetto al budget, ma gli investimenti in digitale sono stati lo strumento per reagire all’emergenza sanitaria e secondo la grande maggioranza delle industrie questa esperienza alla fine si rivelerà un acceleratore della trasformazione 4.0».

Per far ripartire il paese sarà necessario sviluppare o adottare nuove forme di business e di lavoro, applicando strategie di innovazione e di collaborazione, creando sinergie e massimizzando le probabilità di successo. Sperimentare, sfruttare le opportunità delle nuove tecnologie e investire nelle persone saranno le parole d’ordine con cui muoversi sul mercato.

I dati sull’Industria 4.0

Dai dati dell’Osservatorio emerge che l’industria 4.0 è cresciuta del 22% nel 2019, rispetto all’anno prima. Un numero che si è triplicato in 4 anni. Il valore raggiunto è di 3,9 miliardi di euro, suddivisi in 2,3 miliardi per progetti di connettività e acquisizione dati (Industrial IoT), 630 milioni per Analytics, 325 milioni in Cloud Manufacturing, circa 255 milioni per attività di consulenza e formazione per progetti Industria, 190 milioni in Advanced Automation, 85 milioni Additive Manufacturing e altri 55 milioni tecnologie di interfaccia uomo-macchina avanzate.

automazione nel settore logistica

La ricerca del Politecnico, comunque, evidenzia come: «La gestione dei progetti di innovazione 4.0 è ancora una lacuna per molte aziende italiane. Un quarto delle imprese porta avanti progetti sparsi, senza una roadmap, un programma strategico o un coordinamento; il 42% persegue diversi progetti in modo coordinato, ma senza una roadmap o un programma strategico complessivo; il 24% segue una roadmap generale. Solo una percentuale limitata (circa il 10%) ha invece un programma globale che guida in modo strutturato l’identificazione e la gestione dei diversi progetti».

E ancora la ricerca spiega che anche se il ritorno d’investimento non è sempre immediato, solamente l’1% delle imprese rimane deluso dalle soluzioni 4.0: «A dimostrazione di reattività imprenditoriale – si legge nel comunicato stampa dell’Osservatorio –, a seguito dell’emergenza oggi quasi un terzo delle aziende sta riconvertendo la sua produzione o sta valutando di farlo (rispettivamente il 12% e 19%) e per il 25% di queste sono state fondamentali tecnologie 4.0 come l’IoT e Cloud.

La trasformazione digitale

La ripartenza del Paese potrebbe far leva proprio su questo, perché l’emergenza sanitaria ha di fatto in molti campi accelerato la trasformazione digitale. Pensiamo a tutte le imprese che hanno messo in atto lo smart working, la formazione a distanza, le piattaforme per teleconferenze e gestioni riunioni, oltre a chi ha implementato l’e-commerce. Nei prossimi mesi la tecnologia potrebbe portare molte aziende a fare un passo in più verso un’industria tecnologica. Un esempio? Potrebbero essere incentivati i veicoli a guida autonoma per la logistica interna.

Le aziende con una forte digitalizzazione sono quelle che hanno resistito meglio alla crisi. E proprio in questo momento d’incertezza sperano di ottenere incentivi per non rallentare questo processo di innovazione: come la riduzione delle imposte (33%), la diminuzione del costo del lavoro (30%), mentre un altro 31% chiede super e iper ammortamento per beni strumentali.

Le speranze sono riposte nel Piano Transizione 4.0, che mette sul piatto 7 miliardi di euro di risorse per le imprese che punteranno su innovazione, investimenti green, ricerca e sviluppo, design, innovazione estetica e formazione. Inoltre qualche altro incentivo concreto per l’Industria 4.0 potrebbe arrivare dall’UE.

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Come lo smartworking sta trasformando Londra. L’intervista al CEO di Barclays

Articolo redatto da Osservatorio FondItalia

«È finita l’epoca di quegli affollati uffici nel centro di Londra e del traffico di migliaia di persone nelle ore di punta che hanno da sempre caratterizzato il cuore pulsante della City. Il lavoro in modalità smartworking è già diventata la nuova normalità a causa delle misure restrittive per contrastare la diffusione del COVID-19 e resterà tale per mantenere la forza lavoro in salute nei prossimi anni della crisi».

Jes Staley, amministratore delegato di Barclays, ha detto che la sua banca promuove lo smartworking aggiungendo che le filiali locali di Barclays possano diventare uffici satellite per ridistribuire sul territorio un maggior numero di dipendenti. «Penso che l’idea di mettere 7.000 persone in un solo edificio a Londra possa essere un ricordo del passato e sono sicuro che troveremo il modo di operare a distanza per un periodo di tempo molto lungo», ha concluso Staley.

Londra, come del resto tante altre città ad alta densità abitativa, subirà profonde trasformazioni in questo 2020, a partire dalla riorganizzazione di tutti gli uffici delle banche e delle altre compagnie che riempiono il centro affollato della capitale inglese; le modifiche sono previste non solo per il numero di dipendenti nei vari uffici, che sarà tendenzialmente ridotto in ogni edificio, ma anche per la gestione e l’ottimizzazione degli spazi, nonché sull’organizzazione del lavoro.

Per approfondire la questione, si rimanda all’articolo pubblicato da The Guardian.

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Gli Stati Uniti e le sfide del lavoro da remoto

Articolo redatto da Osservatorio FondItalia

La diffusione del lavoro da remoto conseguente alla pandemia di Covid-19 sta riplasmando il concetto di lavoro e presenta nuove sfide per il management. Prima della pandemia, solo il 3-4% dei lavoratori statunitensi lavorava da remoto. Nell’aprile 2020, la quota si è improvvisamente impennata coinvolgendo la metà di essi.  L’esperienza, generalmente positiva, ha mostrato comunque delle criticità, soprattutto in riferimento all’utilizzo delle nuove tecnologie, alla conservazione e alla sicurezza dei dati, alla gestione delle risorse umane e del flusso di comunicazione all’interno di una forza lavoro distribuita all’esterno degli uffici. Negli Usa, sia le imprese, sia i singoli Stati, hanno cominciato ad analizzare e regolamentare alcuni di questi aspetti. Vediamo in che modo.

Sopperire al gap tecnologico

La diffusione del lavoro da remoto ha richiesto un crescente utilizzo di nuove tecnologie da parte di una forza lavoro non ancora preparata a questo sviluppo. Secondo il Global Survey pubblicato da McKinsey lo scorso febbraio, dal titolo Beyond hiring: How companies are reskilling to address talent gaps, l’87% dei manager statunitensi lamentava lacune nelle competenze tecnologiche dei propri dipendenti. Non deve stupire che, chiamati al lavoro da remoto, molti di essi abbiano riscontrato difficoltà nella condivisione di file o nella gestione di audio e video dal proprio pc.

Una prima sfida che si è presentata ai datori di lavoro è stata di potenziare le competenze tecnologiche dei propri dipendenti, con uno sguardo rivolto anche al futuro: rafforzare queste competenze significa poter, in seguito, elevare ulteriormente gli standard tecnologici della propria azienda, con ricadute positive in termini di produttività.
Al fine di favorire questo processo che attraverso il lavoro da remoto stimola la diffusione delle nuove tecnologie tra i lavoratori, molti Stati americani hanno previsto il rimborso da parte dei datori di lavoro delle spese necessarie per l’esercizio del telelavoro.

La California, ad esempio, prevede che le aziende rimborsino “tutte le spese necessarie o le perdite registrate dai dipendenti come diretta conseguenza dell’espletamento del loro compiti”. Allo stesso modo, l’Illinois prevede il rimborso di “tutte le spese necessarie o delle perdite registrate dai dipendenti nell’ambito del loro rapporto di lavoro e direttamente collegate ai servizi espletati per il datore di lavoro”.

Nell’ambito del telelavoro, i rimborsi possono includere le spese di telefonia, l’acquisto di router o altre attrezzature per la connessione ad internet, nonché di servizi, programmi o altre applicazioni informatiche necessarie per l’attività del dipendente. Norme simili sono previste anche da Massachusetts, Montana e New Hampshire. Per evitare spese non necessarie, si prevede che i datori di lavoro valutino periodicamente le capacità delle risorse tecnologiche messe a disposizione dei propri dipendenti.

Cybersecurity

Durante la pandemia, molte aziende hanno registrato un incremento delle minacce informatiche – in particolare phishing, ransomware e software spia – in conseguenza dell’impiego di lavoratori in remoto.
Oggetto di attacchi informatici sono stati anche gli applicativi per videoconferenze, vulnerabili alle infiltrazioni.
Ciò ha determinato un potenziamento dell’impegno delle aziende nell’ambito della cybersecurity, sia in termini di acquisto di servizi di sicurezza informatica, sia sotto il profilo della formazione dei lavoratori dipendenti sulle minacce informatiche e sulle conseguenti misure da adottare.

Il monitoraggio della produttività

Il lavoro da remoto muta profondamente anche i compiti del management. In molte imprese, per assicurare i livelli di produttività, i manager conducono periodicamente delle verifiche sui dipendenti in telelavoro per accertarsi che essi siano in grado di completare il loro lavoro ed eventualmente supportarli nel superamento delle difficoltà.

Particolare attenzione è posta al flusso di comunicazioni, al fine di assicurare l’uguaglianza nell’accesso alle informazioni da parte di tutti i lavoratori e mantenere vivo lo “spirito di appartenenza” aziendale anche da remoto. Il management è così impegnato innanzitutto nel garantire frequenti aggiornamenti a tutti i dipendenti, riguardo agli sviluppi del business o ai cambiamenti di policies. In secondo luogo, nell’assicurare che tutti i lavoratori abbiano tempestivamente notizia di opportunità professionali quali promozioni, incentivi o iniziative.

La retribuzione dell’orario di lavoro

Un’ultima considerazione sulla quale si sta interrogando il sistema statunitense riguarda la corretta retribuzione dell’orario di lavoro da remoto. La legge prevede una retribuzione oraria del dipendente. Il problema si presenta per i cosiddetti “lavoratori non-esenti”, vale a dire coloro che, negli Stati Uniti, hanno diritto al pagamento degli straordinari.

Al riguardo, si evidenzia la necessità per i datori di lavoro di emanare direttive che proibiscano di lavorare fuori dall’orario concordato e un chiaro meccanismo per registrare le ore effettuate. Al vaglio è l’ipotesi di supervisori con un duplice compito. In primo luogo di monitorare l’orario di lavoro. In secondo luogo di verificare la produttività dei dipendenti, al fine di evidenziare coloro che sono adatti al lavoro da remoto e coloro che invece necessitano di operare in ufficio.

Per approfondire:
Beyond hiring: How companies are reskilling to address talent gaps, Global Survey, McKinsey & Company Global Survey

Across the Digital Divide: Managing Remote Workers

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Turismo: un settore in crisi. Come cambieranno le nostre vacanze?

La macchina del turismo (che vale il 13% del Pil nazionale) prova a mettersi di nuovo in moto dopo il lungo stop dovuto alla pandemia da Coronavirus. Il turismo in Italia ha perso nei mesi scorsi ingenti guadagni: da febbraio ad oggi sono mancati gli incassi del Carnevale (se pensiamo alla chiusura anticipata di Venezia), ma anche delle festività come Pasqua e dei ponti saltati nei mesi precedenti. In vista dell’estate la situazione non è comunque tanto rosea.

I dati del turismo

La mancanza di turisti stranieri supera il 50% rispetto all’anno precedente, e guardando alle prenotazioni estive da giugno ad agosto addirittura il dato dell’Enit (Agenzia nazionale del turismo) segna per l’Italia un -68,5%, peggio di Spagna e Francia, per una perdita di 407mila prenotazioni. A pesare sul mese di giugno anche un clima non proprio estivo, mentre luglio e agosto sembrano spingere l’ago delle prenotazioni un po’ più in alto e quindi in leggera crescita. La sola città di Roma ha perso il 42,5% di turisti (di cui 13,4% nazionale e 29,1% internazionale) rispetto al 2019, circa 31milioni di visitatori in meno e secondo le stime ci vorranno quasi tre anni prima di tornare ai livelli pre-Covid.

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I dati sul fronte lavoro

Tra le regioni che risentiranno di più di questa pandemia a livello turistico ci sono Veneto, Lombardia, Toscana, Lazio ed Emilia Romagna (come riportano anche alcuni grafici pubblicati in un articolo del Sole 24Ore). E ovviamente una minor presenza di turisti, avrà ripercussioni sui posti di lavoro del settore. Anche le regioni meno colpite in Italia dal Coronavirus, ma che vivono di turismo, infatti stanno affrontando una situazione difficile.

Turismo in Italia, Venezia

L’Aspal (Agenzia sarda per le politiche attive del lavoro) in un rapporto pubblicato a giugno sottolinea come la Sardegna abbia perso 60mila posti di lavoro in questi mesi, e a farne le spese è stato soprattutto l’indotto del turismo, con quasi 25mila assunti in meno. Innegabile la difficoltà del comparto sia per mantenere le assunzioni stagionali che i costi per adeguare le strutture alle nuove misure di sicurezza. Ma è logico pensare che se i turisti non ci sono anche settori come il commercio, ad esempio, risentiranno di un netto calo delle vendite.

Il ritorno al turismo di prossimità

Nonostante ormai si possa viaggiare con più facilità rispetto alle settimane precedenti, si ipotizza un turismo tutto italiano: poche al momento le presenze straniere nelle nostre città d’arte e nei luoghi di villeggiature sia al mare che in montagna. Gli italiani che andranno in vacanza privilegeranno le mete nostrane per evitare rischi di contagi in paesi che stanno ancora affrontando la pandemia, ma anche per sostenere l’economia di un settore che ha registrato forti perdite.

Questa estate potrebbe segnare il ritorno del turismo di prossimità come negli anni ’50, favorendo quindi il Bel Paese, magari luoghi meno affollati e conosciuti, le seconde case, piccole strutture ricettive di montagna o collina per escursioni in bici o a cavallo. Sì anche a piccole gite fuoriporta nei weekend per chi dovrà fare economia. Quello del 2020, quindi, sarà un turismo di prossimità che ci porterà alla scoperta di posti nuovi, meno affollati e quindi di fatto più sicuri, ma da vivere durante un arco di tempo più lungo, non solo ad agosto.

Le misure a favore del turismo

Il Governo ha messo in atto dei provvedimenti contenuti nel Decreto Rilancio per favorire la ripartenza del turismo in tutta la penisola, come il cosiddetto bonus vacanze (una sorta di tax credit da spendere nelle strutture ricettive, un credito di imposta per le famiglie con reddito medio basso), prestiti e altri provvedimenti come lo stop della prima rata Imu per alberghi, b&b, ostelli, stabilimenti balnerari e campeggi.

Per dare invece sostengo a bar e ristoranti sarà più facile ottenere l’occupazione del suolo pubblico, così da consentire di posizionare più tavoli all’aperto e favorire il distanziamento sanitario.

Intanto anche la Commissione Europea ha lanciato “Re-open EU”, una piattaforma web con informazioni su trasporti, restrizioni di viaggio, misure di sicurezza proprio per favorire il rilancio del turismo in tutto il continente. Una sorta di mappa interattiva a cui contribuirà ogni singola nazionale con aggiornamenti costanti.

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Il peso del lockdown per Pmi e start-up: l’innovazione è la chiave da cui ripartire

Il mondo delle Pmi, piccole e medie imprese, il cuore produttivo dell’Italia, sta pagando i due mesi di lockdown a causa del Coronavirus con una perdita del fatturato di circa l’80%. Il dato, che emerge da un’indagine di Promos Italia riportata in un articolo del Sole24Ore, si riferisce alle aziende italiane, ma il calo e la crisi coinvolgono le realtà di tutto il mondo. Le aziende non solo non stanno vendendo, ma segnalano anche difficoltà negli approvvigionamenti e nei rapporti, viste le limitazioni nei trasporti nazionali e internazionali. E a mancare è anche la liquidità.

La situazione delle Pmi in questi mesi

Nonostante la ripartenza per molte attività ci vorranno diversi mesi, se non addirittura un anno, prima di rimettersi in sesto, perché anche nelle settimane che verranno non si prevedono grandi guadagni. E molte Pmi rischiano di chiudere entro dicembre, perché lo smart working non ha funzionato per tutti (pensiamo ad esempio al mondo del turismo, ma anche a molte aziende artigiane).

Inoltre chi ha potuto continuare a lavorare o ha da poco riaperto la propria attività ma in maniera ridotta, ha dovuto anche far fronte a una serie di misure di contenimento del virus piuttosto esose: sanificazione degli ambienti, distribuzione di prodotti per la protezione personale, orari diversificati per i dipendenti, prolungamento smart working, in altri casi anche ferie e cassa integrazione. Mentre se pensiamo a ristoranti, negozi ma anche agli alberghi e al comparto turistico c’è da calcolare anche che gli spazi ridotti dal distanziamento sociale comportano un minor numero di clienti, e quindi meno guadagni.

I dati dell’Eurozona di aprile per le Pmi del settore manifatturiero non sono buoni: il 34.5 è il peggior dato dal marzo del 2009, a risentirne è ovviamente anche l’occupazione, che si prevede possa toccare i livelli della crisi finanziaria del 2008.

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Le misure del Decreto Rilancio a favore delle imprese

Il Governo ha previsto delle misure e degli incentivi, contenute nel nuovo Decreto Rilancio, per cercare di andare incontro alle imprese. Sono stati attivati dei fondi di garanzia per finanziamenti a favore di Pmi e start-up, con lo scopo di fornire liquidità al momento della ripartenza; rinviati alcuni pagamenti delle tasse in scadenza; sono stati effettuati poi degli sconti sulle bollette; attivate sovvenzioni per gli affitti e altri incentivi anche dalle singole Regioni. Ci vorrà del tempo prima di capire se questi interventi saranno sufficienti per gli imprenditori ad andare avanti nel lungo periodo.

Pmi e start up si innovano per ripartire dopo il lockdown

Il segreto per ripartire è l’innovazione

Per le Pmi e le start-up sarà fondamentale anche innovarsi e investire sul digitale, magari sfruttando proprio il momento epocale che impone un cambiamento. Le Pmi e le start-up sono le aziende più agili e più aperte alle trasformazioni, e possono abbattere alcuni costi aumentando anche la produttività.

In questi mesi si è sperimentato con una forzatura lo smart working, e proprio da questa rivoluzione nel mondo del lavoro può arrivare la fortunata di Pmi e start-up. Viste le loro dimensioni più ridotte e meccanismi agili di produzione, la dislocazione dei dipendenti più ridurre i costi di ufficio. Inoltre la maggiore flessibilità e mobilità potrebbe attrarre importanti professionisti del settore.

Bisognerà fornire però a un team che lavora a distanza la tecnologia migliore per adempiere a tutti i propri impegni. Investire nella tecnologia aumenterà di sicuro anche la produttività, ma tra le priorità va inserita anche la sicurezza per ridurre le minacce e la possibilità di cyber attacchi. Ultimo, ma non meno importante, l’edge computing per l’elaborazione dei dati, che andranno gestiti in modo efficace. In futuro l’archiviazione dei dati dovrà avvenire in un ambiente sempre più vicino a quello in cui sono creati.

Alcuni esempi a sostegno delle Pmi

A favore della filiera della moda e delle piccole e medie imprese di questo settore si sono mossi Gucci e Intesa Sanpaolo che hanno sottoscritto un accordo su un programma di sviluppo e crescita. L’obiettivo è quello di sostenere, con finanziamenti in tempi rapidi e altre agevolazioni, i fornitori che ruotano attorno a Gucci e aiutarli nel rilancio dopo questa emergenza e allo stesso tempo sostenere l’azienda che rappresenta il made in Italy e dà lavoro a oltre 20mila persone.

Nella filiera agricola, invece, proprio il 76% delle piccole e medie imprese sostiene che per uscire da questa crisi innescata dal Coronavirus sia necessario un investimento nell’innovazione. Il dato emerge da uno studio promosso da OfficinaMps, laboratorio permanente della banca Monte dei Paschi di Siena, realizzato con Swg e di cui si parla in un articolo del quotidiano La Stampa, in cui banda larga, energie rinnovabili, piattaforme digitali e strumenti per magazzini intelligenti sono gli strumenti necessari per ripartire. Una svolta green a cui lavorano anche Coldiretti, con Filiera Italia e Bonifiche Ferraresi che stanno pensando alla nascita di un piano nazionale dell’agrifood 4.0. Innovazione su tutti i fronti per superare le criticità emerse con l’emergenza sanitaria di questi mesi.

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Occupazione: le donne sono precarie, mal retribuite e hanno meno ruoli manageriali

Esistevano già prima del lockdown degli squilibri nel mondo del lavoro tra uomo e donna, ma l’emergenza sanitaria ha finito per ampliare i dati dell’occupazione. La scelta dello smart working è stata fatta maggiormente dalle lavoratrici, dove non resa necessaria dalla situazione. Meno donne, quindi, sul posto di lavoro per le aziende che non hanno potuto chiudere.

Come il lockdown ha pesato sulle lavoratrici

Ma il lavoro svolto tra le mura di casa ha visto le donne impegnate anche sul fronte figli e sulla cura della casa, con poco aiuto da parte dei partner che hanno lavorato nelle stesse condizioni. Secondo una ricerca condotta da Episteme e pubblicata su lavoce.info, infatti, il 68% delle donne ha dedicato più tempo ai lavori domestici durante la pandemia da Coronavirus, mentre solo il 40% degli uomini ha fatto lo stesso.

In questi mesi lo Stato ha dato e sta dando sostegno alle famiglie con congedi parentali, bonus per baby-sitting o per il pagamento di centri estivi. Ma in generale per il futuro bisognerà prevedere un sostegno fisso per tutte le madri che lavorano, consentendo anche orari più flessibili, maggiori servizi o il telelavoro, e tutto questo proprio per fare in modo che in Italia la percentuale di donne impiegate possa salire come nel resto d’Europa.

Il documento sul lavoro femminile

Precario, meno retribuito e minor accesso alle figure manageriali. È questa la fotografia che rappresenta il lavoro femminile in Italia che si può leggere nel documento “Misure a sostegno della partecipazione delle donne al mercato del lavoro e per la conciliazione delle esigenze di vita e di lavoro”, portato all’attenzione della Commissione Lavoro della Camera nei mesi scorsi da Linda Laura Sabbadini, direttore della Direzione centrale per gli studi e la valorizzazione tematica nell’area delle statistiche sociali e demografiche dell’Istat.

Occupazione donne, smart working e ruoli

I dati della relazione sul lavoro femminile

Nell’arco di circa 40 anni (più o meno dalla fine degli anni ’70 ad oggi) il divario di genere nei tassi di occupazione tra uomini e donne in Italia è diminuito da 41 punti a 18, ma rimane comunque uno dei dati più in alti in Europa, dove la media è di 10 punti.

La situazione mostra poi una netta differenza tra nord e sud Italia: nel 2018 infatti nel Mezzogiorno solo poco più del 32% delle donne tra i 15 e i 64 anni lavora, nelle regioni settentrionali tale percentuale sfiora il 60%.

Le donne che lavorano, poi, sono per un terzo impiegate part time, un numero di molto inferiore rispetto agli uomini (32,7% contro 8.7%). «L’incidenza delle occupate part time è più elevata tra le più giovani (35,1% fino a 34 anni) e cresce al diminuire del titolo di studio (42,6% fino alla licenza media e 22,5% tra le laureate)» si legge nel testo redatto dall’Istat. Inoltre il part time è più diffuso nei lavori presso alberghi e ristoranti, ma anche nei servizi alle famiglie. Sono aumentate le libere professioniste, in particolare: avvocate, psicologhe, tecniche della gestione finanziaria e contabili.

Donne: il titolo di studio non basta

Nel nostro paese sono tanti gli occupati con un titolo di studio superiore a quello richiesto per la mansione da svolgere. Ma anche in questo caso le donne sono le più penalizzate e faticano a trovare un lavoro adeguato al percorso di studi portato a termine. Eppure hanno un’istruzione più elevata degli uomini, ma questo non porta a un cambiamento nei tassi di occupazione: le laureate hanno una professione consona al titolo di studio nel 67% dei casi, contro il 79% degli uomini.

Nel documento Istat si legge: «In Italia, circa 1 giovane tra i 25 e i 34 anni su 100 ha conseguito un titolo di dottorato. In Europa i valori oscillano tra il 2,3 di Danimarca e Germania e lo 0,2 di Malta. Come per la laurea, nel nostro Paese, il divario di genere è a favore delle donne che rappresentano circa il 54% dei dottori di ricerca, questo risultato è condiviso con pochi paesi (Slovenia, Slovacchia, Spagna, Lettonia e Cipro)».

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Occupazione rosa: mansioni e retribuzione

Differenze di genere si ritrovano anche nelle mansioni e nella retribuzione percepita dalle donne rispetto agli uomini. Ad esempio il 65,7% delle donne ha mansioni di ricerca e sviluppo contro il 74,4% degli uomini, ma sono più inserite nell’istruzione non universitaria (21,3% contro 12,3%, quella universitaria è appannaggio più degli uomini), nella PA e nella sanità (19% contro 15,3%).

Le donne non hanno nemmeno pari opportunità di carriera, sono poco presenti nei ruoli apicali di Enti locali, Ministeri e Scuola e come manager di grandi aziende, ma sono in aumento le donne magistrato (oltre il 50%) e coloro che entrano in politica. Infine le donne guadagnano di meno dei colleghi uomini. Qualche esempio? «I divari sono più ampi nelle fasce di età over 45 (28,5 tra i 45 e i 54 anni e 26,1 per i percettori over 55), per le laureate, che guadagnano quasi un terzo in meo dei laureati (20.172 contro 29.698), e nelle regioni del Nord (27,5% al Nord-ovest e 28,3% al Nord-est). Nei redditi da lavoro autonomo queste considerazioni rimangono altrettanto valide ma i gap risultano maggiori».

E all’improvviso (il futuro) eccolo qua

Articolo redatto da Osservatorio FondItalia

Hegel l’avrebbe probabilmente considerata una necessità della storia, convinto com’era che quest’ultima non fosse altro che il dispiegarsi della ragione assoluta. Ovvero di Dio che si fa nel tempo.

La storia dell’umanità è fatta anche di grandi tragedie collegate a grandi balzi tecnologici. Pensiamo alla seconda rivoluzione industriale, che trovò nella Prima guerra mondiale il suo compimento.

Nel 1921 Corrado Gini scrisse che «pochi anni di guerra avevano dato all’industria italiana uno sviluppo e alla manodopera un’istruzione quali non si sarebbero potuti sperare da parecchi decenni di pace».

Gli anni tra il 1914 e il 1918 fecero registrare la più grande accelerazione tecnologica della storia. Il primato resterà invariato?

Interrogativi che fino a poche settimane fa sembravano rivolti al futuro, per quanto vicino, richiedono ora risposte immediate.

Sguardo al futuro

Alla fine del 2019 lo smart-working appariva come una realtà in evoluzione, ma ancora limitata. Un rapporto pubblicato da Workhuman lo scorso marzo, dal titolo “The State of Human at work”, registrava che negli Stati Uniti “solo” 1/3 della popolazione lavorativa beneficiava dello smart-working. Ovviamente, all’avanguardia in questo ambito apparivano i grandi colossi come Twitter, Google e JP Morgan.

Una ricerca condotta dall’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano segnalava che nel 2019 in Italia gli smart-workers, sebbene in aumento, ammontassero ancora ad appena 570 mila.

Poi, all’improvviso, ecco l’accelerazione della storia, con i suoi repentini cambi di paradigma.

Gary Burnison, Ceo di Korn Ferry, un colosso mondiale nell’ambito della consulenza gestionale, ha affermato che «il manuale sul lavoro a distanza che esisteva fino ad un mese fa, è stato gettato dalla finestra».

Il cambiamento non riguarda solo le modalità e le problematiche legate allo smart-working, che necessiteranno di essere affrontate più nel dettaglio nei prossimi mesi.

Dalla dimensione fisica a quella virtuale

Anche le indagini sui mestieri emergenti pubblicate alla fine dello scorso anno sembrano, in alcuni punti, soffrire di invecchiamento precoce.

A parte l’impulso, scontato, sull’e-Commerce e la formazione online, alcuni settori registreranno degli sconvolgimenti inaspettati in così breve tempo.

Negli Stati Uniti, prima della pandemia, solo 1 paziente su 10 faceva ricorso alla telemedicina. La decisione dell’amministrazione statunitense di approvare un decreto che facilita il ricorso a questo genere di cure è stata accompagnata da un boom di app come Amwell, HeyDoctor e PlushCare che offrono visite telematiche.

Nelle fabbriche, crescerà la necessità dell’automazione, al fine di ridurre la presenza fisica dei lavoratori e consentire operazioni in remoto. Aspetto che potrebbe favorire la delocalizzazione “virtuale” di team di lavoro (occhio dunque a dare per morta la globalizzazione, che probabilmente passerà sempre più per il web).

Ma soprattutto il settore dei viaggi e dell’organizzazione degli eventi si trova a far fronte ad un destino fino a poche settimane fa inatteso. Questi sono forse i settori chiamati a “riconvertirsi” più celermente.

Molte conferenze e seminari si sono ormai trasferiti dalla dimensione fisica a quella virtuale.

Così come i viaggi e le mostre d’arte potranno continuare a vivere – almeno nell’immediato – solo nella dimensione digitale.

Dal Louvre ai Musei Vaticani, alcune istituzioni museali hanno messo a disposizione le loro collezioni attraverso tour virtuali in 3D. Così come è possibile accedere a siti che consentono visite “immersive” in diversi paesi (ad esempio www.360cities.net/)

“Viviamo in tempi bui”, per parafrasare Bertolt Brecht. Ma sono anche tempi di grandi opportunità. Di fronte si stendono praterie (digitali) da costruire per il business di domani.

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Lavorare meno, lavorare meglio

Articolo redatto da Osservatorio FondItalia

Molte aziende hanno recentemente provato a sperimentare un metodo che si può sintetizzare nell’espressione: lavorare meno (ore al giorno), lavorare meglio. Il pensiero alla base di questa sperimentazione è che tagliando il monte ore di lavoro settimanale, l’efficienza di molti lavoratori aumenta. È il caso di Microsoft che con il suo test ha dimostrato che questa strada è possibile.

Lavorare meno, lavorare meglio e avere una maggiore produttività

Microsoft ha testato una settimana lavorativa di quattro giorni nei suoi uffici in Giappone e ha trovato come risultato che i dipendenti non solo erano più felici – ma anche significativamente più produttivi.

Per il mese di agosto, Microsoft Japan ha sperimentato un nuovo progetto chiamato Work-Life Choice Challenge Summer 2019, concedendo a tutta la sua forza lavoro di 2.300 persone cinque venerdì di fila di riposo senza riduzione di stipendio.

Le settimane accorciate hanno portato a riunioni più efficienti, a lavoratori più felici e a un aumento della produttività di un sorprendente 40%, ha concluso l’azienda alla fine della sperimentazione. Come parte del programma, l’azienda aveva anche previsto di sovvenzionare le vacanze familiari per i dipendenti.

«Lavorate poco, riposate bene e imparate molto», ha detto il presidente e CEO di Microsoft Japan Takuya Hirano in una dichiarazione al sito web di Microsoft Japan. «Voglio che i dipendenti pensino e sperimentino come possono ottenere gli stessi risultati con il 20% di tempo di lavoro in meno».

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I vantaggi della settimana corta

Con il giorno di riposo aggiuntivo settimanale, oltre all’aumento della produttività, i dipendenti hanno preso il 25% in meno di “pause caffè”, il consumo di elettricità in ufficio è diminuito del 23%, è stata utilizzata meno carta per stampare e la stragrande maggioranza di loro ha dichiarato di gradire la settimana più breve.

Non è la prima volta che si mette in pratica un fine settimana lungo nel mondo aziendale. Nel 2018, la società neozelandese di gestione fiduciaria Perpetual Guardian ha sperimentato una settimana lavorativa di quattro giorni su due mesi per i suoi 240 dipendenti. I dipendenti hanno riferito di aver sperimentato un migliore equilibrio tra lavoro e vita privata e una maggiore attenzione in ufficio. I livelli di stress del personale sono diminuiti del 7%.

Un altro esperimento pubblicato dall’Harvard Business Review mostra un aumento della produttività nelle giornate lavorative più brevi, quelle con una diminuzione dalla media di 8 ore lavorative giornaliere ad una giornata lavorativa di 6 ore. Un’indagine del 2018 condotta dal Workforce Institute di Kronos su 3.000 dipendenti ha rilevato che più della metà dei lavoratori a tempo pieno pensava di poter svolgere il proprio lavoro in cinque ore al giorno.

La sfida di Microsoft Japan era solo un progetto pilota e non è chiaro se questi cambiamenti saranno implementati in uffici altrove o a lungo termine. «Nello spirito di una mentalità di crescita, siamo sempre alla ricerca di nuovi modi per innovare e sfruttare la nostra tecnologia per migliorare l’esperienza dei nostri dipendenti in tutto il mondo», ha detto un portavoce di Microsoft.

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