Turismo: un settore in crisi. Come cambieranno le nostre vacanze?

La macchina del turismo (che vale il 13% del Pil nazionale) prova a mettersi di nuovo in moto dopo il lungo stop dovuto alla pandemia da Coronavirus. Il turismo in Italia ha perso nei mesi scorsi ingenti guadagni: da febbraio ad oggi sono mancati gli incassi del Carnevale (se pensiamo alla chiusura anticipata di Venezia), ma anche delle festività come Pasqua e dei ponti saltati nei mesi precedenti. In vista dell’estate la situazione non è comunque tanto rosea.

I dati del turismo

La mancanza di turisti stranieri supera il 50% rispetto all’anno precedente, e guardando alle prenotazioni estive da giugno ad agosto addirittura il dato dell’Enit (Agenzia nazionale del turismo) segna per l’Italia un -68,5%, peggio di Spagna e Francia, per una perdita di 407mila prenotazioni. A pesare sul mese di giugno anche un clima non proprio estivo, mentre luglio e agosto sembrano spingere l’ago delle prenotazioni un po’ più in alto e quindi in leggera crescita. La sola città di Roma ha perso il 42,5% di turisti (di cui 13,4% nazionale e 29,1% internazionale) rispetto al 2019, circa 31milioni di visitatori in meno e secondo le stime ci vorranno quasi tre anni prima di tornare ai livelli pre-Covid.

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I dati sul fronte lavoro

Tra le regioni che risentiranno di più di questa pandemia a livello turistico ci sono Veneto, Lombardia, Toscana, Lazio ed Emilia Romagna (come riportano anche alcuni grafici pubblicati in un articolo del Sole 24Ore). E ovviamente una minor presenza di turisti, avrà ripercussioni sui posti di lavoro del settore. Anche le regioni meno colpite in Italia dal Coronavirus, ma che vivono di turismo, infatti stanno affrontando una situazione difficile.

Turismo in Italia, Venezia

L’Aspal (Agenzia sarda per le politiche attive del lavoro) in un rapporto pubblicato a giugno sottolinea come la Sardegna abbia perso 60mila posti di lavoro in questi mesi, e a farne le spese è stato soprattutto l’indotto del turismo, con quasi 25mila assunti in meno. Innegabile la difficoltà del comparto sia per mantenere le assunzioni stagionali che i costi per adeguare le strutture alle nuove misure di sicurezza. Ma è logico pensare che se i turisti non ci sono anche settori come il commercio, ad esempio, risentiranno di un netto calo delle vendite.

Il ritorno al turismo di prossimità

Nonostante ormai si possa viaggiare con più facilità rispetto alle settimane precedenti, si ipotizza un turismo tutto italiano: poche al momento le presenze straniere nelle nostre città d’arte e nei luoghi di villeggiature sia al mare che in montagna. Gli italiani che andranno in vacanza privilegeranno le mete nostrane per evitare rischi di contagi in paesi che stanno ancora affrontando la pandemia, ma anche per sostenere l’economia di un settore che ha registrato forti perdite.

Questa estate potrebbe segnare il ritorno del turismo di prossimità come negli anni ’50, favorendo quindi il Bel Paese, magari luoghi meno affollati e conosciuti, le seconde case, piccole strutture ricettive di montagna o collina per escursioni in bici o a cavallo. Sì anche a piccole gite fuoriporta nei weekend per chi dovrà fare economia. Quello del 2020, quindi, sarà un turismo di prossimità che ci porterà alla scoperta di posti nuovi, meno affollati e quindi di fatto più sicuri, ma da vivere durante un arco di tempo più lungo, non solo ad agosto.

Le misure a favore del turismo

Il Governo ha messo in atto dei provvedimenti contenuti nel Decreto Rilancio per favorire la ripartenza del turismo in tutta la penisola, come il cosiddetto bonus vacanze (una sorta di tax credit da spendere nelle strutture ricettive, un credito di imposta per le famiglie con reddito medio basso), prestiti e altri provvedimenti come lo stop della prima rata Imu per alberghi, b&b, ostelli, stabilimenti balnerari e campeggi.

Per dare invece sostengo a bar e ristoranti sarà più facile ottenere l’occupazione del suolo pubblico, così da consentire di posizionare più tavoli all’aperto e favorire il distanziamento sanitario.

Intanto anche la Commissione Europea ha lanciato “Re-open EU”, una piattaforma web con informazioni su trasporti, restrizioni di viaggio, misure di sicurezza proprio per favorire il rilancio del turismo in tutto il continente. Una sorta di mappa interattiva a cui contribuirà ogni singola nazionale con aggiornamenti costanti.

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Il peso del lockdown per Pmi e start-up: l’innovazione è la chiave da cui ripartire

Il mondo delle Pmi, piccole e medie imprese, il cuore produttivo dell’Italia, sta pagando i due mesi di lockdown a causa del Coronavirus con una perdita del fatturato di circa l’80%. Il dato, che emerge da un’indagine di Promos Italia riportata in un articolo del Sole24Ore, si riferisce alle aziende italiane, ma il calo e la crisi coinvolgono le realtà di tutto il mondo. Le aziende non solo non stanno vendendo, ma segnalano anche difficoltà negli approvvigionamenti e nei rapporti, viste le limitazioni nei trasporti nazionali e internazionali. E a mancare è anche la liquidità.

La situazione delle Pmi in questi mesi

Nonostante la ripartenza per molte attività ci vorranno diversi mesi, se non addirittura un anno, prima di rimettersi in sesto, perché anche nelle settimane che verranno non si prevedono grandi guadagni. E molte Pmi rischiano di chiudere entro dicembre, perché lo smart working non ha funzionato per tutti (pensiamo ad esempio al mondo del turismo, ma anche a molte aziende artigiane).

Inoltre chi ha potuto continuare a lavorare o ha da poco riaperto la propria attività ma in maniera ridotta, ha dovuto anche far fronte a una serie di misure di contenimento del virus piuttosto esose: sanificazione degli ambienti, distribuzione di prodotti per la protezione personale, orari diversificati per i dipendenti, prolungamento smart working, in altri casi anche ferie e cassa integrazione. Mentre se pensiamo a ristoranti, negozi ma anche agli alberghi e al comparto turistico c’è da calcolare anche che gli spazi ridotti dal distanziamento sociale comportano un minor numero di clienti, e quindi meno guadagni.

I dati dell’Eurozona di aprile per le Pmi del settore manifatturiero non sono buoni: il 34.5 è il peggior dato dal marzo del 2009, a risentirne è ovviamente anche l’occupazione, che si prevede possa toccare i livelli della crisi finanziaria del 2008.

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Le misure del Decreto Rilancio a favore delle imprese

Il Governo ha previsto delle misure e degli incentivi, contenute nel nuovo Decreto Rilancio, per cercare di andare incontro alle imprese. Sono stati attivati dei fondi di garanzia per finanziamenti a favore di Pmi e start-up, con lo scopo di fornire liquidità al momento della ripartenza; rinviati alcuni pagamenti delle tasse in scadenza; sono stati effettuati poi degli sconti sulle bollette; attivate sovvenzioni per gli affitti e altri incentivi anche dalle singole Regioni. Ci vorrà del tempo prima di capire se questi interventi saranno sufficienti per gli imprenditori ad andare avanti nel lungo periodo.

Pmi e start up si innovano per ripartire dopo il lockdown

Il segreto per ripartire è l’innovazione

Per le Pmi e le start-up sarà fondamentale anche innovarsi e investire sul digitale, magari sfruttando proprio il momento epocale che impone un cambiamento. Le Pmi e le start-up sono le aziende più agili e più aperte alle trasformazioni, e possono abbattere alcuni costi aumentando anche la produttività.

In questi mesi si è sperimentato con una forzatura lo smart working, e proprio da questa rivoluzione nel mondo del lavoro può arrivare la fortunata di Pmi e start-up. Viste le loro dimensioni più ridotte e meccanismi agili di produzione, la dislocazione dei dipendenti più ridurre i costi di ufficio. Inoltre la maggiore flessibilità e mobilità potrebbe attrarre importanti professionisti del settore.

Bisognerà fornire però a un team che lavora a distanza la tecnologia migliore per adempiere a tutti i propri impegni. Investire nella tecnologia aumenterà di sicuro anche la produttività, ma tra le priorità va inserita anche la sicurezza per ridurre le minacce e la possibilità di cyber attacchi. Ultimo, ma non meno importante, l’edge computing per l’elaborazione dei dati, che andranno gestiti in modo efficace. In futuro l’archiviazione dei dati dovrà avvenire in un ambiente sempre più vicino a quello in cui sono creati.

Alcuni esempi a sostegno delle Pmi

A favore della filiera della moda e delle piccole e medie imprese di questo settore si sono mossi Gucci e Intesa Sanpaolo che hanno sottoscritto un accordo su un programma di sviluppo e crescita. L’obiettivo è quello di sostenere, con finanziamenti in tempi rapidi e altre agevolazioni, i fornitori che ruotano attorno a Gucci e aiutarli nel rilancio dopo questa emergenza e allo stesso tempo sostenere l’azienda che rappresenta il made in Italy e dà lavoro a oltre 20mila persone.

Nella filiera agricola, invece, proprio il 76% delle piccole e medie imprese sostiene che per uscire da questa crisi innescata dal Coronavirus sia necessario un investimento nell’innovazione. Il dato emerge da uno studio promosso da OfficinaMps, laboratorio permanente della banca Monte dei Paschi di Siena, realizzato con Swg e di cui si parla in un articolo del quotidiano La Stampa, in cui banda larga, energie rinnovabili, piattaforme digitali e strumenti per magazzini intelligenti sono gli strumenti necessari per ripartire. Una svolta green a cui lavorano anche Coldiretti, con Filiera Italia e Bonifiche Ferraresi che stanno pensando alla nascita di un piano nazionale dell’agrifood 4.0. Innovazione su tutti i fronti per superare le criticità emerse con l’emergenza sanitaria di questi mesi.

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Occupazione: le donne sono precarie, mal retribuite e hanno meno ruoli manageriali

Esistevano già prima del lockdown degli squilibri nel mondo del lavoro tra uomo e donna, ma l’emergenza sanitaria ha finito per ampliare i dati dell’occupazione. La scelta dello smart working è stata fatta maggiormente dalle lavoratrici, dove non resa necessaria dalla situazione. Meno donne, quindi, sul posto di lavoro per le aziende che non hanno potuto chiudere.

Come il lockdown ha pesato sulle lavoratrici

Ma il lavoro svolto tra le mura di casa ha visto le donne impegnate anche sul fronte figli e sulla cura della casa, con poco aiuto da parte dei partner che hanno lavorato nelle stesse condizioni. Secondo una ricerca condotta da Episteme e pubblicata su lavoce.info, infatti, il 68% delle donne ha dedicato più tempo ai lavori domestici durante la pandemia da Coronavirus, mentre solo il 40% degli uomini ha fatto lo stesso.

In questi mesi lo Stato ha dato e sta dando sostegno alle famiglie con congedi parentali, bonus per baby-sitting o per il pagamento di centri estivi. Ma in generale per il futuro bisognerà prevedere un sostegno fisso per tutte le madri che lavorano, consentendo anche orari più flessibili, maggiori servizi o il telelavoro, e tutto questo proprio per fare in modo che in Italia la percentuale di donne impiegate possa salire come nel resto d’Europa.

Il documento sul lavoro femminile

Precario, meno retribuito e minor accesso alle figure manageriali. È questa la fotografia che rappresenta il lavoro femminile in Italia che si può leggere nel documento “Misure a sostegno della partecipazione delle donne al mercato del lavoro e per la conciliazione delle esigenze di vita e di lavoro”, portato all’attenzione della Commissione Lavoro della Camera nei mesi scorsi da Linda Laura Sabbadini, direttore della Direzione centrale per gli studi e la valorizzazione tematica nell’area delle statistiche sociali e demografiche dell’Istat.

Occupazione donne, smart working e ruoli

I dati della relazione sul lavoro femminile

Nell’arco di circa 40 anni (più o meno dalla fine degli anni ’70 ad oggi) il divario di genere nei tassi di occupazione tra uomini e donne in Italia è diminuito da 41 punti a 18, ma rimane comunque uno dei dati più in alti in Europa, dove la media è di 10 punti.

La situazione mostra poi una netta differenza tra nord e sud Italia: nel 2018 infatti nel Mezzogiorno solo poco più del 32% delle donne tra i 15 e i 64 anni lavora, nelle regioni settentrionali tale percentuale sfiora il 60%.

Le donne che lavorano, poi, sono per un terzo impiegate part time, un numero di molto inferiore rispetto agli uomini (32,7% contro 8.7%). «L’incidenza delle occupate part time è più elevata tra le più giovani (35,1% fino a 34 anni) e cresce al diminuire del titolo di studio (42,6% fino alla licenza media e 22,5% tra le laureate)» si legge nel testo redatto dall’Istat. Inoltre il part time è più diffuso nei lavori presso alberghi e ristoranti, ma anche nei servizi alle famiglie. Sono aumentate le libere professioniste, in particolare: avvocate, psicologhe, tecniche della gestione finanziaria e contabili.

Donne: il titolo di studio non basta

Nel nostro paese sono tanti gli occupati con un titolo di studio superiore a quello richiesto per la mansione da svolgere. Ma anche in questo caso le donne sono le più penalizzate e faticano a trovare un lavoro adeguato al percorso di studi portato a termine. Eppure hanno un’istruzione più elevata degli uomini, ma questo non porta a un cambiamento nei tassi di occupazione: le laureate hanno una professione consona al titolo di studio nel 67% dei casi, contro il 79% degli uomini.

Nel documento Istat si legge: «In Italia, circa 1 giovane tra i 25 e i 34 anni su 100 ha conseguito un titolo di dottorato. In Europa i valori oscillano tra il 2,3 di Danimarca e Germania e lo 0,2 di Malta. Come per la laurea, nel nostro Paese, il divario di genere è a favore delle donne che rappresentano circa il 54% dei dottori di ricerca, questo risultato è condiviso con pochi paesi (Slovenia, Slovacchia, Spagna, Lettonia e Cipro)».

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Occupazione rosa: mansioni e retribuzione

Differenze di genere si ritrovano anche nelle mansioni e nella retribuzione percepita dalle donne rispetto agli uomini. Ad esempio il 65,7% delle donne ha mansioni di ricerca e sviluppo contro il 74,4% degli uomini, ma sono più inserite nell’istruzione non universitaria (21,3% contro 12,3%, quella universitaria è appannaggio più degli uomini), nella PA e nella sanità (19% contro 15,3%).

Le donne non hanno nemmeno pari opportunità di carriera, sono poco presenti nei ruoli apicali di Enti locali, Ministeri e Scuola e come manager di grandi aziende, ma sono in aumento le donne magistrato (oltre il 50%) e coloro che entrano in politica. Infine le donne guadagnano di meno dei colleghi uomini. Qualche esempio? «I divari sono più ampi nelle fasce di età over 45 (28,5 tra i 45 e i 54 anni e 26,1 per i percettori over 55), per le laureate, che guadagnano quasi un terzo in meo dei laureati (20.172 contro 29.698), e nelle regioni del Nord (27,5% al Nord-ovest e 28,3% al Nord-est). Nei redditi da lavoro autonomo queste considerazioni rimangono altrettanto valide ma i gap risultano maggiori».

E all’improvviso (il futuro) eccolo qua

Articolo redatto da Osservatorio FondItalia

Hegel l’avrebbe probabilmente considerata una necessità della storia, convinto com’era che quest’ultima non fosse altro che il dispiegarsi della ragione assoluta. Ovvero di Dio che si fa nel tempo.

La storia dell’umanità è fatta anche di grandi tragedie collegate a grandi balzi tecnologici. Pensiamo alla seconda rivoluzione industriale, che trovò nella Prima guerra mondiale il suo compimento.

Nel 1921 Corrado Gini scrisse che «pochi anni di guerra avevano dato all’industria italiana uno sviluppo e alla manodopera un’istruzione quali non si sarebbero potuti sperare da parecchi decenni di pace».

Gli anni tra il 1914 e il 1918 fecero registrare la più grande accelerazione tecnologica della storia. Il primato resterà invariato?

Interrogativi che fino a poche settimane fa sembravano rivolti al futuro, per quanto vicino, richiedono ora risposte immediate.

Sguardo al futuro

Alla fine del 2019 lo smart-working appariva come una realtà in evoluzione, ma ancora limitata. Un rapporto pubblicato da Workhuman lo scorso marzo, dal titolo “The State of Human at work”, registrava che negli Stati Uniti “solo” 1/3 della popolazione lavorativa beneficiava dello smart-working. Ovviamente, all’avanguardia in questo ambito apparivano i grandi colossi come Twitter, Google e JP Morgan.

Una ricerca condotta dall’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano segnalava che nel 2019 in Italia gli smart-workers, sebbene in aumento, ammontassero ancora ad appena 570 mila.

Poi, all’improvviso, ecco l’accelerazione della storia, con i suoi repentini cambi di paradigma.

Gary Burnison, Ceo di Korn Ferry, un colosso mondiale nell’ambito della consulenza gestionale, ha affermato che «il manuale sul lavoro a distanza che esisteva fino ad un mese fa, è stato gettato dalla finestra».

Il cambiamento non riguarda solo le modalità e le problematiche legate allo smart-working, che necessiteranno di essere affrontate più nel dettaglio nei prossimi mesi.

Dalla dimensione fisica a quella virtuale

Anche le indagini sui mestieri emergenti pubblicate alla fine dello scorso anno sembrano, in alcuni punti, soffrire di invecchiamento precoce.

A parte l’impulso, scontato, sull’e-Commerce e la formazione online, alcuni settori registreranno degli sconvolgimenti inaspettati in così breve tempo.

Negli Stati Uniti, prima della pandemia, solo 1 paziente su 10 faceva ricorso alla telemedicina. La decisione dell’amministrazione statunitense di approvare un decreto che facilita il ricorso a questo genere di cure è stata accompagnata da un boom di app come Amwell, HeyDoctor e PlushCare che offrono visite telematiche.

Nelle fabbriche, crescerà la necessità dell’automazione, al fine di ridurre la presenza fisica dei lavoratori e consentire operazioni in remoto. Aspetto che potrebbe favorire la delocalizzazione “virtuale” di team di lavoro (occhio dunque a dare per morta la globalizzazione, che probabilmente passerà sempre più per il web).

Ma soprattutto il settore dei viaggi e dell’organizzazione degli eventi si trova a far fronte ad un destino fino a poche settimane fa inatteso. Questi sono forse i settori chiamati a “riconvertirsi” più celermente.

Molte conferenze e seminari si sono ormai trasferiti dalla dimensione fisica a quella virtuale.

Così come i viaggi e le mostre d’arte potranno continuare a vivere – almeno nell’immediato – solo nella dimensione digitale.

Dal Louvre ai Musei Vaticani, alcune istituzioni museali hanno messo a disposizione le loro collezioni attraverso tour virtuali in 3D. Così come è possibile accedere a siti che consentono visite “immersive” in diversi paesi (ad esempio www.360cities.net/)

“Viviamo in tempi bui”, per parafrasare Bertolt Brecht. Ma sono anche tempi di grandi opportunità. Di fronte si stendono praterie (digitali) da costruire per il business di domani.

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Lavorare meno, lavorare meglio

Articolo redatto da Osservatorio FondItalia

Molte aziende hanno recentemente provato a sperimentare un metodo che si può sintetizzare nell’espressione: lavorare meno (ore al giorno), lavorare meglio. Il pensiero alla base di questa sperimentazione è che tagliando il monte ore di lavoro settimanale, l’efficienza di molti lavoratori aumenta. È il caso di Microsoft che con il suo test ha dimostrato che questa strada è possibile.

Lavorare meno, lavorare meglio e avere una maggiore produttività

Microsoft ha testato una settimana lavorativa di quattro giorni nei suoi uffici in Giappone e ha trovato come risultato che i dipendenti non solo erano più felici – ma anche significativamente più produttivi.

Per il mese di agosto, Microsoft Japan ha sperimentato un nuovo progetto chiamato Work-Life Choice Challenge Summer 2019, concedendo a tutta la sua forza lavoro di 2.300 persone cinque venerdì di fila di riposo senza riduzione di stipendio.

Le settimane accorciate hanno portato a riunioni più efficienti, a lavoratori più felici e a un aumento della produttività di un sorprendente 40%, ha concluso l’azienda alla fine della sperimentazione. Come parte del programma, l’azienda aveva anche previsto di sovvenzionare le vacanze familiari per i dipendenti.

«Lavorate poco, riposate bene e imparate molto», ha detto il presidente e CEO di Microsoft Japan Takuya Hirano in una dichiarazione al sito web di Microsoft Japan. «Voglio che i dipendenti pensino e sperimentino come possono ottenere gli stessi risultati con il 20% di tempo di lavoro in meno».

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I vantaggi della settimana corta

Con il giorno di riposo aggiuntivo settimanale, oltre all’aumento della produttività, i dipendenti hanno preso il 25% in meno di “pause caffè”, il consumo di elettricità in ufficio è diminuito del 23%, è stata utilizzata meno carta per stampare e la stragrande maggioranza di loro ha dichiarato di gradire la settimana più breve.

Non è la prima volta che si mette in pratica un fine settimana lungo nel mondo aziendale. Nel 2018, la società neozelandese di gestione fiduciaria Perpetual Guardian ha sperimentato una settimana lavorativa di quattro giorni su due mesi per i suoi 240 dipendenti. I dipendenti hanno riferito di aver sperimentato un migliore equilibrio tra lavoro e vita privata e una maggiore attenzione in ufficio. I livelli di stress del personale sono diminuiti del 7%.

Un altro esperimento pubblicato dall’Harvard Business Review mostra un aumento della produttività nelle giornate lavorative più brevi, quelle con una diminuzione dalla media di 8 ore lavorative giornaliere ad una giornata lavorativa di 6 ore. Un’indagine del 2018 condotta dal Workforce Institute di Kronos su 3.000 dipendenti ha rilevato che più della metà dei lavoratori a tempo pieno pensava di poter svolgere il proprio lavoro in cinque ore al giorno.

La sfida di Microsoft Japan era solo un progetto pilota e non è chiaro se questi cambiamenti saranno implementati in uffici altrove o a lungo termine. «Nello spirito di una mentalità di crescita, siamo sempre alla ricerca di nuovi modi per innovare e sfruttare la nostra tecnologia per migliorare l’esperienza dei nostri dipendenti in tutto il mondo», ha detto un portavoce di Microsoft.

Per approfondire: Microsoft Japan tested a four-day work week and productivity jumped by 40%

Formazione a distanza: i vantaggi della videoconferenza e differenza con l’e-learning

L’emergenza da Coronavirus ha diffuso ampiamente l’utilizzo di sistemi di videoconferenza per riunioni, teleformazione e altre attività, che in queste settimane hanno preso il posto della formazione in aula. Un sistema che sarà adottato anche nei prossimi mesi, vista la necessità di prolungare ancora il distanziamento sociale.

A contribuire alla diffusione dello smartworking e dei meeting virtuali sono state anche una maggiore cultura informatica e una disponibilità di infrastrutture e apparecchi elettronici ormai alla portata di tutti.

La differenza tra videoconferenza ed e-learning

La videoconferenza, utilizzata per la teleformazione, ha riscosso molto successo in questo delicato momento, perché tutti hanno avuto facilmente accesso a questo sistema, continuando – seppur dietro a un monitor – a mantenere vivo un rapporto con docente e altri partecipanti. Una modalità che differisce dall’e-learning proprio per il fattore interazione.

L’e-learning infatti consente sì la formazione ma non il dialogo diretto, e quindi non è una presenza fisica vera e propria, dimostrabile invece nel caso della videoconferenza. Inoltre l’e-learning non si adatta alle esigenze degli interessati, che non possono effettuare domande su eventuali dubbi e avere un’interazione diretta e costruttiva con il docente o un confronto con i partecipanti alla formazione.

Videoconferenza per formazione a distanza

Leggi anche: Teleformazione: vantaggi e opportunità per chi resta a casa

I vantaggi della videoconferenza

Vediamo nel dettaglio quali sono i vantaggi della videoconferenza molto usata soprattutto per la teleformazione:

  • consente di interagire e comunicare con il docente e gli altri partecipanti in tempo reale, tramite video o chat, pur essendo distanti fisicamente tramite un computer e una linea di connessione;
  • permette, durante la lezione online, l’invio di immagini, audio, documenti, slide o dispense utili alla formazione, ma anche di condividere una lavagna digitale;
  • consente al docente di gestire gli interventi attivando i microfoni dei partecipanti e di suddividerli per le esercitazioni di gruppo o individuali, controllando il compito e verificando l’apprendimento.

Questo tipo di formazione consente anche la registrazione della presenza (il docente può effettuare anche una verifica dei documenti di identità) e l’accesso alla piattaforma tramite un link riservato solo agli iscritti, senza nessuna interferenza esterna. Inoltre è importante avere una buona connessione e strumenti che garantiscano una visione e un audio di qualità.

Consigli per una buona formazione a distanza

Per far sì che una formazione a distanza abbia successo è importante prima di tutto coinvolgere i partecipanti alcuni giorni prima della data del corso, verificando che abbiamo tutte le informazioni e i dispositivi per accedere. È possibile anche inviare una documentazione per una maggiore preparazione.

Il docente dovrà saper utilizzare al meglio la piattaforma e far in modo di essere sempre riconoscibile a tutto il gruppo, effettuando ad esempio anche delle presentazioni per creare un clima più vicino a quello della formazione in aula.

Inoltre, visto l’affaticamento visivo e la distanza, è bene fare delle pause se la formazione dura diverse ore, oppure fare dei corsi di durata limitata, accertandosi ogni tanto che non si verifichi un calo dell’attenzione magari cambiando ritmo o alleggerendo il dibattito con esercitazioni o scambi di opinioni.

Conclusioni

La formazione a distanza non permette una conoscenza diretta tra le persone e la pratica vera e propria che si potrebbe fare solo in aula, ma è una valida alternativa, che soprattutto in una situazione grave e prolungata come questa dell’emergenza Coronavirus garantisce non solo di tutelare la salute di tutti, ma anche un continuo aggiornamento delle proprie competenze.

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I costi dello smartworking forzato

Articolo redatto da Osservatorio FondItalia

Il 2020 è iniziato con la diffusione del Coronavirus, che dalla Cina ha contagiato il resto del mondo in meno di tre mesi. Quasi la metà della popolazione mondiale è rinchiusa in casa. Imprenditori e impiegati di tutto il mondo fronteggiano un’emergenza anche professionale. Lavorare da casa non sempre è possibile, servono innanzitutto i mezzi di comunicazione: telefoni, computer, rete internet. Questi tre strumenti sono necessari ma non sufficienti. Sono la base materiale – l’hardware – a cui si aggiungono altri ingredienti fondamentali: i software. Facebook, Instagram, Whatsapp, Zoom, Google Meet, Microsoft Teams, Houseparty, FaceTime, Skype… la lista di strumenti per organizzare chiamate, videoconferenze e lezioni online è molto lunga e ogni applicazione ha una diversa utilità.

Smartworking: tutti gli strumenti necessari

Altri due sono tuttavia gli ingredienti che pesano più degli hardware e dei software: organizzazione e risorse economiche. È infatti necessario avere un piano di lavoro ordinato e soprattutto un buon abbonamento con un gestore telefonico per far funzionare lo smartphone e per avere una buona connessione internet di casa dove si collega il computer; poi servono tanti altri abbonamenti per far funzionare le app che ci permettono di comunicare con il mondo esterno – molte di queste app non chiedono soldi ma dati personali per poter funzionare, questa però è un’altra storia.

Il primo elemento che emerge da questa breve riflessione è che lo smartworking ha un costo economico molto alto per il lavoratore, sia esso imprenditore o impiegato, nonostante stia “a casa”. Il secondo elemento che emerge è che, volente o nolente, oggi il lavoratore deve lavorare da casa, non può scegliere, almeno per le prossime settimane, senza una data certa su quando poter tornare in ufficio. Per molte aziende, dopo questa fase che non ha una data di fine, si paleserà una scelta molto difficile da fare. In quelle aziende dove il tipo di lavoro permette di trovare il modo di lavorare da casa, gli imprenditori dovranno scegliere se sarà più economico far tornate tutti in ufficio, oppure chiedere a una parte dei propri dipendenti di decidere se lavorare da casa. Per questi imprenditori e per quei lavoratori a cui sarà concessa una scelta, può essere utile riflettere in anticipo sulla domanda: voglio continuare a lavorare da casa dopo la pandemia?

Il sondaggio di Buffer

Consultando i recenti sondaggi realizzati da Buffer (per approfondire The 2020 State of Remote Work), si può trovare una statistica che ogni anno resta inequivocabile: i lavoratori a distanza vogliono quasi all’unanimità continuare a lavorare a distanza per il resto della loro carriera.

Nel 2020, il 98% degli intervistati è favorevole al lavoro da casa. Dalle risposte, sembra che dopo aver provato il lavoro a distanza tende a raccomandarlo agli altri (circa il 97% degli intervistati). Quindi, secondo i dati raccolti [poco prima della pandemia], la maggior parte delle persone che lavorava a distanza avrebbe voluto continuare a lavorare a distanza in qualche modo. Ammesso che questo periodo di reclusione coatta non gli farà cambiare idea, cerchiamo di definire meglio il concetto di “lavoro da casa”. Prima del Coronavirus, lavorare da casa non era sinonimo di reclusione forzata 24 ore su 24. Tra gli intervistati nel sondaggio, la netta maggioranza (57%) era costituita da lavoratori a distanza a tempo pieno. Circa il 27% di loro lavorava a distanza per più della metà del proprio tempo e il gruppo più piccolo (18%) lavorava a distanza per meno della metà del proprio tempo. Il 70% ha indicato di essere soddisfatto della quantità di tempo che lavora a distanza, il 19% vorrebbe lavorare a distanza più spesso e l’11% vorrebbe lavorare a distanza meno spesso.

In conclusione, non vanno dimenticati i problemi che arrivano con il lavoro a distanza. Anche se variano da persona a persona, negli ultimi tre anni di pubblicazione di questo rapporto, i principali aspetti negativi dello smartworking sono due: la difficoltà di comunicare/collaborare e la solitudine. Il vantaggio principale del lavoro a distanza, rimasto lo stesso per gli ultimi tre anni consecutivi nel sondaggio, è la flessibilità.

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Nuovi tool per il lavoro a distanza

Articolo redatto da Osservatorio FondItalia

L’accelerazione del lavoro a distanza non sta modificando solo il luogo di lavoro, ma anche le modalità e gli strumenti utilizzati.

Nelle ultime settimane si è incrementato l’utilizzo di app come Zoom e Slack, che consentono di svolgere attività (professionali, ma anche sportive) radunando virtualmente decine di persone.

La necessità di nuovi tool connessi al lavoro a distanza consentirà nei prossimi mesi a molte start-up di acquisire il definitivo slancio.

Lavoro a distanza ai tempi del Coronavirus

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30 nuovi tool per il lavoro a distanza

Un’indagine di Business Insider indica trenta start-up emergenti nel 2020, i cui tool modificheranno il modo di lavorare nei prossimi mesi:

  1. Airtable. Si tratta di un foglio di calcolo che permette di gestire i dati, o creare una app, senza la necessità di un linguaggio di programmazione.
  2. BeyondHQ è un tool che consente alle aziende di valutare la collocazione di una nuova sede, l’organizzazione dello spazio di lavoro e gestire lo sviluppo operativo del personale.
  3. Charthop è una piattaforma per la gestione dell’organigramma di un’azienda. I vertici aziendali possono visualizzare, pianificare e analizzare la loro organizzazione in pochi minuti, mentre i dipendenti ottenere preziose informazioni sul lavoro dell’azienda in generale.
  4. Cleo. È un’app che consente di colmare il divario tra i piani sanitari che le aziende offrono ai dipendenti e ciò di cui essi hanno effettivamente bisogno nella vita quotidiana, fornendo informazioni, supporto e strumenti ad hoc.
  5. Daily.co. Si tratta di un tool che permette ai siti web di integrare facilmente il sistema di videochat, al fine di facilitare le comunicazioni tra il personale di un’azienda.
  6. Deel. È un sistema di libro paga per le imprese che lavorano con appaltatori remoti in tutto il mondo. Gestisce i contratti, i pagamenti e le tasse in una interfaccia che prevede anche l’indicazione delle leggi del lavoro locali.
  7. Doctor on demand. App per effettuare visite mediche virtuali.
  8. Drift. App di marketing e vendite che aiuta a convertire il traffico web in incontri commerciali. Il suo chatbot utilizza l’intelligenza artificiale per rendere le interazioni più personali.
  9. Fellow. Software di gestione dei dipendenti che permette di monitorare le riunioni inserendo note, attività e feedback.
  10. Figma. App che aiuta i team di web design a lavorare in tandem, a scambiarsi e testare progetti conservati su un proprio cloud.
  11. Front. Software che consente ad una società di combinare i contenuti dei propri social media, le email, i testi e altri messaggi in una casella di posta condivisa a cui l’intero team ha accesso.
  12. Guru. App che utilizza le estensioni del browser e i plugins di Slack per assicurare ai lavoratori in remoto di trovare tutte le informazioni di cui hanno bisogno per svolgere la propria attività.
  13. Hone. Tool di e-learning che permette alle aziende di offrire ai propri dipendenti una formazione online su temi centrali in una fase di lavoro in remoto, quali la gestione dei conflitti e il team-building.
  14. Incredible Health. È uno strumento di reclutamento degli infermieri per ospedali che, attraverso l’automazione del processo, consente di abbreviare i tempi di assunzione.
  15. Invisible. Piattaforma che consente alle aziende di automatizzare i compiti digitali più ripetitivi, quali la pubblicazione di descrizioni di lavoro su Internet o il follow-up di incontri commerciali.
  16. Level. App di ambito sanitario che permette di individuare i migliori piani per la cura dentale.
  17. Linear. Software che aiuta gli sviluppatori a semplificare i loro progetti, le attività e il tracciamento dei bug, al fine di rendere il lavoro più veloce ed efficiente.
  18. Loom. App di videomessaggi che intende sostituire le lunghe email, con brevi video.
  19. Miro. Software equivalente ad una “lavagna virtuale” che consente ai lavoratori in remoto di sviluppare progetti.
  20. Notion. Si tratta di uno spazio virtuale dove i lavoratori in remoto possono condividere note, tracciare progetti, costruire fogli di calcolo e database.
  21. Outreach. Software per rappresentanti commerciali che utilizza l’intelligenza artificiale per fornire analisi e automatizzare le attività legate ad una vendita.
  22. Overview. Telecamera intelligente che impara come dovrebbero funzionare le macchine per la produzione di cavi e fili, in modo da poter identificare eventuali bug o errori nella produzione in tempo reale e consentire agli operatori di poter agire in remoto.
  23. Parabol. Software che permette ai partecipanti di un meeting di offrire feedback anonimi sugli esiti dell’incontro.
  24. Skilljar.Sistema che consente alle aziende di mostrare ai propri clienti come utilizzare i loro prodotti.
  25. Superhuman. Nuovo gestore di email, che ambisce ad essere “il più veloce al mondo”.
  26. Tandem. Di fatto, è un ufficio virtuale per team di lavoro in remoto, che consente agli operatori di condividere l’utilizzo delle applicazioni.
  27. Textio. Si tratta di in software che modifica i post di lavoro di un’azienda per aiutarla ad attrarre l’utenza più ampia, evidenziando il linguaggio meno adatto.
  28. Wheel. App che aiuta le aziende di telemedicina ad individuare nuova forza lavoro, offrendo ai medici l’opportunità di lavorare in remoto.
  29. Zapier. App che aiuta a trasferire informazioni da una app all’altra, anche se non hanno un’integrazione ufficiale.
  30. 1Password. Software di gestione delle password.

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Coronavirus, cosa cambierà nei prossimi mesi per la sicurezza sul lavoro

Le industrie e le aziende italiane si preparano alla partenza della “fase 2”, che prevede la riapertura di molti stabilimenti e sedi di lavoro ma in totale sicurezza per tutti. Una partenza scaglionata non solo nel tempo ma anche per regione. Proprio in questa fase bisogna stabilire metodologie e misure importanti che andranno rispettate per tornare a produrre, ed è allo studio un protocollo da parte degli esperti.

Dal Piemonte al Veneto, attraversando tutto lo stivale per raggiungere anche le regioni del Sud Italia, gli esperti stanno studiando un vademecum per la riapertura degli industrie e delle aziende in totale sicurezza, che varrà per un periodo medio-lungo per evitare ulteriori contagi di ritorno e una seconda epidemia di casi anche al termine della fase più acuta.

La situazione della fase 1

La pandemia da Coronavirus ha costretto molte aziende a rivedere il proprio modo di lavorare, garantendo a tutti i lavoratori sicurezza e salute. Chi ha potuto ha messo in atto lo smart working, consentendo quindi ai dipendenti di portare avanti le proprie mansioni da casa. In altri casi le aziende hanno momentaneamente sospeso le attività, facendo affidamento sugli aiuti messi in campo dallo Stato per l’emergenza. In altri ancora la produzione e la vendita sono continuate grazie a misure di sicurezza (mascherine, guanti, tute, copriscarpe, vetri di protezioni e distanziamento sociale) e igienizzazione degli ambienti.

Le misure di sicurezza per la fase 2

Ora che si progetta l’avvio della fase 2, con la riapertura di molte aziende e industrie, è necessario attivare una serie di meccanismi di sicurezza negli ambienti di lavoro, per tutelare dipendenti, collaboratori e le rispettive famiglie, ma allo stesso tempo garantire la ripresa dell’economia. L’allarme sanitario durerà ancora diversi mesi, in attesa che venga trovato e prodotto un vaccino. Per questo sia dal punto di vista economico che logistico andranno adottati dei modelli organizzativi da attivare in ambito lavorativo, scolastico e sociale, magari anche suddivisi regione per regione, con alcuni territori che potrebbero ripartire prima rispetto ad altri (ad esempio alcune regioni del centro sud con meno contagiati rispetto a quelle del nord).

Sicurezza sul lavoro per il rientro dal lockdown per il Coronavirus

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Le attività commerciali

I negozi, esclusi al momento quelli in centri commerciali o outlet dove non sarebbe possibile evitare l’assembramento, potranno riaprire dopo aver attuato una sanificazione degli ambienti. Un’operazione che verrà svolta quotidianamente, come avviene già nei supermercati e attività commerciali rimasti aperti nel periodo di quarantena. Inoltre saranno da stabilire orari di apertura al pubblico, con ingressi a turno per consentire di mantenere la distanza minima di almeno un metro, e ovviamente con tutte le protezioni (mascherine e guanti) sia da parte dei dipendenti che dei clienti. Sarà possibile sostare all’interno dei negozi solo il tempo necessario per gli acquisti. Alle casse dovranno essere inserite delle barriere in plexiglass (un discorso che riguarda anche i taxi e le auto a noleggio). I centri estetici e parrucchieri potranno riaprire solo su appuntamento e garantendo anche in questo caso la massima sicurezza.

Le aziende e le industrie

Bisognerà prima di tutto valutare quali lavoratori potranno rientrare e quali invece potranno continuare a lavorare in modalità smart working, attivando magari la formula dell’alternanza durante la settimana lavorativa, come molti enti hanno già fatto durante il periodo di quarantena. Andranno prima di tutto rivisti gli spazi all’interno delle aziende, apportando migliorie per contrastare la diffusione del virus come ad esempio un distanziamento delle scrivanie e l’utilizzo di app che avvertano quando si sta superando la soglia di distanza prevista. Bisognerà rendere chiari i percorsi per evitare “traffico” nei corridoi.

Tutti i dipendenti dovranno rispettare delle regole che metteranno al primo posto la sicurezza dell’intero staff: dispositivi come gel disinfettanti per le mani e pulizia delle scrivanie. Nelle grandi fabbriche, così come negli aeroporti o nelle stazioni, potrebbero essere attivati degli scanner per misurare la temperatura corporea. E proprio per evitare che ci siano troppe persone che si muovano negli stessi orari (e ovviamente con i mezzi pubblici) le aziende potrebbero attivare degli orari ridotti e scaglionati sia in entrata che in uscita. Nelle prossime settimane potrebbero essere attivati anche degli screening sanitari, con tamponi o test seriologici.

Teleformazione: vantaggi e opportunità per chi resta a casa

La pandemia da Coronavirus sta costringendo in casa oltre un miliardo di persone in tutto il mondo favorendo l’adozione di misure per lo smartworking e la teleformazione. Ma in cosa consiste esattamente la teleformazione e quali possono essere i suoi vantaggi?

I vantaggi della teleformazione

La teleformazione è una metodologia di formazione che si avvale di una serie di strumenti tecnologici per la comunicazione a distanza. Esistono decine di software che permettono l’incontro virtuale, tramite personal computer o dispositivi mobili, fra docenti e alunni e, nel caso della formazione professionale, fra formatori e lavoratori. La presenza di webcam integrate nei device permette infatti non soltanto di “guardarsi negli occhi” anche a distanza, ma soprattutto di visualizzare schermate utili nella condivisione di materiale didattico: una rivisitazione dell’antica lavagna utilizzata a scuola.

Inoltre la partecipazione ad una classe virtuale ha il grande vantaggio di offrire ai discenti opportunità di interazione e collaborazione favorite dagli strumenti digitali.

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La teleformazione aziendale

In ambito aziendale la teleformazione sta acquisendo sempre più spazio. E i motivi sono facilmente intuibili:

  • ottimizzazione del tempo: sia il formatore che i discenti non devono raggiungere fisicamente un luogo terzo adibito a classe
  • ottimizzazione degli spazi: non essendo in un vero e proprio luogo fisico, la classe può potenzialmente accogliere un numero alto di discenti
  • riduzione dei costi per le imprese: la teleformazione è spesso più vantaggiosa in termini economici per le aziende che decidono di attuarla
  • migliore accesso alle informazioni: grazie agli strumenti digitali integrati nelle piattaforme di teleformazione, lo scambio di materiale didattico è più rapido e performante
  • responsabilizzazione dei dipendenti: offrire la possibilità ai lavoratori di seguire corsi di formazione professionale direttamente da casa è sicuramente un investimento in termini di fiducia da parte dell’azienda, ripagato il più delle volte da una maggiore responsabilizzazione del lavoratore.

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