Diplomi e lauree: quale percorso intraprendere per trovare lavoro fra 5 anni

Quali saranno da qui a cinque anni i diplomi e le lauree che faciliteranno l’accesso al mondo del lavoro? A questa domanda prova a rispondere uno studio condotto da Unioncamere e Anpal, che ha stimato il fabbisogno di diplomati e laureati nel quinquennio 2021-2025 per diversi settori.

Diplomi più richiesti

Il mercato del lavoro avrà una richiesta di 1,2 milioni (251-275mila all’anno, la metà della stima invece dell’offerta) di diplomati nel prossimo quinquennio. Tra i titoli di studio più richiesti (fabbisogno superiore all’offerta), quelli dei settori marketing e amministrazione (la stima va dai 75 agli 84mila diplomati all’anno), costruzioni, trasporti, logistica e agro-alimentare.

A seguire, il comparto industria e artigianato (72-76mila unità) e, in modo specifico, i diplomi in meccatronica, elettronica, energia ed elettrotecnica. Poi turismo (che accusa un calo dovuto alla pandemia), ristorazione (qui inciderà molto la ripresa dopo il lungo stop) e benessere.

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Lauree più richieste

Un diplomato che si appresta a iscriversi a un corso di laurea deve seguire sì le sue passioni, ma deve avere anche davanti un quadro di quelli che saranno gli studi più richiesti nei prossimi anni. Il fabbisogno di laureati, nel quinquennio 2021-2025, dovrebbe aggirarsi intorno a 1,2 milioni di unità, 228-239mila all’anno. Di questo, circa un 62% sarà richiesto nella pubblica amministrazione e, per accedere, servirà un titolo universitario, il restante invece avrà offerte nel settore privato.

Tra le lauree più richieste ci sono quelle in economia e statistica (36-40mila in media all’anno) e, a seguire, i titoli dell’area giuridico e politico-sociale (quasi 40mila unità all’anno). La pandemia ha fatto crescere la domanda nel comparto medico-sanitario, con una richiesta di oltre 33mila laureati all’anno. Poco più in basso, ma sempre oltre i 30mila. anche le lauree del settore ingegneristico ed i titoli di studio dell’area insegnamento e formazione (25mila laureati all’anno).

Il fabbisogno dei laureati in ambito letterario, filosofico e artistico si attesterà intorno ai 13 mila, così come in quello del comparto architettura e urbanistica. Sotto le 10mila unità, invece, la richiesta per gli ambiti delle traduzioni, matematica, fisica e psicologia. In fondo alla classifica si trovano, infine, le offerte per le laurea in biologia, chimica e farmacia e per quelle del settore agroalimentare (meno di 5mila).

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Imprese italiane e la pandemia: tra rischio chiusura e opportunità di miglioramento

Più di 73mila aziende italiane rischiano la chiusura: quasi 20mila sono ubicate nel Mezzogiorno, 17.500 al centro. Rappresentano il 15% del totale delle imprese che hanno dai 5 ai 499 addetti. L’analisi è frutto di una ricerca condotta da Svimez-Centro Studi delle Camere di Commercio Guglielmo Tagliacarne-Unioncamere su un campione di 4mila imprese manifatturiere e dei servizi.

Le fragilità delle imprese italiane

Le aziende hanno manifestato una difficoltà a resistere al periodo della pandemia, mostrando fragilità strutturali (assenza di innovazione, digitalizzazione ed esportazioni ma anche marketing) nel 48% dei casi. La percentuale sale al 55% se si prendono in considerazione solo i numeri che riguardano il Sud del Paese e al 50% in riferimento al Centro, mentre scende al Nord (una media del 43%). L’incidenza cresce se si analizza il solo settore dei servizi (50% a livello nazionale, 60% al Sud), quello più colpito, mentre tiene quello manifatturiero (fragili il 31% delle aziende italiane, 39% nel Mezzogiorno).

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L’analisi dei dati

L’indagine fa emergere chiaramente un’Italia spaccata in due tra Nord e Sud, e con il Centro che sta dimostrando una fragilità sempre più vicina al Mezzogiorno. La crisi non è finita, le aspettative di fatturano sono in calo anche nel 2021 e le aziende hanno sempre più la necessità di innovarsi per non morire.

A resistere invece solo le imprese familiari, le Pmi con un fatturato sotto i 50 milioni di euro, appartenenti a diversi settori: per il 75% la pandemia non ha rappresentato e non rappresenta una minaccia alla sopravvivenza, ma una opportunità di miglioramento.

Il caso delle imprese familiari

Più solide e stabili pur con un fatturato non in crescita e una contrazione delle domande. È questo il caso delle imprese familiari italiane, che hanno dimostrato in questo lungo periodo di crisi di avere meno problemi di liquidità e di essere più preparate a mettere in atto smart working (comunque meno richiesto e frequente), cambiamenti e di far fronte a nuove richieste provenienti dall’estero.

Il quadro emerge da uno studio di Fabula (Family Business Lab della Liuc – Università Cattaneo di Castellanza) su un campione di 182 Pmi con un fatturato sotto i 50 milioni di euro (l’86% sono imprese familiari) e appartenenti a diversi settori (metalmeccanico, plastica e gomma, alimentari e bevande, tessile e abbigliamento).  Le imprese familiari di piccole e medie dimensioni hanno saputo far fronte con tenacia e capacità, evitando bruschi cali di produttività e restando con una clientela stabile. Le Pmi familiari guardano al futuro con ottimismo.

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Under 35: una generazione con poca autonomia e un futuro incerto

Contratti da precari malpagati o addirittura disoccupati, poca autonomia e un futuro incerto. È questo quello che emerge da uno studio sugli Under 35 in Italia, intervistando quasi mille giovani tra i 18 e i 35 anni. A condurre lo studio è stato il Consiglio nazionale dei giovani con il supporto di Eures e ne viene fuori una condizione lavorativa preoccupante: solo il 37,2% ha un lavoro stabile, il 26% ha contratti a termine, il 23,7% è disoccupato e il 13,1% è studente e lavoratore. Non c’è una continuità lavorativa e la retribuzione risulta inferiore a 10mila euro annui (58,9%), mentre il 33,7% percepisce tra i 10 e i 20mila euro (una quota superata solo dal 7,4%).

Under 35: l’Italia divisa in due

Il centro nord ha il maggior numero di occupati con lavoro stabile (insieme le regioni superano l’85%), mentre al sud la maggior parte è disoccupata (26,8%) o ha un lavoro precario (30%). Il centro ha la percentuale più alta di studenti lavoratori (15%) e un minor numero di disoccupati (16,6%), che invece crescono al nord (21,7%) e ancora di più nel Mezzogiorno (31,7%).

I dati più impressionanti

Quasi il 55% del campione intervistato dichiara di aver avuto delle esperienze di lavoro senza un contratto, ma ben il 61,5% ha lavorato con una retribuzione inferiore a quella prevista per la propria mansione. È ancora più impressionante che il 37,5% non ha ricevuto i pagamenti pattuiti ma somme inferiori e che il 32,5% non ha percepito nessun reddito. Balza agli occhi che il 13,6% ha subito molestie e vessazioni sul lavoro.

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Le conseguenze

Una situazione lavorativa che incide sull’indipendenza di questa fascia d’età e che porta infatti il 50,3% degli Under 35 a vivere ancora con la famiglia di origine. Meno del 40% vive da solo o con un partner. Il 56,3% si è creato una propria famiglia tra quelli che possono contare su un lavoro stabile, ma il dato scende tra coloro che hanno lavori discontinui (33,5%).

Inoltre il 27,1% degli Under 35 ammette di essersi spostato in un’altra regione per cercare un impiego fisso e ben remunerato o che sono comunque portati a fare scelte importanti per il futuro, soprattutto di non avere figli senza una posizione lavorativa solida. Infine solo il 12,4% ha una casa di proprietà.

Il futuro incerto

Lo studio mette in risalto come la condizione lavorativa influenzi, in questo caso in negativo, le scelte di questa generazione. Gli Under 35 si trovano a dover affrontare un presente instabile e un futuro pieno di incertezze: quasi il 74% degli intervistati pensa di non poter avere una pensione dignitosa e di conseguenza una vita tranquilla in età avanzata. Ma in questa fase è difficile mettere da parte i soldi per una pensione integrativa (48%).

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Le proposte per far ripartire il turismo in Italia

Se da una parte le limitazioni ai movimenti, la paura per la pandemia e i redditi ridotti hanno frenato il turismo per un anno intero o quasi; dall’altra parte la voglia di viaggiare non si è mai fermata e ha spinto il settore a proposte nuove. Sono nate così in questi mesi forme di turismo più locale come la promozione di mete di prossimità e le attività di smart working da svolgere in località turistiche. Sono cambiati nei mesi i modelli di vacanza sia degli italiani che degli stranieri, con una grande preferenza per la montagna, i percorsi enogastronomici e tutto ciò che consente attività all’aperto ma senza assembramenti. Un turismo più attento e consapevole, oltre che sostenibile.

Lo scenario turistico

Le riaperture graduali dal 26 aprile ai primi di giugno potrebbero consentire alle oltre 600mila imprese coinvolte nel settore turistico di ripartire, visti i drammatici numeri dei mesi scorsi. Le presenze turistiche nel 2020 sono infatti diminuite di oltre il 50% nelle località turistiche, ma è un dato che tocca il 75% per le città d’arte secondo quando riferito da Confesercenti. E il futuro non appare più roseo: solo il 5% degli italiani ha prenotato le prossime vacanze estive, complice una situazione pandemica ancora incerta. I dati Istat mostrano come, oltre al -45% delle vacanze classiche, si sono ridotti anche i viaggi di lavoro (-67,9%) e questo riguarda sia l’Italia che l’estero (-80%).

Le regioni e i mezzi di trasporto

Coldiretti fa il punto anche sulla regione Lazio, dove tra ristorazioni e operatori del turismo il fatturato è sceso del 60%. Altre regioni come Trentino Alto Adige in primis, Toscana, Emilia Romagna, Lombardia e Veneto poi hanno invece ricevuto le preferenze dei viaggiatori. Una situazione che colpisce alberghi e agriturismi, ma anche tutti quei settori che ruotano attorno dai negozi per souvenir al comparto agroalimentare, con ristoranti e pizzerie ma anche i mezzi di trasporto. I viaggi in areo sono crollati di quasi il 75%, quelli in treno di circa il 60%, in aumento invece gli spostamenti in automobile con un 81% (65,4% nel 2019).

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L’Osservatorio FondItalia e le proposte per la ripartenza

L’Osservatorio FondItalia ha realizzato un sondaggio tra le imprese aderenti al Fondo Paritetico Interprofessionale Nazionale per la Formazione Continua, analizzando lo stato dell’arte di due segmenti in particolare: agenzie viaggio e ramo albergativo. La maggior parte delle imprese ritengono che la pandemia porterà dei cambiamenti permanenti nella propria attività.  E il modo per affrontare queste nuove esigenze è una formazione mirata sia in fatto di misure anti-covid (esperienza in materia di salute e sicurezza sanitaria) che per competenze professionali (padronanza delle lingue e delle culture degli altri paesi, conoscenze informatiche di gestione aziendale).

«La ripresa passerà soprattutto dall’innovazione digitale e dalla formazione. Partendo dal dato che in media 7 persone su 10 prenotano viaggi via web, è indubbio che il digitale sia diventato uno strumento importantissimo per intercettare il flusso di viaggiatori internazionali – sottolinea Egidio Sangue, Vicepresidente e Direttore FondItalia –. L’Avviso FEMI 2021.01 può rappresentare una grande occasione per accompagnare e sostenere le imprese, con un’adeguata formazione per i lavoratori del comparto turistico, nei processi d’innovazione e trasformazione organizzativa necessari».

Tra le figure più richieste nei prossimi anni ci sarà tecnici informatici, manager, esperti di marketing e comunicazione social, ma anche guide turistiche per proporre percorsi enogastronomici, passeggiate a piedi o a cavallo alla scoperta del territorio locale.

«FondItalia è in prima linea per fronteggiare le ricadute dell’emergenza coronavirus nel settore turistico – aggiunge Francesco Franco, Presidente FondItalia – promuovendo formazione di qualità e facilitazioni per le aziende aderenti. Anche quest’anno abbiamo previsto l’abolizione permanente dell’apporto proprio, ossia il cofinanziamento da parte delle imprese che optino per Aiuti di Stato di importanza minore. Abbiamo messo in campo, inoltre, cospicue risorse per favorire la ripresa delle imprese nell’ottica di promuovere l’innovazione attraverso la realizzazione di nuove metodologie organizzative e produttive».

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Le nuove opportunità della formazione: realtà virtuale e aumentata

La pandemia ha portato l’Italia a una forte accelerazione in fatto di formazione a distanza e innovazione tecnologica. L’e-learning ha conosciuto un’espansione importante che ha aperto nuove opportunità per il futuro: come la realtà virtuale e la realtà aumentata, che sono in grado di offrire soluzioni per ottimizzare il lavoro. Riunioni da remoto, presentazioni di progetti e formazioni possono trarre grandi vantaggi dai nuovi mezzi a disposizione, vantaggi sia per le aziende che per i lavoratori.

Realtà aumentata e virtuale: cosa sono

La realtà aumentata rappresenta il mondo reale arricchito di oggetti e accessori virtuali, che accrescono l’esperienza dell’utente. Si vive attraverso un monitor (anche il semplice smartphone) ed è meno immersiva rispetto alla realtà virtuale, ma consente ugualmente di vivere qualcosa di unico tra reale e digitale.

La realtà virtuale, tramite l’utilizzo di apposite tecnologie (che includono visori, occhiali, joystick), permette invece all’utente di navigare in un mondo alternativo e interattivo che riproduce un ambiente digitale in 3 dimensioni. La sensazione è quella di ritrovarsi in un mondo parallelo.

L’apprendimento delle nuove leve

I giovani hanno dimostrato di preferire in molti casi un insegnamento tramite realtà virtuale piuttosto che con i metodi tradizionali, sentendosi più coinvolti e avendo una maggiore facilità di apprendimento. A dirlo sono alcuni dati raccolti da un’indagine Ocse-Pisa del 2018.

Soprattutto le nuove leve, già abituate ad utilizzare dispositivi elettronici e giochi con tecnologie avanzate, sono favorevoli all’utilizzo di realtà virtuale e aumentata per la formazione: il “contesto 3D” amplifica la percezione e li rende più partecipi. Ma la facilità di utilizzo e la sensazione di un maggior coinvolgimento sono fattori che portano anche i lavoratori più grandi a preferire un metodo di formazione meno tradizionale, perché li porta a fare esperimenti direttamente sul campo. Le nuove tecnologie infatti garantiscono una pratica effettiva che rende più agevole anche l’apprendimento della teoria.

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L’impiego della realtà virtuale e della realtà aumentata

La realtà virtuale e quella aumentata sono fondamentali per la preparazioni di alcune professioni: pensiamo ai chirurghi ad esempio, che possono simulare degli interventi delicati in laboratorio ed esercitarsi con la nuova strumentazione; oppure agli astronauti che possono provare l’assenza di gravità e la vita a bordo della navicella spaziale prima ancora di andare in orbita. Ma si tratta di una tecnologia applicabile a qualsiasi campo e la pandemia lo ha mostrato: i musei hanno aperto le proprie porte per visite virtuali da casa, e si sono diffuse negli ultimi anni anche le ricostruzioni storiche in 3D e le visite guidate e scolastiche con i visori vr per esperienze immersive.

Un’innovazione tecnologica che si può applicare a qualsiasi professione e favorire l’insegnamento della teoria e la pratica di una lavorazione. Un sondaggio economico di Klecha & Co, una banca d’investimento internazionale, ha previso che nel 2023 le aziende spenderanno oltre 120 miliardi di dollari nel settore dell’industria della realtà aumentata e virtuale. Questo a dimostrazione di come nel futuro la formazione e l’industria punteranno su questa tecnologia.

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L’Italia brilla nel settore dell’economia circolare

Nonostante un’annata così complessa a causa della pandemia, l’Italia riesce a brillare nel settore dell’economia circolare. A dirlo è il terzo rapporto nazionale redatto dal Circular Economy Network (rete promossa dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile) e da Enea, che vede il nostro Paese al primo posto in Europa (per la terza volta consecutiva), davanti alle cinque principali economie della Ue per i risultati raggiunti nelle aree della produzione, del consumo, della gestione circolare dei rifiuti, degli investimenti e dell’occupazione nel riciclo, nella riparazione e nel riutilizzo. La classifica vede l’Italia prima con 79 punti, seguita da Francia con 68, poi Germania e Spagna con 65 e Polonia 54.

I dati dell’economia circolare

Secondo lo studio, il nostro Paese è primo per la produttività delle risorse, secondo per l’occupazione nei settori della riparazione, del riutilizzo e del riciclo dei rifiuti, preceduto solo dalla Polonia. Nel 2018 nella Ue le persone occupate nel settore dell’economia circolare erano oltre 3,5milioni, l’Italia ne contava all’epoca 519mila, mentre la Germania 680mila.

Per gli investimenti e l’occupazione, l’Italia si piazza invece al quarto posto dopo Spagna, Polonia e Germania, e arranca anche per numeri di brevetti dove è ultima fra le economie europee: appena 12 depositati nel 2016, un numero davvero esiguo se pensiamo che la Germania ne ha 67 e in totale l’Europa 269. Il Bel Paese rialza la testa per numero di aziende di riparazioni di beni elettronici (25mila) e di altri prodotti, attestandosi al terzo posto dietro Francia e Spagna.

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Sostenibilità e transazione ecologica

Nel “Rapporto nazionale sull’economia circolare in Italia 2021”, sommando tutti i punteggi, l’Italia è prima per il terzo anno consecutivo in Europa nel campo del riciclo. Un primato che però deve essere sostenuto da continui miglioramenti e investimenti, soprattutto per avere un ruolo fondamentale nella transazione ecologica, ormai entrata in tutte le agende politiche dei governi della Ue. L’Italia risulta prima anche nella produttività di risorse, è seconda invece per le energie rinnovabili utilizzate e per il riciclo di rifiuti urbani (ma diventa prima se consideriamo i rifiuti generali).

Inoltre l’obiettivo di avvicinarsi alle emissioni zero (Accordo di Parigi entro il 2050) riguarda proprio le aziende che inquinano di più: il settore tessile ad esempio rappresenta da solo il 10% delle emissioni mondiali di gas serra. Entro il prossimo anno dovranno essere approvati il Programma di gestione dei rifiuti e il Piano Industria 4.0 con agevolazioni previste per le aziende che investono in economia circolare. C’è in ballo la competitività delle aziende italiane e una spinta per innovazione, ripresa investimenti e occupazione.

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Una primavera di rinascita per i contratti di lavoro

È una primavera di ottimismo: le previsioni del trimestre marzo-maggio del 2021 fanno registrare una impennata dei contratti pari a 59mila in più rispetto a quanto registrato nel 2020. I dati nello specifico indicano in 292mila i contratti previsti nel solo mese di marzo e ben 923mila nel trimestre marzo-maggio. Le stime parlano di -300mila posti di lavoro da marzo 2020 a febbraio 2021, ma da metà giugno 2020 ad oggi il divario è stato dimezzato. Siamo ancora lontani dai livelli del 2019 (-88mila), ma sono dati positivi che fanno ben sperare.

I settori in ritardo e quelli in crescita

A registrare un ritardo sono i settori del terziario (-79mila assunzioni) e del turismo (-50mila entrate programmate), mentre sono in crescita i comparti delle costruzioni e dell’Ict (tecnologie dell’informazione e della comunicazione). I dati emergono dal Bollettino mensile del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal.

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In ripresa anche il lavoro nell’industria metallurgica, meccatronica, farmaceutica e della moda, grazie alla spinta delle richieste che arrivano dai mercati esteri. Per i settori industriali si prevedono 110mila entrate, un +39mila rispetto a un anno fa. Segnali positivi arrivano anche dalla filiera alimentare e dal comparto dei trasporti, lanciato dal boom dell’e-commerce.

Tra le figure più richieste ci sono gli operai specializzati (59mila) e di macchinari (47mila), con un +22mila richieste per le professioni che richiedono una specializzazione elevata.

Un’Italia divisa in due

A soffrire è soprattutto il sud Italia, dove si vive in special modo di turismo e dei diversi settori ad esso legati (strutture alberghiere, ristoranti, negozi di souvenir, stabilimenti ecc.). Il comparto turistico è il più colpito dalla crisi portata dalla pandemia, stenta tuttora a ripartire e si prevedono ancora mesi difficili, con una ripresa lenta. In crescita, invece, le regioni del Nord Ovest e del Nord Est.

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Salvare il turismo del 2021: tra passaporto vaccinale e luoghi Covid free

Salvare il sistema turistico nazionale in vista dell’estate 2021. L’assenza di stranieri in vacanza nel nostro Paese è costata 11,2 miliardi (ben 23,3 milioni di viaggiatori in meno) secondo una stima di Coldiretti su dati Bankitalia. Un vuoto che l’anno scorso ha lasciato strascichi pesanti in tutto il comparto del turismo (alberghi, ristoranti, negozi di souvenir, musei ecc…). 

La situazione del turismo nel nostro Paese

In Italia, il settore del turismo e dei viaggi nel 2020 ha fatto un passo indietro come non accadeva da almeno 30 anni. Ma la pandemia rischia di mettere in ginocchio il settore anche nel 2021: in questa prima parte dell’anno si sono già persi circa 15 milioni di pernottamenti, facendo saltare sia il turismo invernale (piste da sci chiuse, località di montagna non accessibili hanno portato a un -80% di presenze rispetto all’anno scorso, uno scotto che pagano soprattutto le regioni del centro nord) che primaverile (lockdown e restrizioni fino a Pasqua, con gli eventi del Carnevale tutti aboliti).

Scarseggiano le prenotazioni estive e a lungo termine, mentre vengono privilegiati i viaggi last minute. Per tornare ai livelli pre-Covid secondo gli operatori del settore bisognerà aspettare almeno sei o nove mesi, sperando in una campagna di vaccinazione di massa, ma i meno ottimismi parlano di un’attesa ancora lunga (seconda metà del 2022).

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Green pass vaccinale

L’Ue sta spingendo per un passaporto vaccinale che rispetti la privacy e i dati sensibili, e che garantisca ai cittadini europei di spostarsi all’estero per lavoro e turismo.

Il digital green pass viene visto come uno strumento indispensabile per aiutare l’intero comparto a ripartire, perché in crisi non ci solo alberghi, agriturismi, ristoranti e b&b, ma anche le compagnie aeree, le aziende che gestiscono traghetti e treni. Soffrono le città d’arte ma anche tutte le altre località turistiche.

In Italia e in Grecia si sta facendo largo l’idea di “isole Covid free”, dove vaccinare subito i pochi abitanti e garantire l’accesso sicuro a chi avrà già avuto accesso al vaccino. Una chimera?

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Un anno di pandemia: stipendi più magri e lavoro femminile affossato

L’Italia ha perso in un anno di pandemia l’8,8% del Pil e circa 160 miliardi di euro rispetto al 2019. Tutto questo si traduce in stipendi più magri, lavoratori licenziati o costretti alla cassa integrazione, lavoro femminile penalizzato più di tutte le altre categorie e aziende sull’orlo della chiusura. La speranza è di riuscire a recuperare almeno un 3-4% nel corso del 2021, per augurarsi una ripresa quasi totale nel 2023.

La pandemia e il quadro drammatico

In questo contesto il quadro si fa drammatico per le famiglie: -29 miliardi di euro di reddito e -108 di consumi, con circa il 25% di decurtazioni delle entrare per il 15% dei nuclei familiari e la Caritas che annuncia un 45% di nuovi poveri (+14%). Non va meglio sul fronte imprese: persi circa 400 miliardi di euro di fatturato per coloro che sono stati costretti a chiudere.

L’unico a tenere, anzi a crescere e di molto, è il commercio dei beni online (+34%). In grave crisi, invece, il settore dello spettacolo e del fitness (musica, concerti, cinema, teatri e palestre) che accusa una perdita del 97% e milioni di operatori rimasti senza lavoro. A tenere il passo più di tutti è il settore manifatturiero. Un quadro complicato, a tratti drammatico per lavoro ed economia quello che emerge dalle indagini di Prometeia e Cgia di Mestre e riportati in un interessante articolo del Corriere della Sera a firma di Milena Gabanelli.

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Lavoro femminile affossato dalla crisi

L’Istat, invece, ha certificato che il 70% dei 444mila posti di lavoro scomparsi nel 2020 sono di donne impiegate nei settori commercio, ristorazione e alberghiero. Nel solo mese di dicembre su 101mila lavoratori rimasti senza attività ben 99mila sono donne. Questo a dimostrazione di come il lavoro femminile abbia pagato il prezzo più alto della pandemia, ma anche di come le donne abbiano spesso impieghi precari o autonomi, con contratti senza nessuna tutela.

Il gender gap occupazionale è stato messo in risalto e accentuato dalla pandemia. La parità di genere resta ancora una chimera.

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Smart-working: dall’orario di lavoro al lavoro per obiettivi

Articolo redatto da Osservatorio FondItalia

Il 22 febbraio l’Osservatorio sulle trasformazioni del lavoro e della formazione continua promosso da FondItalia ha organizzato la presentazione del volume di Domenico De MasiSmart-working. La rivoluzione intelligente (Marsilio, 2020).

L’iniziativa si è configurata come un incontro con l’autore, moderato da Gaetano Sabatini, professore ordinario di Storia economica all’Università Roma Tre e direttore dell’Istituto di Studi sul Mediterraneo (Isem) del Cnr, e accompagnato dagli interventi del Presidente di FondItalia, Francesco Franco, e del vicepresidente Egidio Sangue.

Domenico De Masi, docente emerito di Sociologia del Lavoro all’Università La Sapienza di Roma e autore di numerosi saggi riguardanti la società post-industriale e la sociologia del lavoro, ha ripercorso le tappe che in Italia hanno segnato il passaggio dai primi esperimenti di telelavoro mediante computer portatili condotti dall’Inps sotto la guida di Gianni Billia, fino all’esplosione dello smart-working, in conseguenza della pandemia di Covid-19.

I vantaggi dello smart-working

De Masi si è soffermato sui vantaggi dello smart-working, ma anche sugli ostacoli che si presentano lungo il suo percorso di consolidamento.

Per il telelavoratore i vantaggi sono rappresentati da un risparmio di tempi e costi legati allo spostamento verso gli uffici, con il ricavo di un maggior tempo libero da dedicare agli affetti personali e alla vita di quartiere. Per le imprese, l’adozione dello smart-working comporta notevoli risparmi sui costi fissi degli uffici e sugli spazi necessari. Inoltre, come dimostrano tutte le ricerche condotte durante il periodo della pandemia, beneficiando di una maggior soddisfazione da parte dei propri dipendenti, il datore di lavoro può registrare un aumento di produttività (nell’ordine del 15-20%).

Per il territorio e la comunità, la diffusione dello smart-working consente di ridurre il traffico, il sovraccarico dei mezzi pubblici, l’inquinamento e di aumentare l’occupazione femminile. Ovviamente, lo smart-working presenta anche degli svantaggi, che il sistema economico deve affrontare e risolvere.

Per i lavoratori si tratta in particolare del rischio di emarginazione dal contesto aziendale e della possibile confusione tra lavoro professionale e lavoro domestico. Per le imprese, le sfide sono rappresentate dall’impostare nuove modalità di monitoraggio dei lavoratori e dalla ricerca di soluzioni per mantenere alto il senso di appartenenza dei propri dipendenti. Soprattutto, l’autore ha evidenziato la presenza di resistenze al consolidamento dello smart-working, rappresentate in primo luogo da una concezione primitiva del potere da parte dei capi del personale, fondato sulla presenza fisica e sul “controllo a vista”, oltre che da ritardi normativi, contrattuali e tecnologici.

Smart-working e creatività

Il dibattito seguito alla relazione di De Masi è stato aperto dalle considerazioni del professor Sabatini, che ha richiamato l’equazione, proposta da De Masi nel suo libro, tra smart-working e creatività. Questa equazione, secondo Sabatini, è particolarmente interessante in un contesto, come quello attuale, di profonda ridefinizione professionale di quelle categorie che in certa qual misura dovranno più adattare la propria attività alla mutazione tecnologica che accompagna lo smart-working.

“Non torneremo alla normalità, perché la normalità è il problema. È dunque il modello di sviluppo che ci ha condotto a questo punto”, ha scritto De Masi nel suo volume. E proprio da questa sua frase è iniziato l’intervento del vicepresidente di Fonditalia, dott. Egidio Sangue, che ha voluto sottolineare come lo smart-working sia conveniente per stimolare una vera e propria rivoluzione culturale. Questa, in realtà, è già in corso e sta ridefinendo il rapporto tra uomo e lavoro e tra uomo e società.

Il dott. Sangue ha ricordato un altro passaggio interessante del libro di De Masi, che sottolinea come grazie allo smart-working si potranno estendere i privilegi, finora limitati a quei lavori intellettuali, anche a tutta una serie di lavoratori “esecutivi” che potranno grazie alla tecnologia migliorare il proprio rapporto con il lavoro e con la propria vita.

Per il dott. Sangue è molto interessante anche l’elaborazione di un nuovo modello di lavoro in azienda partecipativo e collaborativo, che accresca il valore aggiunto intellettuale (creatività) a beneficio dell’impresa, ma anche del lavoratore stesso, a proprio beneficio, e anche della società tutta.

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La formazione

Sul tema della formazione, il dott. Sangue ha ricordato le difficoltà di alcune famiglie e di alcuni lavoratori nell’adattarsi al lavoro da remoto, in particolare quelli privi della strumentazione necessaria per essere in condizione di “connettersi”, sia per mancanza di infrastrutture che per mancanza di competenze di base. “Non potendo organizzare la formazione in presenza – spiega il dott. Sangue – si fa fatica a far utilizzare la strumentazione di base alle imprese che vogliono fruire della formazione, a partire dalla dimestichezza di utilizzo di programmi di videochiamata, perché il paese è molto differenziato in termini di capacità di utilizzare certe tecnologie”. Alcune aree del paese, infatti, sono state purtroppo molto svantaggiate nell’utilizzo di queste nuove tecnologie.

Sul tema della “fine del lavoro”, ha ripreso la parola il professor De Masi, ricordando la conferenza di John Maynard Keynes a Madrid del 1930, dal titolo “Prospettive economiche per i nostri nipoti” (di cui riportiamo alcuni estratti al termine di questo contributo).

La profezia di Keynes, secondo il professor De Masi, è oggi una realtà per quanto riguarda il problema di “lavorite” che affligge milioni di persone, soprattutto in Italia. Questo problema accomuna moltissimi lavoratori: uomini più che donne, che lavorano troppo senza rendersi conto di togliere in questo modo il lavoro ai propri figli. Non c’è un reale carico di lavoro superiore per alcune professioni, ma un problema psicologico generalizzato di persone abituate all’overtime in azienda, a scapito di figli e nipoti che non trovano lavoro anche in età adulta.

“Siamo alla vigilia di una trasformazione importante: riducendo l’orario di lavoro, specialmente per i lavori intellettuali, si aumenterà la produttività”, ha detto il professor De Masi.

“Occorrerà sempre meno lavoro umano, questo è il progresso. Produrre di più ma lavorando di meno, di conseguenza anche le competenze: più umanesimo, più creatività, meno tecnica e specializzazione tecnica – dove le competenze mutano troppo velocemente. Anche gli scienziati, nel prossimo futuro, dovranno essere scienziati umanisti”.

Sono poi giunte al professore, in conclusione, domande da parte di alcuni degli studiosi che hanno partecipato alla presentazione.

Sul passaggio dal lavoro fondato su base oraria a quello per obiettivi, De Masi ha ribadito che questa è la chiave per adattarsi alla trasformazione in atto. “Facciamo un esempio: la produzione di idee segue un criterio e tempistiche diverse rispetto a mansioni manuali come quelle di avvitare bulloni in fabbrica. Oggi siamo già immersi in una rivoluzione di paradigma del lavoro e della produzione, per cui non vince chi ripete di più, ma vince chi crea di più. Si guadagna molto di più con un’idea nuova che ripetendo mille volte idee vecchie. Serve valorizzare la parte creativa dell’uomo, non quella esecutiva”, ha detto De Masi.

“Tanti obiettivi mi hai raggiunto e tanto ti pago, non tante ore lavori”. Dopo questa considerazione, De Masi si è rivolto ai formatori e ai docenti universitari, facendo notare che proprio su questo tema si apre una prateria immensa per i formatori. Per il professore, infatti, questi non devono formare i lavoratori, ma devono concentrarsi sui capi reparto, sui capi del personale, che devono trasformare “il lavoro per flusso” in “lavoro per obiettivi”. “Bisogna preparare subito pacchetti formativi a riorganizzare subito il lavoro per obiettivi”, ha consigliato De Masi.

Infine, il Professor Sabatini ha ricordato l’opportunità offerta dallo smart-working di rivitalizzazione di alcuni territori che versavano in stato di abbandono. Preoccupa il divario che tenderà a polarizzarsi tra lavoratori “manuali” e lavoratori “intellettuali”. Se osserviamo i dati delle infrastrutture, notiamo che stanno raggiungendo anche le aree finora marginali, ma il timore è che il divario resti troppo ampio. Ma è anche vero – ha fatto notare Sabatini – che lavorare a distanza potrebbe spingere ancor di più verso l’abbandono delle aree urbane e il recupero di territori spopolati, che a patto di essere rapidamente dotate di infrastrutture, potranno essere valorizzati nel prossimo futuro.

 

Estratti dalla Conferenza tenuta da Keynes a Madrid nel giugno del 1930. Ora nel nono volume dei suoi Collected Writings intitolato Essays in Persuasion, tradotta in Italia da Bollati Boringhieri (La fine del laissez faire ed altri scritti, Torino 1991).

IL PESSIMISMO ECONOMICO

In questo momento siamo affetti da un grave attacco di pessimismo economico. È cosa comune sentir dire dalla gente che è ormai conclusa l’epoca dell’enorme progresso economico che ha caratterizzato il secolo XIX; che adesso il rapido miglioramento del tenore di vita dovrà rallentare, per lo meno in Gran Bretagna; che nel prossimo decennio è più probabile un declino anziché un fiorire della prosperità.

La depressione che domina nel mondo, l’atroce anomalia della disoccupazione in un mondo pieno di bisogni, i disastrosi errori che abbiamo commesso ci rendono ciechi di fronte a quanto sta accadendo sotto il pelo dell’acqua, cioè di fronte al significato delle tendenze autentiche del processo. Voglio affermare, infatti, che entrambi i contrapposti errori di pessimismo, che sollevano oggi tanto rumore nel mondo, si dimostreranno errati nel corso della nostra stessa generazione: il pessimismo dei rivoluzionari, i quali pensano che le cose vadano tanto male che nulla possa salvarci se non il rovesciamento violento; e il pessimismo dei reazionari i quali ritengono che l’equilibrio della nostra vita economica e sociale sia troppo precario per permetterci di rischiare nuovi esperimenti.

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QUALI SONO LE PROSPETTIVE ECONOMICHE PER I NOSTRI NIPOTI?

Dai tempi più remoti di cui abbiamo conoscenza (diciamo duemila anni prima di Cristo) fino all’inizio del secolo XVIII, il livello di vita dell’uomo medio, che vivesse nei centri civili del mondo, non ha subito grandi mutamenti. Alti e bassi sicuramente. Comparse di epidemie, carestie e guerre. Intervalli aurei. Ma nessun balzo in avanti, nessun cambiamento violento. Nei quattromila anni, conclusisi all’incirca nell’anno di grazia 1700, alcuni periodi hanno fatto registrare un miglioramento del 50 per cento (nel migliore del casi del 100 per cento) rispetto ad altri. Questo lento tasso di progresso, ovvero questa mancanza di progresso, era dovuto a due motivi: l’assenza vistosa di miglioramenti tecnici di rilievo e la mancata accumulazione di capitale.

L’assenza di grandi invenzioni tecniche fra l’era preistorica e i tempi relativamente moderni è davvero degna di nota. Quasi tutto ciò che, di sostanziale importanza, il mondo possedeva all’inizio dell’età moderna, era già noto all’uomo agli albori della storia. Il linguaggio, il fuoco, gli stessi animali domestici che abbiamo oggi, il grano, l’orzo, la vite e l’olivo, l’aratro, la ruota, il remo, la vela, le pelli, la tela e il panno, i mattoni e le terrecotte, l’oro e l’argento, il rame, lo stagno e il piombo (e il ferro vi si aggiunse prima del 1000 a C.), il sistema bancario, l’arte del governo, la matematica, l’astronomia e la religione: non sappiamo quando l’uomo abbia avuto per la prima volta in mano queste cose. In una certa epoca, anteriore all’inizio della storia, forse durante uno di quei favorevoli intervalli che hanno preceduto l’ultima epoca glaciale, deve essere esistita un’era di progresso e di invenzioni paragonabile a quella in cui viviamo oggi. Ma per la maggior parte della storia vera e propria non si è avuto nulla del genere.

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BISOGNI ASSOLUTI E BISOGNI RELATIVI

Ammettiamo, a titolo di ipotesi, che di qui a cent’anni la situazione economica di tutti noi sia in media di otto volte superiore a quella odierna. Cosa di cui, in verità, non dovremmo affatto stupirci.

È ben vero che i bisogni degli esseri umani possono apparire inesauribili. Essi, tuttavia, rientrano in due categorie: i bisogni assoluti, nel senso che li sentiamo quali che siano le condizioni degli esseri umani nostri simili, e quelli relativi, nel senso che esistono solo in quanto la soddisfazione di essi ci eleva, ci fa sentire superiori ai nostri simili. I bisogni della seconda categoria, quelli che soddisfano il desiderio di superiorità, possono davvero essere inesauribili poiché quanto più alto è il livello generale, tanto maggiori diventano. Il che non è altrettanto vero dei bisogni assoluti: qui potremmo raggiungere presto, forse molto più presto di quanto crediamo, il momento in cui questi bisogni risultano soddisfatti nel senso che preferiamo dedicare le restanti energie a scopi non economici. Veniamo ora alla mia conclusione che credo riterrete sconcertante, anzi quanto più ci ripenserete, tanto più la troverete sconcertante.

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UN COLLASSO NERVOSO GENERALE

Giungo alla conclusione che, scartando l’eventualità di guerra e di incrementi demografici eccezionali, il problema economico può essere risolto, o per lo meno giungere in vista di soluzione, nel giro di un secolo. Ciò significa che il problema economico non è, se guardiamo al futuro, il problema permanente della razza umana.

Perché mai, potrete chiedere, è cosa tanto sconcertante? È sconcertante perché, se invece di guardare al futuro ci rivolgiamo al passato, vediamo che il problema economico, la lotta per la sussistenza, è sempre stato, fino a questo momento il problema principale, il più pressante per la razza umana: anzi, non solo per la razza umana, ma per tutto il regno biologico dalle origini della vita nelle sue forme primitive. Pertanto la nostra evoluzione naturale, con tutti i nostri impulsi e i nostri istinti più profondi, è avvenuta al fine di risolvere il problema economico. Ove questo fosse risolto, l’umanità rimarrebbe priva del suo scopo tradizionale.

Sarà un bene? Se crediamo almeno un poco nei valori della vita, si apre per lo meno una possibilità che diventi un bene. Eppure io penso con terrore al ridimensionamento di abitudini e istinti nell’uomo comune, abitudini e istinti concresciuti in lui per innumerevoli generazioni e che gli sarà chiesto di scartare nel giro di pochi decenni. Per adoperare il linguaggio moderno, non dobbiamo forse attenderci un “collasso nervoso” generale? Abbiamo già avuto una piccola esperienza di quello che intendo, cioè un collasso nervoso simile al fenomeno già piuttosto comune in Gran Bretagna e negli Stati Uniti fra le donne sposate delle classi agiate, sventurate donne in gran parte, che la ricchezza ha privato dei compiti e delle occupazioni tradizionali: donne che non riescono a trovare sufficiente interesse nel cucinare, pulire, rammendare quando vi manchi la spinta della necessità economica: e che tuttavia sono assolutamente incapaci di inventare qualche cosa di più divertente.

Per chi suda il pane quotidiano il tempo libero è un piacere agognato: fino momento in cui l’ottiene. Ricordiamo l’epitaffio che scrisse per la sua tomba quella vecchia donna di servizio:

Non portate il lutto, amici, non piangere per me che farò finalmente niente, niente per l’eternità.

Questo era il suo paradiso. Come altri che aspirano al tempo libero, la donna di servizio immaginava solo quanto sarebbe stato bello passare il tempo a far da spettatore.

C’erano, infatti, altri due versi nell’epitaffio:

Il paradiso risuonerà di salmi e di dolci musiche ma io non farò la fatica di cantare.

Eppure la vita sarà tollerabile solo per quelli che partecipano al canto: e quanto pochi di noi sanno cantare!

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COME IMPIEGARE IL TEMPO LIBERO?

Pertanto, per la prima volta dalla sua creazione, l’uomo si troverà di fronte al suo vero, costante problema: come impiegare la sua libertà dalle cure economiche più pressanti, come impiegare il tempo libero che la scienza e l’interesse composto gli avranno guadagnato, per vivere bene, piacevolmente e con saggezza.

Gli indefessi, decisi creatori di ricchezza potranno portarvi tutti, al loro seguito, in seno all’abbondanza economica. Ma saranno solo coloro che sanno tenere viva, e portare a perfezione l’arte stessa della vita, e che non si vendono in cambio dei mezzi di vita, a poter godere dell’abbondanza, quando verrà.

Eppure non esiste paese o popolo, a mio avviso che possa guardare senza terrore all’era del tempo libero e dell’abbondanza. Per troppo tempo, infatti, siamo stati allenati a faticare anziché godere. Per l’uomo comune, privo di particolari talenti, il problema di darsi un’occupazione è pauroso, specie se non ha più radici nella terra e nel costume o nelle convenzioni predilette di una società tradizionale.

A giudicare dalla condotta e dal risultati delle classi ricche di oggi, in qualsiasi regione del mondo, la prospettiva è davvero deprimente. Queste classi, infatti, sono per così dire la nostra avanguardia, coloro che esplorano per noi la terra promessa e che vi piantano le tende. E per la maggior parte costoro, che hanno un reddito indipendente ma nessun obbligo o legame o associazione, hanno subito una sconfitta disastrosa, così mi sembra, nel tentativo di risolvere il problema che era in gioco.

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L’ISTINTO DI ADAMO

Sono certo che, con un po’ più di esperienza, noi ci serviremo del nuovo generoso dono della natura in modo completamente diverso da quello dei ricchi di oggi e tracceremo per noi un piano di vita completamente diverso che non ha nulla a che fare con il loro. Per ancora molte generazioni l’istinto del vecchio Adamo rimarrà così forte in noi che avremo bisogno di un qualche lavoro per essere soddisfatti. Faremo, per servire noi stessi, più cose di quante ne facciano di solito i ricchi d’oggi, e saremo fin troppo felici di avere limitati doveri, compiti, routines. Ma oltre a ciò dovremo adoperarci a far parti accurate di questo “pane” affinché il poco lavoro che ancora rimane sia distribuito fra quanta più gente possibile.

Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore possono tenere a bada il problema per un buon periodo di tempo. Tre ore di lavoro al giorno, infatti, sono più che sufficienti per soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi.

Dovremo attenderci cambiamenti anche in altri campi. Quando l’accumulazione di ricchezza non rivestirà più un significato sociale importante, interverranno profondi mutamenti nel codice morale. Dovremo saperci liberare di molti dei principi pseudomorali che ci hanno superstiziosamente angosciati per due secoli, e per i quali abbiamo esaltato come massime virtù le qualità umane più spiacevoli. Dovremo avere il coraggio di assegnare alla motivazione “denaro” il suo vero valore. L’amore per il denaro come possesso, e distinto dall’amore per il denaro come mezzo per godere i piaceri della vita, sarà riconosciuto per quello che è: una passione morbosa, un po’ ripugnante, una di quelle propensioni a metà criminali e a metà patologiche che di solito si consegnano con un brivido allo specialista di malattie mentali.

Saremo, infine, liberi di lasciar cadere tutte quelle abitudini sociali e quelle pratiche economiche relative alla distribuzione della ricchezza e alle ricompense e penalità economiche, che adesso conserviamo a tutti i costi, per quanto di per se sgradevoli e ingiuste, per la loro incredibile utilità a sollecitare l’accumulazione del capitale. Naturalmente continueranno ad esistere molte persone dotate di attivismo e di senso dell’impegno intensi e insoddisfatti, che perseguiranno ciecamente la ricchezza a meno che non riescano a trovarvi un sostituto plausibile. Ma non saremo più tenuti all’obbligo di lodarle e di incoraggiarle perché sapremo penetrare, più a fondo di quanto sia lecito oggi, il significato vero di questo “impegno” di cui la natura ha dotato in varia misura quasi tutti noi. “Impegno” infatti, significa preoccuparsi dei risultati futuri delle proprie azioni più che della loro qualità o del loro effetto immediato nel nostro ambiente. L’uomo “impegnato” tenta sempre di assicurare alle sue azioni un’immortalità spuria e illusoria, proiettando nel futuro l’interesse che vi ripone.

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LA BEATITUDINE ECONOMICA

Vedo quindi gli uomini liberi tornare ad alcuni del principi più solidi e autentici della religione e della virtù tradizionali: che l’avarizia è un vizio, l’esazione dell’usura una colpa, l’amore per il denaro spregevole, e che chi meno s’affanna per il domani cammina veramente sul sentiero della virtù e della profonda saggezza. Rivaluteremo di nuovo i fini sui mezzi e preferiremo il bene all’utile. Renderemo onore a chi saprà insegnarci a cogliere l’ora e il giorno con virtù, alla gente meravigliosa capace di trarre un piacere diretto dalle cose, i gigli del campo che non seminano e non filano.

Ma attenzione! Il momento non è ancora giunto. Per almeno altri cent’anni dovremo fingere con noi stessi e con tutti gli altri che il giusto è sbagliato e che lo sbagliato è giusto, perché quel che è sbagliato è utile e quel che è giusto no. Avarizia, usura, prudenza devono essere il nostro dio ancora per un poco, perché solo questi principi possono trarci dal cunicolo del bisogno economico alla luce del giorno.

Attendo, quindi, in giorni non troppo lontani, la più grande trasformazione che mai sì sia verificata nell’ambiente fisico in cui si muove la vita degli esseri umani come aggregato. Ma, naturalmente, tutto avverrà per gradi, non come una catastrofe. Tutto, anzi, è già incominciato. Le cose andranno semplicemente così: sempre più vaste diventeranno le categorie e i gruppi di persone che in pratica non conoscono i problemi della necessità economica. Ci si renderà conto della differenza critica quando questa condizione si sarà a tal punto generalizzata da mutare la natura del dovere dell’uomo verso il suo simile: infatti l’impegno del fare verso gli altri continuerà ad avere una ragione anche quando avrà cessato di averla il fare a nostro vantaggio.

Il ritmo con cui possiamo raggiungere la nostra destinazione di beatitudine economica, dipenderà da quattro fattori: la nostra capacità di controllo demografico, la nostra determinazione nell’evitare guerre e conflitti civili, la nostra volontà di affidare alla scienza la direzione delle questioni che sono di sua stretta pertinenza, e il tasso di accumulazione in quanto determinato dal margine fra produzione e consumo. Una volta conseguiti i primi tre punti il quarto verrà da sé.

In questo frattempo non sarà male por mano a qualche modesto preparativo per quello che è il nostro destino, incoraggiando e sperimentando le arti della vita non meno delle attività che definiamo oggi “impegnate”.

Ma, soprattutto, guardiamoci dal sopravvalutare l’importanza del problema economico o di sacrificare alle sue attuali necessità altre questioni di maggiore e più duratura importanza. Dovrebbe essere un problema da specialisti, come la cura dei denti. Se gli economisti riuscissero a farsi considerare gente umile, di competenza specifica, sul piano dei dentisti, sarebbe meraviglioso.

Alessandro Albanese Ginammi, ricercatore di EcoLab, ha scritto i titoli dei paragrafetti. Tempo fa aveva pubblicato un articolo sul tema, che può essere ripreso in totale libertà:

 

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