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Se ne vanno all’estero un po’ troppi giovani italiani

L’Italia sta vivendo una trasformazione silenziosa ma inesorabile: la nuova ondata migratoria giovanile. Dopo il rallentamento dovuto alla pandemia, l’esodo dei giovani verso l’estero è ripreso con vigore, raggiungendo numeri allarmanti. Secondo un’analisi della Fondazione Nord Est, di cui ha dato notizia con un vasto approfondimento Il Sole 24 Ore nell’edizione di mercoledì 12 febbraio, solo nel biennio 2022-2023 almeno 100.000 giovani italiani hanno lasciato il Paese, con un saldo negativo di 63.000 unità rispetto ai rientri. Una tendenza che si inserisce in un quadro più ampio e preoccupante: tra il 2011 e il 2023, il numero di giovani tra i 18 e i 34 anni emigrati ha raggiunto quota 550.000, a fronte di soli 172.000 rientri. Il risultato? Una perdita netta di 377.000 giovani in poco più di un decennio.
Questa dinamica colpisce soprattutto le regioni del Nord. Il Nord-Ovest ha registrato un saldo negativo di 100.000 giovani, mentre il Nord-Est ha perso 80.000 ragazzi nello stesso periodo. Il Sud, tradizionalmente considerato il principale bacino di emigrazione, ha perso 141.000 giovani, ma per molti di loro il primo passo è stato il trasferimento al Nord Italia prima di partire definitivamente. L’impatto è evidente: la nuova emigrazione ha eroso tra il 4,1% e il 4,8% della popolazione giovanile nelle varie aree del Paese. E con il continuo calo delle nascite, questi numeri assumono un peso ancora maggiore.
Un Investimento che avvantaggia gli altri
Oltre alla perdita demografica, l’Italia sta subendo un ingente danno economico. La Fondazione Nord Est ha calcolato che il capitale umano emigrato nel periodo 2011-2023 ha un valore economico pari a 133,9 miliardi di euro. La Lombardia, con 22,8 miliardi, guida questa triste classifica, seguita da Sicilia (14,5 miliardi) e Veneto (12,5 miliardi). Nel biennio 2021-2022, il valore del capitale umano perso è stato di 8,4 miliardi annui, a prezzi aggiornati al 2023. In altre parole, l’Italia investe nella formazione e nella crescita dei propri giovani, ma sono i Paesi di destinazione a raccoglierne i benefici. L’Italia, nella competizione globale per il talento, si ritrova sempre più spesso nel ruolo di preda.
Chi sono i giovani che emigrano?
Uno degli elementi più sorprendenti dell’analisi riguarda la composizione di chi lascia il Paese. Contrariamente al concetto classico di “fuga di cervelli”, non sono solo i laureati a partire. Sebbene oltre il 40% degli emigrati dal 2011 al 2023 abbia una laurea (percentuale in crescita rispetto al passato), un altro 30% è diplomato, mentre più del 30% non ha nemmeno un diploma di scuola superiore. Questo significa che l’emorragia di capitale umano riguarda tanto i “colletti bianchi” quanto le professioni tecniche e manuali, e in particolare colpisce il Nord, dove le opportunità lavorative sono più numerose.
Le motivazioni alla base dell’espatrio sono articolate e vanno ben oltre la semplice ricerca di uno stipendio più alto. Secondo i dati della Fondazione Nord Est, il 28% dei giovani emigra per necessità, mentre il 23% lo fa per scelta. Chi parte per necessità è spinto soprattutto dalla ricerca di migliori opportunità di lavoro (26,2%) e da una qualità della vita più alta (23,2%). Al contrario, chi sceglie di partire lo fa in larga parte per opportunità di studio o formazione (29,6%) o per migliorare la propria carriera (21,0%). Il salario, spesso considerato il fattore chiave dell’emigrazione, è indicato come motivo principale solo dal 10% degli intervistati.
Il vuoto lasciato e il rischio per le imprese
Un altro dato che emerge dall’indagine è che quasi la metà di chi ha lasciato l’Italia per necessità ricopriva mansioni per cui le imprese italiane lamentano difficoltà di reperimento: tecnici specializzati, operai qualificati e semi-specializzati, addetti ai servizi. Questo vuoto ha un impatto diretto sulle aziende, contribuendo a un disallineamento tra domanda e offerta di lavoro che, in media, si traduce in un’assunzione mancata su due.
Un fenomeno che preoccupa anche Egidio Sangue, Direttore di FondItalia: «Questa è una pessima notizia per le imprese italiane – commenta Sangue -, specialmente alla luce dell’inverno demografico che il Paese sta attraversando. Se non riusciamo a trattenere i nostri giovani, dobbiamo almeno garantire il miglioramento e l’aggiornamento delle competenze di chi è già nel mercato del lavoro italiano. Altrimenti, rischiamo di perdere competitività e valore come sistema economico».
