Nuovi tool per il lavoro a distanza

Articolo redatto da Osservatorio FondItalia

L’accelerazione del lavoro a distanza non sta modificando solo il luogo di lavoro, ma anche le modalità e gli strumenti utilizzati.

Nelle ultime settimane si è incrementato l’utilizzo di app come Zoom e Slack, che consentono di svolgere attività (professionali, ma anche sportive) radunando virtualmente decine di persone.

La necessità di nuovi tool connessi al lavoro a distanza consentirà nei prossimi mesi a molte start-up di acquisire il definitivo slancio.

Lavoro a distanza ai tempi del Coronavirus

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30 nuovi tool per il lavoro a distanza

Un’indagine di Business Insider indica trenta start-up emergenti nel 2020, i cui tool modificheranno il modo di lavorare nei prossimi mesi:

  1. Airtable. Si tratta di un foglio di calcolo che permette di gestire i dati, o creare una app, senza la necessità di un linguaggio di programmazione.
  2. BeyondHQ è un tool che consente alle aziende di valutare la collocazione di una nuova sede, l’organizzazione dello spazio di lavoro e gestire lo sviluppo operativo del personale.
  3. Charthop è una piattaforma per la gestione dell’organigramma di un’azienda. I vertici aziendali possono visualizzare, pianificare e analizzare la loro organizzazione in pochi minuti, mentre i dipendenti ottenere preziose informazioni sul lavoro dell’azienda in generale.
  4. Cleo. È un’app che consente di colmare il divario tra i piani sanitari che le aziende offrono ai dipendenti e ciò di cui essi hanno effettivamente bisogno nella vita quotidiana, fornendo informazioni, supporto e strumenti ad hoc.
  5. Daily.co. Si tratta di un tool che permette ai siti web di integrare facilmente il sistema di videochat, al fine di facilitare le comunicazioni tra il personale di un’azienda.
  6. Deel. È un sistema di libro paga per le imprese che lavorano con appaltatori remoti in tutto il mondo. Gestisce i contratti, i pagamenti e le tasse in una interfaccia che prevede anche l’indicazione delle leggi del lavoro locali.
  7. Doctor on demand. App per effettuare visite mediche virtuali.
  8. Drift. App di marketing e vendite che aiuta a convertire il traffico web in incontri commerciali. Il suo chatbot utilizza l’intelligenza artificiale per rendere le interazioni più personali.
  9. Fellow. Software di gestione dei dipendenti che permette di monitorare le riunioni inserendo note, attività e feedback.
  10. Figma. App che aiuta i team di web design a lavorare in tandem, a scambiarsi e testare progetti conservati su un proprio cloud.
  11. Front. Software che consente ad una società di combinare i contenuti dei propri social media, le email, i testi e altri messaggi in una casella di posta condivisa a cui l’intero team ha accesso.
  12. Guru. App che utilizza le estensioni del browser e i plugins di Slack per assicurare ai lavoratori in remoto di trovare tutte le informazioni di cui hanno bisogno per svolgere la propria attività.
  13. Hone. Tool di e-learning che permette alle aziende di offrire ai propri dipendenti una formazione online su temi centrali in una fase di lavoro in remoto, quali la gestione dei conflitti e il team-building.
  14. Incredible Health. È uno strumento di reclutamento degli infermieri per ospedali che, attraverso l’automazione del processo, consente di abbreviare i tempi di assunzione.
  15. Invisible. Piattaforma che consente alle aziende di automatizzare i compiti digitali più ripetitivi, quali la pubblicazione di descrizioni di lavoro su Internet o il follow-up di incontri commerciali.
  16. Level. App di ambito sanitario che permette di individuare i migliori piani per la cura dentale.
  17. Linear. Software che aiuta gli sviluppatori a semplificare i loro progetti, le attività e il tracciamento dei bug, al fine di rendere il lavoro più veloce ed efficiente.
  18. Loom. App di videomessaggi che intende sostituire le lunghe email, con brevi video.
  19. Miro. Software equivalente ad una “lavagna virtuale” che consente ai lavoratori in remoto di sviluppare progetti.
  20. Notion. Si tratta di uno spazio virtuale dove i lavoratori in remoto possono condividere note, tracciare progetti, costruire fogli di calcolo e database.
  21. Outreach. Software per rappresentanti commerciali che utilizza l’intelligenza artificiale per fornire analisi e automatizzare le attività legate ad una vendita.
  22. Overview. Telecamera intelligente che impara come dovrebbero funzionare le macchine per la produzione di cavi e fili, in modo da poter identificare eventuali bug o errori nella produzione in tempo reale e consentire agli operatori di poter agire in remoto.
  23. Parabol. Software che permette ai partecipanti di un meeting di offrire feedback anonimi sugli esiti dell’incontro.
  24. Skilljar.Sistema che consente alle aziende di mostrare ai propri clienti come utilizzare i loro prodotti.
  25. Superhuman. Nuovo gestore di email, che ambisce ad essere “il più veloce al mondo”.
  26. Tandem. Di fatto, è un ufficio virtuale per team di lavoro in remoto, che consente agli operatori di condividere l’utilizzo delle applicazioni.
  27. Textio. Si tratta di in software che modifica i post di lavoro di un’azienda per aiutarla ad attrarre l’utenza più ampia, evidenziando il linguaggio meno adatto.
  28. Wheel. App che aiuta le aziende di telemedicina ad individuare nuova forza lavoro, offrendo ai medici l’opportunità di lavorare in remoto.
  29. Zapier. App che aiuta a trasferire informazioni da una app all’altra, anche se non hanno un’integrazione ufficiale.
  30. 1Password. Software di gestione delle password.

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Coronavirus, cosa cambierà nei prossimi mesi per la sicurezza sul lavoro

Le industrie e le aziende italiane si preparano alla partenza della “fase 2”, che prevede la riapertura di molti stabilimenti e sedi di lavoro ma in totale sicurezza per tutti. Una partenza scaglionata non solo nel tempo ma anche per regione. Proprio in questa fase bisogna stabilire metodologie e misure importanti che andranno rispettate per tornare a produrre, ed è allo studio un protocollo da parte degli esperti.

Dal Piemonte al Veneto, attraversando tutto lo stivale per raggiungere anche le regioni del Sud Italia, gli esperti stanno studiando un vademecum per la riapertura degli industrie e delle aziende in totale sicurezza, che varrà per un periodo medio-lungo per evitare ulteriori contagi di ritorno e una seconda epidemia di casi anche al termine della fase più acuta.

La situazione della fase 1

La pandemia da Coronavirus ha costretto molte aziende a rivedere il proprio modo di lavorare, garantendo a tutti i lavoratori sicurezza e salute. Chi ha potuto ha messo in atto lo smart working, consentendo quindi ai dipendenti di portare avanti le proprie mansioni da casa. In altri casi le aziende hanno momentaneamente sospeso le attività, facendo affidamento sugli aiuti messi in campo dallo Stato per l’emergenza. In altri ancora la produzione e la vendita sono continuate grazie a misure di sicurezza (mascherine, guanti, tute, copriscarpe, vetri di protezioni e distanziamento sociale) e igienizzazione degli ambienti.

Le misure di sicurezza per la fase 2

Ora che si progetta l’avvio della fase 2, con la riapertura di molte aziende e industrie, è necessario attivare una serie di meccanismi di sicurezza negli ambienti di lavoro, per tutelare dipendenti, collaboratori e le rispettive famiglie, ma allo stesso tempo garantire la ripresa dell’economia. L’allarme sanitario durerà ancora diversi mesi, in attesa che venga trovato e prodotto un vaccino. Per questo sia dal punto di vista economico che logistico andranno adottati dei modelli organizzativi da attivare in ambito lavorativo, scolastico e sociale, magari anche suddivisi regione per regione, con alcuni territori che potrebbero ripartire prima rispetto ad altri (ad esempio alcune regioni del centro sud con meno contagiati rispetto a quelle del nord).

Sicurezza sul lavoro per il rientro dal lockdown per il Coronavirus

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Le attività commerciali

I negozi, esclusi al momento quelli in centri commerciali o outlet dove non sarebbe possibile evitare l’assembramento, potranno riaprire dopo aver attuato una sanificazione degli ambienti. Un’operazione che verrà svolta quotidianamente, come avviene già nei supermercati e attività commerciali rimasti aperti nel periodo di quarantena. Inoltre saranno da stabilire orari di apertura al pubblico, con ingressi a turno per consentire di mantenere la distanza minima di almeno un metro, e ovviamente con tutte le protezioni (mascherine e guanti) sia da parte dei dipendenti che dei clienti. Sarà possibile sostare all’interno dei negozi solo il tempo necessario per gli acquisti. Alle casse dovranno essere inserite delle barriere in plexiglass (un discorso che riguarda anche i taxi e le auto a noleggio). I centri estetici e parrucchieri potranno riaprire solo su appuntamento e garantendo anche in questo caso la massima sicurezza.

Le aziende e le industrie

Bisognerà prima di tutto valutare quali lavoratori potranno rientrare e quali invece potranno continuare a lavorare in modalità smart working, attivando magari la formula dell’alternanza durante la settimana lavorativa, come molti enti hanno già fatto durante il periodo di quarantena. Andranno prima di tutto rivisti gli spazi all’interno delle aziende, apportando migliorie per contrastare la diffusione del virus come ad esempio un distanziamento delle scrivanie e l’utilizzo di app che avvertano quando si sta superando la soglia di distanza prevista. Bisognerà rendere chiari i percorsi per evitare “traffico” nei corridoi.

Tutti i dipendenti dovranno rispettare delle regole che metteranno al primo posto la sicurezza dell’intero staff: dispositivi come gel disinfettanti per le mani e pulizia delle scrivanie. Nelle grandi fabbriche, così come negli aeroporti o nelle stazioni, potrebbero essere attivati degli scanner per misurare la temperatura corporea. E proprio per evitare che ci siano troppe persone che si muovano negli stessi orari (e ovviamente con i mezzi pubblici) le aziende potrebbero attivare degli orari ridotti e scaglionati sia in entrata che in uscita. Nelle prossime settimane potrebbero essere attivati anche degli screening sanitari, con tamponi o test seriologici.

Teleformazione: vantaggi e opportunità per chi resta a casa

La pandemia da Coronavirus sta costringendo in casa oltre un miliardo di persone in tutto il mondo favorendo l’adozione di misure per lo smartworking e la teleformazione. Ma in cosa consiste esattamente la teleformazione e quali possono essere i suoi vantaggi?

I vantaggi della teleformazione

La teleformazione è una metodologia di formazione che si avvale di una serie di strumenti tecnologici per la comunicazione a distanza. Esistono decine di software che permettono l’incontro virtuale, tramite personal computer o dispositivi mobili, fra docenti e alunni e, nel caso della formazione professionale, fra formatori e lavoratori. La presenza di webcam integrate nei device permette infatti non soltanto di “guardarsi negli occhi” anche a distanza, ma soprattutto di visualizzare schermate utili nella condivisione di materiale didattico: una rivisitazione dell’antica lavagna utilizzata a scuola.

Inoltre la partecipazione ad una classe virtuale ha il grande vantaggio di offrire ai discenti opportunità di interazione e collaborazione favorite dagli strumenti digitali.

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La teleformazione aziendale

In ambito aziendale la teleformazione sta acquisendo sempre più spazio. E i motivi sono facilmente intuibili:

  • ottimizzazione del tempo: sia il formatore che i discenti non devono raggiungere fisicamente un luogo terzo adibito a classe
  • ottimizzazione degli spazi: non essendo in un vero e proprio luogo fisico, la classe può potenzialmente accogliere un numero alto di discenti
  • riduzione dei costi per le imprese: la teleformazione è spesso più vantaggiosa in termini economici per le aziende che decidono di attuarla
  • migliore accesso alle informazioni: grazie agli strumenti digitali integrati nelle piattaforme di teleformazione, lo scambio di materiale didattico è più rapido e performante
  • responsabilizzazione dei dipendenti: offrire la possibilità ai lavoratori di seguire corsi di formazione professionale direttamente da casa è sicuramente un investimento in termini di fiducia da parte dell’azienda, ripagato il più delle volte da una maggiore responsabilizzazione del lavoratore.

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Smart working e formazione ai tempi del Coronavirus

Con l’epidemia da Coronavirus molte aziende e PA hanno deciso, dove possibile, di ricorrere allo smart working. Il nostro Paese ha così avuto un’impennata di lavoratori che si sono ritrovati a lavorare in casa, trasformando di fatto le loro abitazioni non solo nel luogo della quarantena, ma anche in veri e propri uffici. Ma come organizzarsi per mantenere concentrazione, garantire la qualità del lavoro e stabilire i giusti ritmi? Proviamo a vedere alcune regole fondamentali.

Come organizzarsi per lo smart working

Non è facile ritrovarsi a lavorare in casa da un giorno all’altro con pochissimo preavviso. La prima cosa da fare è ritagliarsi subito un angolo della casa in cui poter lavorare in tranquillità. Meglio se si ha a disposizione una stanza propria, tipo uno studio, o comunque allestire un angolo da dedicare alla postazione di lavoro con una scrivania, una sedia comoda per non incorrere in problematiche fisiche.

Avere a disposizione una buona linea per la connessione a internet, prese di corrente, la giusta illuminazione (naturale e artificiale) e soprattutto dobbiamo cambiare spesso l’aria all’ambiente in cui lavoriamo. Ricordiamoci di tenere a portata di mano una bottiglia d’acqua per non doverci alzare di continuo. Nello smart working è fondamentale stabilire e comunicare un orario di lavoro e rispettare le pause.

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Gli strumenti indispensabili per un buon lavoro

Pc e telefono sono indispensabili per portare avanti il lavoro da casa. Ma per agevolare i contatti e le condivisioni possiamo utilizzare moltissimi strumenti e applicazioni, che ci aiuteranno a sentirci parte di un sistema e a tenere sotto controllo tutte le lavorazioni in corso. Ad esempio, ci sono delle app che monitorano il nostro stato di concentrazione, per valutare quanto ci facciamo distrarre da ciò che ci circonda in casa.

teleformazione a distanza

È importante fare anche un piano di lavoro per comprendere bene cosa ha più urgenza. In questo caso e anche per assegnare compiti ai colleghi o per valutare lo stato di avanzamento di ciò che viene assegnato possiamo utilizzare Asana, un’app che consente ai team di tenere traccia e gestire tutte le varie lavorazioni.

Per inviare messaggi o materiale riservato a un gruppo di persone e per le videochiamate e conferenze, non mancano le applicazioni che permettono riunioni da remoto e la possibilità anche di chat e scambio messaggi.

I vantaggi dello smart working e della formazione online

In questo momento particolare, lo smart working consente ai lavoratori di vivere in sicurezza, lontani da un possibile contagio esterno, ma anche di occuparsi delle altre persone che compongono il nucleo familiare. Ma ne sta guadagnando anche l’ambiente, vista la forte diminuzione dell’inquinamento.

Il lavoro agile dà al lavoratore anche una certa responsabilità, perché in parte dovrà imparare a gestire le modalità di lavoro da solo, fissando degli obiettivi e avendo dall’azienda anche una fiducia incondizionata. Una crescita professionale e personale da non sottovalutare.

Inoltre, stando a casa si sono attivate anche tantissime piattaforme per la formazione online o la teleformazione, come sta facendo il fondo interprofessionale FondItalia. In questo momento, infatti, alcune aziende possono avere meno lavoro da gestire, ma questo può facilitare il lavoratore che avrà così la possibilità di seguire anche da casa dei corsi di formazione e aggiornamento, occupando il proprio tempo in modo utile e interessante.

E quando si tornerà alla normalità? Il nostro modo di lavorare e i rapporti con l’azienda potrebbero cambiare in meglio.

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I giovani italiani non vogliono fare gli imprenditori: sognano un lavoro dipendente

Il 92,4% dei giovani italiani considera il lavoro importante ed è la percentuale più alta se paragonata alle risposte date dai ragazzi tra i 18 e 30 anni di altre nazioni come Germania, Russia e Polonia. A dirlo è un’indagine di Eurispes, che ha posto domande per comprendere come i giovani vedono il futuro e verso quali valori della vita si orientano.

I giovani e il lavoro

Il lavoro, così come la casa, sono i due principali incubi dei giovani. La situazione del mercato lavorativo, e di conseguenza le difficoltà economiche e abitative, preoccupano molto i ragazzi tra i 18 e i 30 anni. I giovani italiani aspirano in maggioranza a un lavoro dipendente (63,3%), una percentuale molto più alta rispetto ai pari età di altri paesi (25,8% della Polonia, al 20,1% della Germania e al 12,7% della Russia).

In sostanza, nessuno vuole diventare imprenditore di grandi imprese, mentre lo vorrebbe il 21,6% dei giovani della Polonia, il 12,4% della Germania e il 19,6% della Russia.

I giovani italiani, inoltre, non indicano il successo lavorativo e la carriera (30,6% Russia, 27,8% Germania, 20,7% Polonia, 18,6% Italia) tra i fattori più importanti per la realizzazione della propria vita.

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Italia: tra casi virtuosi e maglie nere

Il quadro di questo confronto Eurispes sul lavoro mostra una tendenza italiana totalmente differente rispetto a quella mostrata dai giovani tedeschi, russi e polacchi. Ma l’Italia all’interno dei suoi stessi confini mostra dei dati totalmente differenti anche tra nord e sud, come si evince da uno speciale Infodata del Sole24Ore.

I giovani e il lavoro dipendente

La grande differenza si registra tra Milano e Benevento: nel capoluogo lombardo il 75% dei ragazzi tra i 25 e i 34 anni ha un impiego, mentre nella città campana il rapporto è inverso con il 70% che non lavora. Vicenza è invece un caso virtuoso, in cui l’83% dei 25-34enni ha un posto di lavoro. Va comunque considerato che secondo i dati Istat, la popolazione con età 18-34 anni è maggiormente rappresentata nelle regioni del sud, con il comune di Brognaturo (Vibo Valentia, Calabria) considerato il più giovane del Bel Paese.

Scenari futuri

I dati importanti non riguardano solo il tasso di occupazione dei giovani con età compresa tra i 30 e i 34 anni tra i più bassi d’Europa, ma anche la diminuzione della natalità che andrà ad indebolire a breve la parte centrale della classe lavorativa. Nei dati Eurispes, infatti, viene evidenziato il dato che mostra come i giovani desiderino una famiglia, ma non vogliano fare figli; tendenza che accomuna in ogni caso tutti i paesi occidentali.

Se ora una delle maggiori preoccupazioni è il numero dei disoccupati, questa situazione cambierà in modo drastico fra alcuni anni, portando uno squilibrio grave a cui bisognerà porre rimedio, in vista invece di un forte aumento della popolazione anziana.

La fascia di età fra i 40 e i 44 anni, che dovrà trainare la crescita del paese, nel giro di alcuni anni sarà decimata: si arriverà quindi a una mancanza di lavoratori nella fascia che dovrebbe essere tra le più produttive. Questo porterà a un “buco nero della forza lavoro”, come è stato definito dal demografo Alessandro Rosina e dal ricercatore di diritto del lavoro Mirko Altimari, in una relazione per il Laboratorio futuro dell’Istituto Toniolo.

Una situazione che solo in parte potrebbe essere risolta dall’immigrazione o da un rallentamento della fuga di cervelli. Per questo interventi sulle politiche attive del lavoro e sulla conciliazione vita-lavoro sarebbero auspicabili per non ritrovarsi con più pensionati e meno lavoratori, e con quest’ultimi non in grado di trainare l’economia italiana.

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Formazione per detenuti: fornire competenze per garantire il reinserimento in società

La formazione e l’acquisizione di nuove competenze sono fondamentali per ogni persona, ma diventano quasi di vitale importanza per i detenuti. La possibilità di frequentare corsi di aggiornamento professionale o di studio è importante per vivere la detenzione in maniera diversa e soprattutto per avere una possibilità di reinserimento in società una volta scontata la pena detentiva.

La formazione per i detenuti

La Costituzione italiana sancisce con l’art. 27 che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Per questo con le leggi successive, il legislatore ha creato le condizioni per vedere l’istruzione in carcere come un’opportunità per i detenuti, contribuendo non solo all’insegnamento ma anche all’educazione e al reinserimento sociale e civile. Sono stati, quindi, introdotti negli istituti penitenziari corsi d’istruzione scolastica, di lingua italiana e di formazione professionale, oltre ad agevolazioni per gli studi universitari.

Emblematici in questo senso i recenti esempi delle carceri di Milano e della Campania ma anche quello del 2018 a Vigevano, che puntano a dare ai loro detenuti (con pene minori e a bassa pericolosità) competenze professionali. Una formazione, quindi, idonea e in linea con le offerte di lavoro che il mercato offre.

formazione in carcere

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L’esempio del carcere Opera di Milano

Nel penitenziario Opera di Milano, grazie a un accordo tra un’importante società telefonica e il ministero della Giustizia, i detenuti potranno avere una formazione digitale (assistenza tecnica per prodotti di rete fissa) per cominciare a lavorare già durante il periodo di detenzione e avere allo stesso tempo competenze che gli permetteranno fuori dal carcere di poter trovare un impiego. Una formazione e un’esperienza professionale che risponde anche alle richieste del mercato del lavoro.

L’esempio delle carceri campane

Il Provveditore regionale della Amministrazione Penitenziaria della Campania e il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Campania hanno firmato un accordo per promuovere, all’interno delle carceri, attività di sostegno e integrazione in materia di diritto alla salute, allo studio, alla formazione professionale e al lavoro. L’obiettivo è di fornire ai detenuti una preparazione per sostenerli nel percorso di reintegro in società e come alternativa alla detenzione.

L’esempio del carcere di Vigevano

Il carcere di Vigevano ha effettuato nel 2018 un progetto di formazione e lavoro per i detenuti. È stata data l’opportunità di frequentare un corso per operatori di call center e di svolgere quindi un’attività lavorativa. Il call center di Power ed Expo Training, spesso partner di FondItalia nelle attività di ricerca e sviluppo, ha offerto ai detenuti competenze e capacità lavorative, necessarie anche per un futuro inserimento in un’azienda al di fuori del carcere, e ha sviluppato inoltre nelle persone doti caratteriali inespresse e l’occasione di scoprire la forza e l’unione di un gruppo per raggiungere importanti obiettivi.

«Io e il mio gruppo di lavoro siamo riusciti a dimenticare quella sensazione di chi è destinato a trascorrere degli anni in carcere, dove le persone diventano ombre su cui il tempo scorre lento. Le ombre sono tornate ad essere persone integrate non solo in un processo lavorativo, ma in una società civile» ha raccontato un detenuto sulle pagine del periodico Human HT Training al termine di questa esperienza.

I percorsi di crescita culturale e professionale durante il periodo della detenzione rappresentano un fondamentale strumento di promozione della personalità del condannato, di miglioramento delle condizioni di vita all’interno dell’istituto penitenziario ma soprattutto nell’ottica del reinserimento sociale.

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Le nuove figure professionali nel settore turistico alberghiero

Febbraio e marzo sono i mesi migliori in cui candidarsi per i lavori nel settore turistico alberghiero. E proprio in questo periodo, infatti, in tutta Italia da Milano a Lecce si tengono numerosi eventi dedicati al mondo del turismo. Si tratta di occasioni di incontro tra domanda e offerta, confronto per lo sviluppo e la crescita, ma anche di formazione e recruiting. Un modo per capire e aggiornare il personale sulle sfide che l’evoluzione del mercato del lavoro impone anche in questo comparto.

Il mondo del turismo oggi

Il settore turistico traina in Italia una percentuale importante dell’occupazione, soprattutto giovanile. Non solo negli impieghi più classici delle strutture alberghiere, come direzione e amministrazione, ricevimento, cucina, servizio sala, camere e bar, intrattenimento, animazione e assistenza, ma anche in riferimento ai nuovi profili di lavoro legati a un modo differente e innovativo di vivere il turismo e all’ampia diffusione che ha avuto il web. 

Proprio grazie ai servizi online e alle soluzioni low cost si è ampliata la possibilità di viaggiare dando quindi una spinta a tutto il settore. Negli ultimi anni è aumentato il cosiddetto turismo esperenziale (di chi cerca quindi percorsi che rispecchino le proprie passioni, come enogastronomia o fotografia), culturale (di chi visita soprattutto le città d’arte) e sostenibile (tutto ciò che è legato al concetto green).

settore-turistico-green

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Le competenze richieste nel settore turistico

Il settore è alla ricerca di nuove figure professionali per agenzie di viaggio e aziende ricettive. Il personale presente sul mercato non è infatti sufficiente a coprire la richiesta, e quello presente non è sempre abbastanza qualificato per affrontare il settore turismo e hospitality, che cambia e ha bisogno di nuove competenze. Tra queste ci sono ad esempio le lingue straniere, come cinese, russo e arabo, in pratica quelle dei mercati in espansione da dove arrivano più turisti.

Inoltre c’è sempre una maggiore attenzione per coloro che si occupano di F&B (food and beverage), impiegati nell’accoglienza dell’area ristorante, e quindi di assicurare alla clientela prodotti di qualità, della conservazione dei cibi, del rispetto delle norme igienico-sanitarie e anche del servizio ai tavoli, prestando molta attenzione in questi casi ai clienti che dichiarano di avere allergie e intolleranze alimentari.

Per questo i corsi di formazione e aggiornamento sono un ottimo investimenti per le aziende, sia per avviare un processo innovativo che per orientare il personale verso corsi specifici di grande utilità e interesse. Il mondo del lavoro turistico ha quindi bisogno di essere riqualificato proprio perché vive una continua evoluzione.

Food & Beverage Manager

Chi sono i nuovi operatori in ambito turistico

Le nuove competenze richieste nel settore turistico riguardano il mondo del web. In questo campo le figure più richieste sono: social media manager (che elabora piani di comunicazione per i social network) e revenue/pricing manager, che modifica le tariffe (booking on-line) per far in modo che la struttura sia sempre piena; ci sono poi coloro che si occupano di raccontare in formato digitale i luoghi da visitare.

Tra le nuove figure anche: travel organizer (costruisce il viaggio, la sua area di competenza va dalla progettazione alla comunicazione); travel designer (propone un’offerta turistica su misura del cliente); promotore del turismo sostenibile (guida ambientale, operatori di ecoturismo che lavorano soprattutto a contatto con b&b, agriturismi o strutture green); destination manager (promuove un territorio spesso posto al di fuori dei grandi circuiti turistici per valorizzarne ricchezze e risorse).

Infine molto richieste sono anche alcune lauree (economica, urbanistica e umanistica), che danno una preparazione ampia e competente per fornire alla clientela un’offerta turistica adeguata, effettuando un’analisi dettagliata del territorio di interesse. 

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Lavoro, inclusione e disabilità: progetti esemplari di formazione e aggiornamento

Il reinserimento e l’inclusione nei posti di lavoro delle persone con disabilità è uno dei punti su cui lavorare per il futuro con azioni concrete. Ma è altrettanto fondamentale formare e aggiornare gli operatori che lavorano a stretto contatto con i disabili.

Lavoro e disabilità: l’esempio del Lazio 

Regione Lazio, Inail, parti sociali e associazioni hanno recentemente firmato un protocollo d’intesa per promuovere progetti che hanno l’obiettivo di favorire il ricollocamento sul posto di lavoro di persone con disabilità.

Per poter arrivare a questi obiettivi è necessario mettere in atto una serie di iniziative grazie a un contributo a cui si può accedere per portare a termine diversi interventi come: abbattimento o superamento di barriere architettoniche, adeguamento delle postazioni di lavoro, formazione per l’inserimento della persona con disabilita a una nuova occupazione o mansione.

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Il lavoro di FondItalia per l’inclusione

Oltre a formare le persone con disabilità per reinserirle nel mondo del lavoro, è altrettanto essenziale aggiornare anche gli operatori socio-sanitari che invece si prendono cura dei disabili soprattutto gravi e non autonomi in strutture educative e riabilitative.

Tra i progetti finanziati da FondItalia nell’ambito della formazione continua, c’è infatti proprio quello dedicato agli operatori del centro diurno socio educativo riabilitativo Gaia, che si trovano a lavorare a stretto contatto con persone con disabilità gravi. Una situazione questa, come è stato provato da anni di studio, che genera forte stress.

Infatti, il rischio maggiore che corrono gli operatori e i professionisti socio-sanitari è la sindrome da burnout, ovvero un forte stato di stress che porta a logorio psicofisico ed emotivo, che però si può prevenire con la formazione e la supervisione.

Il progetto di formazione, attuato dall’Associazione Sinergia, ha avuto l’obiettivo di aggiornare le competenze degli operatori socio-sanitari alle caratteristiche della struttura organizzativa e alle modalità di lavoro aziendali. Tutto questo in funzione delle persone ospitate nella struttura, per raggiungere un miglioramento delle competenze, delle condizioni e dei rapporti tra operatore e paziente.

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Digital transformation ed ecosostenibilità traineranno l’occupazione nel prossimo triennio

Secondo un rapporto realizzato da Unioncamere e Anpal nei prossimi cinque anni, tra il 2019 e il 2023, si creeranno più di 3 milioni di posti di lavoro in base alle richieste delle imprese e della pubblica amministrazione. La maggior parte di questi posti di lavoro riguarderà il normale turnover, ma i nuovi impieghi sono stimati tra le 352 e le 535mila unità. Sei posti di lavoro su dieci saranno riservati a laureati o diplomati, i restanti saranno per coloro che avranno una elevata specializzazione o una professione tecnica.

Posti di lavoro per laureati e diplomati

I profili più richiesti nei prossimi 5 anni saranno quelli molto specializzati e laureati nei settori: medico-sanitario (fabbisogno previsto tar le 171 e le 176mila unità), economico (152-162mila unità), ingegneria (127-136mila unità) e giuridico (98-103mila unità). Per i diplomati i settori con la maggiore richiesta di personale saranno quelli dell’amministrazione e marketing (278-301mila unità), industria e artigianato (210-235mila unità), e qui in particolare nei comparti meccanica, meccatronica ed elettrotecnica. Nella classifica anche il settore turistico con un fabbisogno futuro che si aggira tra le 79 e le 82 mila unità.

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Occupazione dati fabbisogno

Occupazione nel mondo digitale

Nel settore “digital transformation”, dove sarà maggiore la rivoluzione tecnologica, le imprese cercheranno tra i 275 e i 325 mila lavoratori che dovranno avere competenze matematiche, informatiche, digitali, social e avere una specializzazione in robotica, big data e tecnologie 4.0. Fabbisogno occupazionale anche nella filiera ecosostenibile, dove serviranno tra i 519mila e 607mila lavoratori; e poi nel comparto di salute e benessere (tra le 361mila e 407mila unità), digitale (275-325mila unità) ed education e cultura (140-149mila unità), mobilità e logistica (85-116mila unità), meccatronica e robotica (67-86 mila unità).

Il presidente di Unioncamere, Carlo Sangalli, ha sottolineato come in quadro come quello che emerge da questi dati sia sempre più importante «la scelta del percorso di studio nella vita dei giovani», per cui diventa fondamentale «fornire ai ragazzi e alle famiglie le informazioni più aggiornate sulle tendenze del mercato del lavoro e sulle professioni che offrono le migliori opportunità per il futuro».

La formazione e la conoscenza del fabbisogno occupazionale sono essenziali per ridurre il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro.

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Lavoro femminile: l’Italia ha il tasso di occupazione più basso d’Europa

L’occupazione femminile in Italia mostra dati preoccupanti se paragonati con quelli del resto d’Europa. Le donne che lavorano nel nostro paese sono ancora in numero inferiore rispetto agli uomini, per un posto di lavoro simile guadagnano di meno e se sono madri il tasso di impiego scende vertiginosamente. Quest’ultimo dato emerge da una ricerca dell’Istat, che evidenzia la difficoltà di conciliare la vita lavorativa con il prendersi cura dei figli.

I dati Eurostat sul lavoro femminile

Se si prendono in considerazione le donne tra i 15 e i 64 anni fino al 2018 risulta impiegato, dai dati Eurostat, il 56,2% contro il 68,3% nella Ue. L’Italia ha un gap di differenza tra uomini e donne di quasi 19 punti, il peggiore dopo Malta. Ma siamo indietro anche come percentuale di donne occupate in età da lavoro: 49,5%, fa peggio di noi solo la Grecia. Pur crescendo negli anni il numero delle donne impiegate, questa percentuale non raggiunge comunque i livelli della media dei paesi dell’Unione Europea.

I dati Eurostat evidenziano anche che una persona su cinque tra i 25 e i 54 anni (22,1%) è fuori dal mercato del lavoro, uno dei più alti in Europa, ma se si parla di donne la percentuale sale al 32,6%, una su tre, mentre nella Ue la media è sotto il 20%. E spesso i motivi sono familiari. Sono aumentate, invece, le donne che lavorano e che hanno un’età compresa tra i 55 e i 64 anni (dal 18,1% al 46,1%) e questo perché sono cambiate e si sono innalzate le modalità di accesso al pensionamento.

Anche i dati del secondo trimestre del 2019 mostrano un tasso di attività delle donne italiane in aumento (56,8%), ma sempre sotto la media Ue; il 43% del comporto rosa in età da lavoro è fuori dal mercato.

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Donne e madri lavoratrici

 

I dati Istat

Le donne che hanno figli faticano a conciliare il lavoro con la vita familiare. Una donna su dieci con un bambino (al sud i dati parlano di una su cinque) non ha mai lavorato, una percentuale di 11,1% mentre la media europea è di 3,6%. Un figlio, quindi, cambia la vita professionale di una donna, molto di più rispetto a quanto accade per gli uomini. Basta guardare i dati: il tasso di occupazione dei padri è dell’89,3%, mentre quello degli uomini che non abitano con i figli è dell’83,6%; quello delle mamme che lavorano è 57% quello delle donne senza figli coabitanti 72%. Un divario enorme tra uomini e donne.

Il tasso di occupazione femminile scende in base all’età dei bambini, più sono piccoli e più la percentuale è bassa. Solo il 38% delle donne ha cambiato qualcosa nella propria attività lavorativa per occuparsi dei figli, rispetto al quasi 12% dei padri. Le madri hanno richiesto un passaggio al part time o una modifica dell’orario di lavoro per andare incontro alle esigenze dei piccoli, e lo hanno potuto fare soprattutto coloro che hanno una professione qualificata o impiegatizia, più penalizzate le operaie.

I nuclei familiari che usufruiscono dei servizi (spesso considerati troppo cari, in alcuni casi sono addirittura assenti) sono meno di un terzo, il 38% conta sull’aiuto dei familiari, soprattutto nonni o amici. Sarà per tutti questi motivi che negli ultimi anni sono notevolmente aumentate le richieste dello smart working.

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