Le sei figure professionali del futuro e le competenze 4.0 secondo il World Manufacturing Forum

Qual è il lavoro del futuro? Potrebbe sembrare una domanda da un milione di dollari, eppure il World Manufacturing Forum (l’evento organizzato a fine settembre da Confindustria Lombardia, IMS, Politecnico di Milano, con il sostegno della Regione Lombardia) ha già provato a dare una risposta. Facendo un’analisi ben strutturata, il WMF si è concentrato sulle competenze 4.0 e su quello che il mondo potrà offrire in campo professionale ai giovani di oggi e di domani.

Le professioni del futuro secondo il World Manufacturing Forum

Entro il 2030, un futuro quindi non molto distante da oggi, le sei figure professionali vincenti saranno: manager dell’etica digitale, ingegnere 4.0 in versione lean, esperto di big data, esperto nella robotica collaborativa, IT integration manager e consulente digitale. Professioni che prenderanno il posto di lavoro molto più manuali, ma per le quali servirà formare il personale.

L’investimento più importante sarà quindi sulla formazione e il know-how, dando a tutti la possibilità di sviluppare abilità ritenute fondamentali per questi tipi di lavori. Oltre a una generale preparazione digitale e alla capacità di risolvere situazione complesse, sarà importante imparare nuove tecnologie e credere nel lavoro di squadra.

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La formazione continua per le competenze 4.0

L’accelerazione tecnologica pone come primo obiettivo per ogni azienda la possibilità di dover aggiornare il proprio personale in maniera continua per evitare che ogni lavoratore si ritrovi ad avere una serie di conoscenze troppo obsolete rispetto al momento che vive.

Tra le 10 competenze del futuro, il WMF inserisce:

  • alfabetizzazione digitale
  • capacità di utilizzare e progettare nuove soluzioni di analisi dei dati
  • risoluzione di problemi in ​​tempi rapidi
  • forte mentalità imprenditoriale
  • capacità di lavorare in modo sicuro ed efficace con le nuove tecnologie
  • mentalità interculturale e disciplinare
  • sicurezza informatica, privacy e consapevolezza dei dati/informazioni
  • capacità di gestire la crescente complessità di molteplici compiti simultanei
  • competenze di comunicazione attraverso diverse piattaforme e tecnologie
  • apertura mentale verso il cambiamento e capacità di trasferire le proprie conoscenze.

«Nel mezzo della quarta rivoluzione industriale – ha sottolineato il presidente della Fondazione WMF Alberto Ribolla – per completare il cambiamento focalizzato sulle persone, dobbiamo governare il percorso garantendo la compatibilità tra tre fattori fondamentali per il futuro delle nostre società: economico, sociale e ambientale. Non c’è vera prosperità se gli indicatori economici crescono a spese dell’ambiente, delle risorse naturali e dei territori. E non c’è futuro se l’industria non inizia a condividere la prosperità all’interno delle nostre società in modo non dogmatico».

Ad aiutare, inoltre, le piccole e medie aziende a diventare più digitali è da poco nato anche il servizio di “Digital Mentoring”. Un network di professionisti, manager e imprenditori che hanno competenze nel campo delle tecnologie impresa 4.0, e le mettono a disposizione delle società per indirizzarle verso la digitalizzazione 4.0.

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Piano industria 4.0: cosa succederà nel 2020? Le agevolazioni per le imprese nella nuova Legge di Bilancio

Confermate le agevolazioni fiscali come iperammortamento, superammortamento, bonus ricerca e sviluppo, credito d’imposta formazione anche nella nuova Legge di Bilancio, presentata in Parlamento a metà ottobre e inviata all’UE. Il documento finanziario entrerà in vigore il 1° gennaio 2020, ma dovrà essere approvato in via definitiva dalle Camere entro il 31 dicembre 2019.

Le agevolazioni per le imprese

Il Governo con questa proroga del Piano Industria 4.0 continua ad incentivare le aziende per quanto riguarda l’ammodernamento dei beni strumentali, ma anche la formazione digitale dei dipendenti. Le aziende finora hanno potuto investire in innovazioni tecnologiche, ottenendo anche degli effetti benefici sul mercato. Una strada importante questa tracciata dal Piano Industria 4.0 che dà alle imprese la possibilità di usufruire di una serie di bonus fiscali per lo sviluppo digitale, proiettandosi quindi verso la quarta rivoluzione industriale.

L’iperammortamento, in particolare, favorisce l’investimento a una produzione sempre più automatizzata e iperconnessa (al 270% per gli investimenti fino a 2,5 milioni di euro, al 200% fino a 10 milioni di euro e al 150% fino a 20 milioni); il superammortamento invece prevede maggioranze del 30% sull’acquisto di beni strumentali nuovi. Il bonus formazione è invece riferito agli investimenti per il personale (credito d’imposta al 40% fino a 300mila euro); infine ricerca e sviluppo con un credito d’imposta dal 25 al 50%, fino a un tetto di 10 milioni di euro. Nella nuova Legge di Bilancio 2020 ci saranno anche delle agevolazioni per andare incontro alle Pmi.

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Le novità della Legge di Bilancio 2020

Il Governo ha deciso di continuare a incentivare il Piano Industria 4.0 per stimolare le imprese a nuovi investimenti. Le novità inserire e che attendono l’approvazione riguardano: il piano strutturale per il Mezzogiorno; e il patto verde (Green new deal) per investimenti sostenibili;. Per andare incontro ai lavoratori è previsto, invece, un piano strategico di prevenzione infortuni e malattie professionali, leggi sulla parità di genere nelle retribuzioni e sull’equo compenso.

La situazione delle imprese 4-0

L’ultimo rapporto Mise sulla diffusione delle imprese 4.0 pubblicato nel luglio 2018 evidenziava un quadro in cui:

– l’8,4% delle imprese utilizza almeno una delle tecnologie considerate

– il 4,7% delle imprese ha in programma investimenti specifici nel prossimo triennio

– l’86,9% del totale imprese sono “tradizionali”, non utilizza tecnologie 4.0 e né ha in programma interventi futuri.

La diffusione delle tecnologie 4.0 è maggiore nel centro-nord (9,2%) rispetto al Mezzogiorno (6,1%).

schema imprese 4.0

Entrando nel dettaglio delle tecnologie utilizzate:

  • il 48% circa delle imprese 4.0 utilizza solo le tecnologie di gestione dei dati
  • il 36% è attivo sia nelle tecnologie che riguardano il processo produttivo in senso stretto sia nella gestione dei dati.
  • Il 16% utilizza esclusivamente le tecnologie produttive.

Ovviamente più le aziende hanno un numero di dipendenti crescete e più riescono a fruttare tecnologie differenti.

Nel triennio che stiamo vivendo il 10% delle imprese prevede un intervento nel prossimo triennio e di queste almeno il 3,7% implementerebbe 4 o più tecnologie. Inoltre più aumenta il numero dei dipendenti e più la percentuale di investimento aumenta. Solo le imprese meridionali mostrano un divario negativo per gli impegni futuri.

schema imprese tecnologia 4.0

Smart working da sviluppare: quali aziende lo fanno e come funziona

Negli ultimi anni si è diffuso il modello organizzativo dello smart working o lavoro agile (L. n. 81/2017, artt. 18-23), che non è semplicemente l’attività lavorativa svolta da casa o comunque da un ambiente esterno all’azienda stessa, ma una modalità di lavoro che, pur non avendo vincoli di luogo e di orario, individua obiettivi ben precisi per i lavoratori.

I dati e i vantaggi dello smart working

Una recente ricerca dell’Osservatorio Smart Working (ripogrtata dal portale Digital4HR) parla di una modalità lavorativa in forte ascesa: dai 480mila smart worker del 2018 (56% delle grandi imprese, 8% delle PA e 8% delle PMI) si è passati ai 570mila del 2019 registrando un +20% (con il 58% delle grandi imprese, 16% delle PA e il 12% delle PMI). Inoltre il lavoro agile riduce l’assenteismo, migliora la qualità di vita del lavoratore (stress e tempo degli spostamenti) e la sua produttività e fa sì che l’azienda possa ridurre i costi per lo spazio fisico, mense e parcheggi da destinare ai lavoratori. Il tele-lavoro è anche amico dell’ambiente: meno traffico e meno inquinamento. Gli smart worker sono più soddisfatti del lavoro rispetto agli altri lavoratori (31% contro 19%), ma anche del rapporto con i colleghi (31% contro 23%) e con i superiori (25% contro 19%).

Effetti positivi dello smart working

Lo smart working offre flessibilità e autonomia in cambio di responsabilizzazione dei risultati. Servono competenze digitali, oltre a fiducia e autonomia del capo e dei colleghi nei confronti del lavoratore agile. Infatti per molti si pone il dubbio proprio su questo fronte: controllo del lavoro e sicurezza del lavoratore che opera in spazi esterni dall’ufficio.

Il lavoratore deve essere in grado di separare lo spazio dedicato al lavoro da ambienti e impegni familiari. In un contesto lavorativo come questo diventano fondamentali aspetti come collaborazione, feedback, chiara organizzazione del lavoro e formazione per rendere autonomi e responsabili i dipendenti. Importante anche mantenere una riunione (al massimo due a settimana) per favorire un minimo di socializzazione e di contatto tra colleghi, oltre che sfruttare l’occasione per fare il punto della situazione. Ma di sicuro è una modalità di lavoro che va incontro a chi ha figli piccoli o genitori anziani da accudire.

Cosa accadrà in futuro

Grazie alla sempre più diffusa tecnologia (reti wifi, smartphone e pc portatili) si ipotizza che in futuro la maggior parte dei lavoratori europei sarà smart worker: nel giro di qualche anno si potrebbe avere una percentuale fino al 65%; in Italia si toccherebbe quota 10 milioni di persone.

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Occupazione e Pil: i dati positivi delle industrie con una alta intensità di diritti di proprietà intellettuale

L’Italia guadagna un piccolo primato nel settore dell’occupazione, addirittura migliore rispetto alla media dell’Unione Europea. Un posto di lavoro su tre, infatti, si trova nelle industrie che fanno un uso massiccio di marchi e brevetti. In pratica le industrie con un’alta intensità di diritti di proprietà intellettuale (Dpi) creano un numero maggiore di posti di lavoro, diventando sempre più parte integrante del Pil del paese, dell’occupazione degli scambi nella Ue. A dirlo è uno studio congiunto dell’Ufficio europeo dei brevetti (Ueb) e dell’Agenzia Ue per la tutela dei marchi e della proprietà intellettuale (Euipo) sul periodo 2014-2016. Un primo studio era uscito nel 2016, analizzando il periodo 2011-2013.

Lo studio Equipo ed Epo

La relazione ha messo sotto la lente di ingrandimento i diversi settori industriali che utilizzano marchi, brevetti, modelli, disegni e diritti d’autore e come questi contribuiscono all’economia dell’Unione Europea. Il primo dato che emerge è che le aziende che fanno un uso intensivo di marchi e brevetti contribuiscono alla metà del Pil italiano, più del 45% e 6,6 trilioni di euro (il dato precedente era del 37% e di 5,4 trilioni di euro), e rappresentano 63 milioni di posti di lavoro (29,2% di tutti gli impieghi) rispetto ai 61,7 del triennio precedente. Inoltre, altri 21 milioni di persone hanno un’occupazione in un settore che fornisce a questo comparto beni e servizi (il numero dei posti di lavoro sale così a 83,8 milioni, per una percentuale pari a 38,9). In generale l’occupazione nelle industrie ad alta intensità Dpi ha fatto registrare più di un milione di posti di lavoro rispetto al triennio 2011-2013, mentre è diminuita di poco l’occupazione dei 28 stati Ue.

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Il Pil e le aziende che usano brevetti e marchi

Le industrie ad alta intensità di diritti di proprietà intellettuale danno occupazione a 7 milioni di persone (31,5% di tutti i posti di lavoro) e contribuiscono con 774 miliardi di euro al PIL dell’Italia (46,9%). Inoltre, riescono a dare ai propri dipendenti retribuzioni più alte rispetto ad altre aziende (+47%, ma la percentuale sale a 72% in riferimento alle industrie con alta intensità di brevetti). Tra tutte emergono le aziende che usano disegni, modelli e brevetti per ritrovati vegetali e indicazioni geografiche, che creano 3,79 milioni di posti di lavoro (17,2% di tutti i posti di lavoro) e contribuiscono al Pil dell’Italia con 279 miliardi di euro (16,9% del Pil). Una media che supera e non di poco quella della Ue.

Questo genere di industrie è più innovativo e resiliente, difficilmente quindi vanno in crisi, per questo proteggerle dalle contraffazioni è fondamentale. I settori più trainanti sono design, abbigliamento, accessori, gioielli e arredamento.

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Altri dati significativi

In Europa le industrie ad alta intensità di diritti di proprietà intellettuale sono 353. Rispetto al triennio 2011-2013 si è registrato un aumento (dato precedente 342). Inoltre, lo studio evidenzia che «le industrie impegnate nello sviluppo di tecnologie di mitigazione dei cambiamenti climatici hanno rappresentato il 2,5% dell’occupazione e il 4,7% del Pil nell’UE per il periodo 2014-2016». Mentre i dati dei comparti legati alla quarta rivoluzione industriale registrano un 1,9% dell’occupazione e il 3,9% del Pil.

 

Tabella 1: contributo diretto e indiretto delle industrie ad alta intensità di diritti di proprietà intellettuale all’occupazione, media 2014-2016

Industrie ad alta intensità di diritti di proprietà intellettuale Occupazione (diretta) Quota occupazione totale (diretta) Occupazione (diretta+indiretta) Quota occupazione totale (diretta+indiretta)
Ad alta intensità di marchi 46 700 950 21,7% 65 047 936 30,2%
Ad alta intensità di disegni e modelli 30 711 322 14,2% 45 073 288 20,9%
Ad alta intensità di brevetti 23 571 234 10,9% 34 740 674 16,1%
Ad alta intensità di diritti d’autore 11 821 456 5,5% 15 358 044 7,1%
Ad alta intensità di indicazioni geografiche n/d n/d 399 324 0,2%
Ad alta intensità di privative per ritrovati vegetali 1 736 407 0,8% 2 618 502 1,2%
Tutte le industrie ad alta intensità di DPI 62 962 766 29,2% 83 807 505 38,9%
Occupazione totale nell’UE 215 520 333

 

Tabella 2: quota dell’occupazione nelle industrie ad alta intensità di diritti di proprietà intellettuale attribuita a imprese straniere 2014-2016, media UE

Industrie ad alta intensità di diritti di proprietà intellettuale Quota UE Quota non UE Totale quota non nazionale
Ad alta intensità di marchi 11,5% 9,2% 20,6%
Ad alta intensità di disegni e modelli 13,0% 9,8% 22,8%
Ad alta intensità di brevetti 14,5% 12,0% 26,5%
Tutte le industrie ad alta intensità di DPI 12,9% 9,8% 22,7%

 

Il futuro del cinema e dell’audiovisivo: business in crescita e nuove figure professionali

Il cinema italiano genera un giro d’affari di circa 4 miliardi e conferma una costante crescita nei ricavi e nell’innovazione. In questo contesto nascono anche tante nuove figure professionali che si vanno ad affiancare a quelle storiche, che però per stare al passo con i tempi hanno bisogno di una attenta formazione continua. E se da una parte le sale cinematografiche vanno in crisi, dall’altra va sottolineato l’ampliamento del mercato e il numero delle piattaforme internazionali che danno spazio a tutti i prodotti audiovisivi.

L’investimento di FondItalia nel cinema

In occasione della rassegna Otranto Film Fund Festival – sostenuta da FondItalia – che si è tenuta nella cittadina pugliese a metà settembre, sia il presidente Francesco Franco che il direttore Egidio Sangue hanno sottolineato l’importanza del cinema e del settore dell’audiovisivo come grande risorsa per il nostro paese dal punto di vista dell’occupazione e del valore economico.

«La formazione rappresenta uno dei principali strumenti per investire sulla crescita» hanno ribadito i due vertici di FondItalia, che durante l’evento di Otranto hanno sottolineato come «nel mondo del cinema lavorano molti giovani, un quarto degli occupati nella produzione ha meno di 30 anni, forte anche la presenza delle donne e come si faccia sempre più forte la richiesta di competenze specialistiche».

Lo studio di Anica e Unicredit

Recentemente Unicredit e Anica (Associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive e multimediali) hanno parlato del futuro dell’industria cinematografica italiana nel forum “Il cinema è cultura, industria, ricerca”, sia in riferimento alle produzioni mondiali che all’innovazione tecnologica.

Per l’occasione è stato presentato uno studio sul settore, in cui si è evidenziata la crescita dei ricavi tra il 3 e il 6 per cento negli ultimi anni. Ma a una redditività in crescita si contrappone la crisi delle sale cinematografiche: 6,89% di presenze in meno nel 2018 rispetto al 2017 e -18,42% rispetto al 2016; incassi del 2018 in calo con -4,98% rispetto al 2017 e un -16,01% rispetto al 2016). I cinema soffrono la concorrenza di tv e internet e provano a ingegnarsi per offrire al pubblico nuovi servizi (come ad esempio l’apertura al pubblico sin dalla mattina, servizio di babysitteraggio, sala on-demand per scegliere la pellicola da visionare, nuovi spazi per eventi e altre attività).

E se i ricavi non sono aumentati, nonostante il rincaro sui biglietti, il dato che fa sorridere è quello del box office della produzione italiana e delle co-produzioni: il 2018 ha registrato un incasso di 127.8 milioni di euro (+23,86% rispetto al 2017). In sostanza non c’è stato un film italiano che ha fatto il cosiddetto boom ma un maggior numero di pellicole che hanno attirato l’attenzione del pubblico, mettendo in evidenza la pluralità dei generi e la qualità dei lavori.

Secondo i dati dello studio Unicredit: l’intera filiera cinematografica italiana (composta da produttori, distributori, industrie tecniche, esercenti, produttori di apparecchi cinematografici) genera un giro d’affari di circa 4 miliardi di euro. Nel comparto risultano attive oltre 2.000 aziende, quasi tutte di piccole dimensioni (il 97% è sotto i 10mln di fatturato).

doppiaggio

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Il futuro del comparto audiovisivo 

A fare da volano a tutto il settore sarà l’innovazione tecnologica e l’ampliamento del mercato internazionale, ma anche contenuti di grande qualità da distribuire su diverse piattaforme, portando a una crescita di tutto il settore.

Il mondo del cinema, proprio perchè si dirige verso un futuro tecnologico sempre più ampio, ha bisogno di investire in formazione per essere al pari o a un livello superiore rispetto ai competitor stranieri. Non si tratta solo di investimenti, ma anche di ulteriori specializzazioni per tutte le figure che fanno parte del comparto.

Davanti alla macchina da presa ci sono gli attori, ma sono tutti coloro che non si vedono e ma lavorano dietro le quinte a creare la magia del cinema; dal regista ai tecnici c’è un mondo immenso: montatori, fotografi, effettisti, addetti al casting, all’edizione e al doppiaggio, cartellonisti, costumisti, musicisti, produttori e manager, macchinisti, microfonisti, operatori, runner, attrezzisti, arredatori, pittori, scenografi, truccatori, stuntman e sceneggiatori.

Le nuove professioni

Accanto alle figure storiche del settore, la tecnologia ne ha già create altre: ai classici canali di comunicazione si è aggiunto, ad esempio, il social media manager per le campagne di marketing prima dell’uscita del film e che racconta attraverso i social, creando una certa attesa, il film che si sta girando. Ma c’è anche il personal trainer del set, che aiuta i protagonisti a mantenere la forma fisica dall’inizio alla fine delle riprese che a volte durano parecchi mesi.

Ultimamente sono molto richiesti gli action-cam, a metà tra cameram e stuntman, ma in grado di utilizzare le apparecchiature di ultima generazione per riprendere azioni spettacolari da un punto di vista unico e far vivere grandi emozioni al pubblico. Anche documentari e fiction usano negli ultimi anni i grandi effetti scenici che richiedono tecnici specializzati in ripresa 4k e animazione 3D. Il cinema è un mondo in continua evoluzione, e come tale ha bisogno di figure professionali costantemente formate e pronte a cogliere al volo le opportunità che il settore offre.

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FondItalia sostiene l’edizione 2019 dell’Otranto Film Fund Festival

Si svolgerà dal 9 al 14 settembre l’XI edizione OFFF – Otranto Film Fund Festival – Diversity Edition 2019, il festival della cittadina pugliese che vede l’attrice Stefania Rocca alla direzione artistica.

FondItalia è tra i sostenitori della manifestazione che porta il cinema e la festa tra le piazze e le strade di Otranto. Gli obiettivi sono di diffondere opere cinematografiche (lungometraggi, documentari, cortometraggi) che arrivano da luoghi, realtà geografiche e culturali differenti; creare un dialogo e un incontro tra le diverse produzioni internazionali; valutare le prospettive future del mercato audiovisivo dell’area euro-mediterranea e il ruolo dei Film Fund e Film Commission nel  finanziamento e promozione delle opere. Il festival mette in luce anche una nuova generazione di autori e di produzione cinematografiche, valorizza i territori e crea community.

«Il cinema, e più in generale il settore audiovisivo, rappresentano una grande risorsa per l’Italia sia per quanto riguarda l’impatto per l’occupazione che per il valore economico generato nel quadro della competizione internazionale» spiega Francesco Franco, presidente di FondItalia.

«Anche per quanto riguarda questo settore, la formazione rappresenta uno dei principali strumenti per investire sulla sua crescita – prosegue Franco -. La costante necessità di formazione e aggiornamento del personale artistico, teatrale e cinematografico può essere sostenuta con i contributi dei Fondi Interprofessionali».

«La presenza di FondItalia a questa interessante manifestazione – conclude il presidente di FondItalia – rappresenta una grande occasione per rendere note agli operatori economici e le imprese del settore quali sono le opportunità per qualificare e aggiornare i propri collaboratori, sia dal punto di vista tecnico che creativo, in sintonia con le proprie esigenze e strategie del mercato di riferimento».

Il direttore di FondItalia, Egidio Sangue, sottolinea proprio come «la formazione rappresenta un tema centrale per lo sviluppo delle imprese e in particolare per quelle che operano nel comparto cinematografico, audiovisivo e dello spettacolo e nelle numerose filiere connesse». Sangue aggiunge che il Fondo è pronto «ad offrire il proprio sostegno per mantenere alta la dinamicità di questo settore profondamente strategico per il Paese».

E l’importanza del settore è data dai dati nazionali sull’audiovisivo, che come precisa Sangue mostrano «che il comparto attiva in particolar modo il lavoro per giovani – un quarto degli occupati nella produzione ha meno di 30 anni e per le donne – 39% contro la media del 36%, con grande richiesta di competenze specialistiche, ad alto contenuto di conoscenza, sia artistiche che tecniche, oltre al numero di posti indotti dall’audiovisivo nel settore dei servizi per ingegneri, architetti, consulenti legali, designer e fiscalisti».

Farmaceutica e sanità, c’è bisogno di investimenti in formazione

Negli ultimi dieci anni l’export farmaceutico è salito in Italia del 117%, un numero molto più alto rispetto alla media europea che si attesta invece sull’81%. Dal 2008 al 2018 si è registrato un aumento della produzione del 22%, proprio grazie alle esportazioni. I dati diffusi da Farmindustria mostrano come l’intero comparto sanitario sia un asse portante per il nostro Paese. Dati positivi ai quali però deve aggiungersi un importante investimento nella formazione

«L’Italia deve mettere in rete talenti, strutture pubbliche e private che con l’industria radicata nel nostro Paese possono partecipare alla competizione internazionale per l’innovazione», ha dichiarato all’Agi il presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi.

Una formazione pluridisciplinare di qualità

È forte la richiesta ad esempio di una “scuola di specializzazione in medicina generale” (già presente in altri paesi europei) da parte del Sindacato dei medici italiani (Smi) al ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Miur), che permetta alla professione medica di acquisire dignità, rispetto ad altri corsi di studio.

Fondamentale, secondo il sindacato, favorire l’integrazione tra le reti ospedaliere, l’assistenza sanitaria territoriale e l’università. Quello su cui puntare è una formazione pluridisciplinare di qualità, importante per un medico di medicina generale. Ma soprattutto la formazione deve essere garantita a tutti: risultano insufficienti, infatti, le borse di studio stanziate che non consentono a tutti i medici di poter completare il ciclo di studi. In quest’ottica è importante anche che vengano stanziati fondi economici e di conseguenza creati dei poli specialistici, in modo da permettere a tutti i medici di portare a termine il percorso formativo e di specializzazione.

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Case history: Liguria e Sicilia come esempio

In Liguria, riporta in una nota lo Smi, si sta estendendo un modello di Dipartimento misto università-medici di medicina generale che crea un contatto costruttivo tra realtà diverse che possono così contribuire al miglioramento della formazione.

Mentre in Sicilia, terza regione italiana dopo Lombardia e Toscana in termini di numero di borse attivate dai privati (8 su 89 in tutta Italia), per la prima volta gli ospedali privati entrano nel processo di alta formazione specialistica dei medici, a seguito di un decreto del dipartimento per la formazione superiore e per la ricerca del Miur. Una vittoria dell’Associazione che riunisce gli ospedali privati (Aiop) che consentirà di poter trattenere nell’isola i cosiddetti “cervelli in fuga”.

Mercato del lavoro, cresce la domanda di tecnici specializzati

Il mercato del lavoro conferma la spinta delle aziende a investire su nuove risorse. Ma c’è una richiesta di figure professionali difficili da reperire.

Secondo uno degli ultimi studi effettuati da Unioncamere, in collaborazione con Anpal, la prima parte del 2019 conferma le positive indicazioni sui contratti che le imprese volevano stipulare per il 2018: 1,6 milioni destinati ai diplomati e oltre 550 mila ai laureati.

I titoli più richiesti dal mercato del lavoro

Tra i diplomi più richiesti ci sono quello amministrativo, finanziario e in marketing; seguono poi i titoli a indirizzo meccanico, meccatronico, turistico ed enogastonomico. Più difficile è invece reperire disegnatori industriali (51,8%), tecnici elettronici (57.7%) ed elettrotecnici (71,5%), un numero che si aggira in totale intorno ai 420mila diplomati.

Le lauree più richieste nel mondo del lavoro sono invece quelle ad indirizzo economico, sanitario e paramedico, in ingegneria, insegnamento e formazione. Le imprese hanno bisogno anche di specialisti nei rapporti con il mercato (48,4%), ingegneri meccanici ed energetici (52,5%), analisti e progettisti di software (64,8%). Tutte figure che è più difficile trovare e che rappresentano quasi 200mila laureati.

Formazione e occupazione

Nel corso del 2019 si è registrata una crescita occupazionale, soprattutto in riferimento allo stesso periodo del 2018. I settori che hanno richiesto più personale sono quelli che dei servizi alle imprese o alle persone, industria manifatturiera e commercio.

È fondamentale, per i paesi che vivono un cambiamento del mercato del lavoro, farsi trovare pronti per nuove sfide. L’occupazione si evolve e cresce e per questo anche i percorsi formativi devono essere adeguati a questa trasformazione, altrimenti tra domanda e offerta di lavoro ci sarà sempre un gap incolmabile.

L’Italia, però, al momento resta il fanalino di coda dell’Europa in fatto di giovani laureati che entrano nel mondo del lavoro a distanza di tre anni dal titolo conseguito. Solo il 62,8% (dati Eurostat) ha un livello d’istruzione universitario rispetto a una media europea che ci aggira sopra l’85%. Una percentuale che in Italia negli ultimi 10 anni si è notevolmente abbassata, poiché nel 2008 sfiorava l’87%.

L’Italia arranca quindi soprattutto rispetto a paesi come Malta (96,7%), Olanda (94,8%) e Germania (94,3%). C’è un livello molto alto di disoccupazione giovanile con istruzione terziaria: in Europa il nostro paese è davanti alla sola Grecia. Ma siamo penultimi anche per numero di laureati, inseguiti solo dalla Romania.

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Il comparto alimentare

Eppure c’è sempre più bisogno di risorse specializzate, anche in un settore in cui dovremmo essere primi: quello dell’industria alimentare. Cristina Di Domizio, responsabile innovazione e formazione continua di Federalimentare, ha dichiarato al Sole 24 Ore che si cercano laureati e diplomati Its tutti con competenze specialistiche: esperti di sviluppo commerciale e marketing, ingegneri ambientali, esperti di legislazione alimentare, tecnologi alimentari, nutrizionisti, analisti del gusto. Tutte figure al momento di difficile reperimento.

Ma basta un numero a spiegare l’ascesa del settore: un nuovo assunto su cinque viene impiegato nel comparto del food (dato nazionale di aprile 2019 della Camera di Commercio di Milano Monza Brianza Lodi). Un numero che spiega come il food&beverage rappresenta ormai il secondo settore manifatturiero in Italia. 

Specializzarsi e aggiornarsi in maniera continua favorisce l’inserimento nel mondo del lavoro

Trovare lavoro dopo un anno dal diploma non è una chimera, ma una realtà che emerge dai dati del monitoraggio di Indire (Istituto Nazionale Documentazione Innovazione Ricerca Educativa) sugli Istituti Tecnici superiori. Si tratta di istituti di formazione terziaria professionalizzante e quindi di livello post-secondario (si accede dopo la scuola superiore), dove viene rilasciato un diploma tecnico. Quella degli Its è una formazione non universitaria che dura 2 o 3 anni e che consente di specializzarsi e di entrare subito nel mondo del lavoro.

Positivi i dati degli Its

Dall’indagine di Indire emerge che l’80% dei diplomati ha un impiego dopo 12 mesi dalla fine del percorso di studi, e il 90% ha un lavoro coerente con il diploma preso. Quasi il 50% viene assunto con un contratto a tempo determinato. Chi si iscrive agli Its sono giovani che arrivano in prevalenza da gli istituti tecnici (più del 62%) e dai licei (21%); gli iscritti sono maschi (72%), di età compresa tra i 20-24 anni (il 45%) e tra i 18-19 anni (il 32%). Trovano lavoro subito coloro che si diplomano nei settori: Mobilità sostenibile (83%), Tecnologie dell’informazione e della comunicazione (82%) e Nuove Tecnologie per il made in Italy (80%). In quest’ultimo ambito rientrano Sistema meccanica (92%) e Sistema moda (86%).

Secondo questi dati, quindi, gli Its rispondono alle esigenze del mercato del lavoro e contribuiscono a ridare slancio all’economia. Formano tecnici molto richiesti dalle imprese, tanto che stanno aumentano sia gli iscritti che i corsi erogati, oltre alla qualità della formazione stessa che si compone di metodologia, laboratori e stage in azienda, con la collaborazione di docenti che provengono dalle imprese stesse. I dati Indire mostrano che sono oltre 2400 le aziende coinvolte negli stage, in maggioranza di dimensioni medio-piccole (il 40% ha un numero di dipendenti inferiore a 9).

Attività didattiche che unite all’apprendistato e alla formazione prevista da questa tipologia di contratto – che può essere finanziata dai Fondi Interprofessionali – consentono ai giovani di entrare nel mondo del lavoro, formarsi, migliorare le proprie competenze e avere l’opportunità di creare un rapporto duraturo con l’azienda. Un ottimo trampolino di lancio.

Il gap da colmare nel settore tecnologico

In questo quadro positivo, emerge però anche un gap da colmare: la tecnologia. Secondo il recente sondaggio Desi di giugno 2019 (stilato dalla Commissione europea per valutare l’indice di digitalizzazione dell’economia e della società) l’Italia è 24° nella classifica europea. Lo sviluppo della rete veloce risulta lento e si registra anche una scarsa diffusione dell’uso di internet tra la popolazione.

Il Rapporto Desi mostra un Paese indietro rispetto al resto delle nazioni Ue, che deve quindi investire in questo settore per stare al passo. Ad esempio, si usa poco l’e-banking, le PMI che vendono online sono solo il 10% e le competenze digitali degli italiani restano scarse.

«È la formazione a fare la differenza anche per quanto riguarda la digitalizzazione delle imprese – ha dichiarato il direttore di FondItalia Egidio Sangue. È necessario che le imprese comprendano la portata innovativa che può derivare dall’introduzione del digitale nella propria azienda, anche se piccola e micro, e formino costantemente i propri dipendenti già attivi ed i neo assunti per un corretto e completo utilizzo dei nuovi sistemi di produzione, vendita e gestione. Per questo FondItalia ha scelto di finanziare la formazione sia per quanto riguarda l’apprendistato che l’introduzione di sistemi innovativi in azienda. Per essere al fianco delle imprese e dei lavoratori sia per quanto riguarda le esigenze immediate che quelle di investimento a lungo termine».

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La rivoluzione 4.0 e gli inevitabili cambiamenti nella formazione e nella tecnologia

Dove sta andando l’industria italiana? A questa domanda ha provato a rispondere un Rapporto presentato da Confindustria a Milano, che ha messo in evidenza il rallentamento della manifattura mondiale, dove l’Italia si presenta come settima potenza. Nonostante il nostro Paese stia vivendo un momento di incertezza, sia sul piano politico che economico, e stia provando ad uscire da un lungo periodo di crisi, i dati di questo Rapporto mettono in evidenza alcuni elementi di positività per quanto riguarda lo sviluppo dell’industria.

Gli incentivi: l’iperammortamento piace alle aziende

Secondo il rapporto di Confindustria, i dati sugli incentivi per trasformare la manifattura tradizionale in una 4.0 evidenziano che le piccole e medie imprese hanno investito più delle grandi in attrezzature e macchinari.

L’Italia è riuscita, almeno in parte, a recuperare il gap rispetto agli altri paesi europei grazie all’iperammortamento in vigore dal 2017. Questa manovra ha favorito, infatti, l’investimento in beni strumentali e quindi la trasformazione digitale.

Sono stati ben 10 i miliardi di euro investiti in macchinari 4.0 e a farlo sono state soprattutto le imprese manifatturiere (86,3%, di cui il comparto del metallo con il 26%, poi meccanica strumentale e chimica con il 9%) di piccole e medie dimensioni (66,7%), quindi con meno di 250 dipendenti.

Una percentuale che si attesta intorno al 35% se consideriamo le imprese con meno di 50 dipendenti.

Per quanto riguarda la localizzazione, le imprese che hanno aderito a queste politiche sono quasi tutte del Nord (82,1%) ed in particolar modo la Lombardia (35%). Un dato che scende nettamente per le imprese collocate al Sud.

Crescere, formarsi e guardare al futuro 

Ciò che emerge da questi dati è l’importanza per le industrie di guardare ad un mercato globale in cui essere competitivi.

È chiaro che per fare questo c’è bisogno di politiche economiche interne ed europee in grado di favorire la trasformazione digitale e la crescita. Politiche di intervento che rendano le industrie italiane ed europee al livello delle concorrenti mondiali.

La digitalizzazione porterà a una riforma dell’istruzione

Ma tutto questo porta anche a una ulteriore domanda: le aziende italiane sono pronte ad accogliere i cambiamenti e affrontare nuove sfide? Un’indagine di Deloitte, che ha intervistato più di 100 C-level executive delle principali aziende italiane, mostra da una parte la fiducia e dall’altra l’incertezza di imprese e manager su digitalizzazione e preparazione personale, pur nella consapevolezza dei cambiamenti che stanno avvenendo.

Questo perché nel nostro Paese c’è una visione più nel breve periodo che nel lungo e, dunque, i cambiamenti tecnologici hanno minor presa soprattutto se si parla di intelligenza artificiale (3%). C’è invece una maggiore attenzione a ciò che riguarda soluzione mobili (64%), cloud (51%) e robotica (29%).

E si spende ancora troppo poco per la formazione (il 18% degli investimenti, mentre il dato internazionale è del 40%).

«Il dato di fatto è che si investe ancora troppo poco in formazione – dichiara il presidente di FondItalia Francesco Franco – ma per affrontare i cambiamenti costantemente in atto nel mercato è necessario che le aziende formino i propri dipendenti».

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